17/03/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



E una guerra che sta lasciando solo morti. Le persone che restano sono disanimate

"Da due lunghi anni qui a Remolino del Caguán conviviamo ogni giorno con l'Esercito Nazionale, l'unica presenza dello Stato in un territorio lasciato per anni in balia della giustizia fai da te. La presenza del governatore e del sindaco è quasi nulla e quando vengono a farci visita arrivano con un elicottero da guerra, scortati da forze militari. La gente, se vuole sopravvivere, deve obbedire a chi comanda, armi in pugno. In nessun momento si sente libera di agire. Questo è un territorio dove è ancora forte la presenza della guerriglia delle Farc, a cui tutti devono portare rispetto. La guerriglia deve essere informata di qualunque cosa, decisioni, arrivi e partenze. Viviamo in uno stato di guerra permanente, e dei peggiori: qui c'è una guerra tra fratelli del medesimo Paese, qui c'è una guerra civile". Don Angelo Casadei ha scritto queste righe pochi giorni fa, nell'estremo tentativo di far arrivare la sua voce fino ai palazzi del potere, passando per i gangli della Chiesa cattolica.

 

Botta e risposta. La sua testimonianza, accorata e ferma, non lascia adito a dubbi: la guerra in Colombia c'è ancora, c'è da 45 anni ed è lungi dalla fine. Eppure, le parole di don Angelo cozzano così tanto con i toni distesi e 'normalizzanti' di palazzo Narino. Il presidente, Alvaro Uribe, non perde occasione per sbandierare i successi dei suoi militari, a suo dire colpi mortali per le Farc, che invece continuano a farla da padrone quantomeno in molte aree agricole del paese, zone che lo Stato finge di non vedere ma dove in realtà spende gran parte dei soldi stanziati per i programmi Seguridad democratica e Plan Colombia.

 

Un'opera d'arte. Presentare una faccia pulita alla comunità internazionale in questa era di crisi globale è fondamentale per il governo colombiano, e non tradire il minimo segno di debolezza è un imperativo. Quindi, per mostrare quanto il Palazzo voglia la riconciliazione nazionale, da una lato il presidente Uribe chiede ad Avila Moreno, alias Karina, la guerrigliera delle Farc catturata nel maggio 2008, di trasformarsi in gestor de paz e intercedere così con i suoi ex compagni d'armi in nome della pace; e dall'altro si mostra la stessa che platealmente ringrazia il presidente per la proposta e chiede scusa ai colombiani per il male fatto.
Un quadretto perfetto, dipinto da un'abile squadra di politici, ormai avvezzi a restauri e ritocchi di facciate screpolate e decadenti. A fargli da cornice, la decisione del Procurador (giudice amministrativo) di scagionare dall'accusa di aver fatto "un lavoro sporco", al fine di far approvare la rielezione di Alvaro Uribe, "tutti gli uomini del presidente": dall'attuale ambasciatore colombiano a Roma ed ex ministro Sabas Pretelt, all'ex viceministro Hernando Angarita, passando per l'ex capo dei servizi segreti (Das) ed ex console di Milano Jorge Noguera, e finendo al ministro Diego Palacio. Certo, la parola passa ora alla Fiscalia, che ha il compito di indagare sui reati penali, ma nel frattempo Uribe e i suoi hanno tutto il tempo di gongolare e darsi da fare.

 

Parole stonate. Per timore che voci come quella di don Casadei imbrattino i tentativi del governo di presentare la Colombia come "la nina bonita" dell'America Latina - per usare le parole del vicepresidente Santos - si cerca di zittire con ogni mezzo i testimoni scomodi. Che non si dan pace: "Qualunque guerra crea solo ingiustizie, da ogni parte, e chi ne porta il peso maggiore sono coloro che stanno nel mezzo: in questo caso i contadini - scrive ancora don Angelo - Sono pochi quelli rimasti da quando è iniziata la repressione nel Caguán, inaugurata dall'attuale Presidente. Una repressione che ha cambiato molto il nostro territorio. Molta gente se ne è andata e dà dolore vedere questo paese quasi vuoto. Qui abbiamo subito una vera "purga": è una repressione che vuole farla finita con la gente. Si stanno attaccando i piccoli commercianti del luogo, i loro lideres comunitari. È una guerra che sta lasciando solo morti. Le persone che restano sono disanimate".
"La cosa più triste di tutta questa storia è che molti dei desplazados fuggiti da Remolino si stanno vendendo all'Esercito e stanno denunciando persone innocenti che ancoro vivono qui cercando di rifarsi una vita onestamente. È una guerra tra poveri alimentata dalle stesse forze militari. E a pagare sono sempre gli stessi". Gli stessi, gente lontana anni luce dalla bella Bogotà. Parola di Padre Ángelo Casadei, Parroco della Parroquia de San Isidro Labrador, Remolino del Caguán - Cartagena del Chairá - Colombia.

Stella Spinelli

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