L'accusa è di aver deliberatamente infettato quattrocentoventi bambini
Per capire meglio la vicenda dei sei medici condannati a morte (per fucilazione)
dal tribunale di Bengasi, bisogna andare indietro nel tempo; più precisamente
dobbiamo risalire al febbraio del 1999. Nell'ospedale di Bengasi, città che si
affaccia sul golfo della Sirte, vengono arrestati sei medici con la pesantissima
accusa di aver diffuso volontariamente il virus dell'Hiv nell'ospedale pediatrico
della città. Quattrocentoventisei bambini sarebbero stati infettati e di loro
già quaranta sarebbero morti.
I condannati alla pena capitale sono: Kristiana Malinova Valcheva, Nasya Stojcheva
Nenova, Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva Chervenyashka, Snezhanka
Ivanova Dimitrova e Ashraf Ahmad Jum'a, cinque infermiere bulgare e un medico
palestinese. Un altro medico bulgaro è stato condannato a quattro anni di prigione
e comunque è stato rilasciato subito dopo l'udienza. Anche nove medici libici
sono stati processati (con l'accusa di negligenza) ma assolti. Come se non bastasse,
tre delle cinque donne bulgare sono state anche accusate di aver avuto rapporti
sessuali illeciti, di aver consumato alcool in pubblico e di aver violato le norme
valutarie del Paese.
In un primo momento, il leader libico Gheddafi ha accusato Cia e Mossad (i servizi
segreti israeliani) di aver pianificato tutto per destabilizzare la Libia: " Abbiamo
trovato un dottore e un gruppo di infermiere in possesso del virus dell'Hiv ai
quali è stato chiesto di sperimentare gli effetti sui bambini. Chi li ha incaricati
di questo? La Cia e il Mossad." Dovrà per forza di cose ritirare tutte le accuse.
Successivamente infatti i sei sono stati accusati dal tribunale di aver iniettato
sangue infetto ai 420 bimbi ricoverati dell'ospedale solo per sperimentare una
nuova ed efficace cura contro la malattia del secolo.
Ci sono però delle testimonianze secondo le quali le ammissioni di colpa dei
sei operatori ospedalieri sono state estorte con la forza e sotto maltrattamenti.
Due funzionari di polizia infatti hanno ammesso di aver utilizzato mezzi poco
ortodossi per estorcere le confessioni.
Nel periodo della detenzione, i sei condannati alla pena di morte, hanno denunciato
di aver subito torture e sevizie: scosse elettriche, bastonate e pestaggi, mentre
erano legati ai letti, erano all'ordine del giorno. La conferma arriva anche del
ministro degli Esteri bulgaro, Solomon Passy, molto impegnato in difesa dei suoi
connazionali il quale sostiene che i sei sono stati torturati in maniera continuativa.
Su richiesta della difesa il tribunale di Bengasi ha preso in considerazione
(ma non troppo) anche un rapporto stilato da due esperti di Aids conosciuti in
tutto il mondo, Vittorio Colisi e Luc Montagnier. Nel loro rapporto si afferma
che a causa della mancanza di igiene dell'ospedale pediatrico, gia' alla fine
degli anni novanta ( più precisamente negli anni '97 - '98 quasi un anno prima
che i sei fossero assunti) si era diffusa un'infezione di Aids.
Quindi a nulla sono servite le richieste presentate da molti Paesi dell'Unione
Euorpea di non condannare i sei. La sentenza di condanna a morte dei sei operatori
ospedalieri ha ricordato a tutto il mondo che in Libia esiste ancora la pena di
morte. ''Spero che sia fatto appello contro questa sentenza e che sia annullata''.
Sono state le parole del presidente dell'assemblea permanente del Consiglio d'Europa
Peter Schieder che si detto ''abbattuto nell'apprendere la notizia proveniente
da Tripoli'' sulla condanna a morte dei sei per la vicenda dei bambini infettati
dall'Aids. ''Mi auguro che la buona volonta' prevalga a Tripoli, che ha appena
riaperto il dialogo con l'Europa'', ha continuato ''in tutto il continente, da
lungo tempo, la pena capitale e' stata abolita o non e' piu' applicata e noi speriamo
che la Libia aderira' a questo valore fondamentale".
Amnesty International, sempre attivissima in questi casi, dalle pagine del suo
sito ha lanciato un appello affinchè la pena non venga eseguita ma commutata in
anni di carcere:
"La Sezione Italiana di Amnesty International ha lanciato oggi un appello al
leader libico Gheddafi chiedendo che non venga eseguita la condanna a morte nei
confronti di sei operatori sanitari stranieri, cinque bulgari e un palestinese,
accusati di aver contagiato 426 bambini con il virus dell’HIV mentre lavoravano
all’Ospedale Pediatrico al-Fateh di Benghazi. I sei - Kristiana Malinova Valcheva,
Nasya Stojcheva Nenova, Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva Chervenyashka,
Snezhanka Ivanova Dimitrova e Ashraf Ahmad Jum'a - si dichiarano innocenti e hanno
riferito di essere stati torturati allo scopo di estorcere loro delle confessioni.
Amnesty International chiede che le condanne a morte vengano immediatamente commutate
e che venga annunciata una moratoria sulle esecuzioni, in linea con quanto richiesto
dalla Commissione sui diritti umani delle Nazioni Unite a tutti gli Stati che
applicano ancora la pena di morte. Dal 1998 nessun passo concreto sembra essere
stato fatto verso l’abolizione della pena di morte in Libia. Amnesty International
ritiene che l’applicazione di questa sanzione sia assai ampia anche nella bozza
di codice penale attualmente in discussione, persino per atti che costituiscono
niente di più che l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di associazione.
Amnesty International chiede inoltre alle autorità di Tripoli di porre fine alla
pratica della detenzione in isolamento e senza possibilità di contattare avvocati
e familiari, che viola apertamente le leggi del paese: è durante questo periodo
che i prigionieri corrono il più alto rischio di essere torturati o maltrattati".