30/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



L'accusa è di aver deliberatamente infettato quattrocentoventi bambini
Per capire meglio la vicenda dei sei medici condannati a morte (per fucilazione) dal tribunale di Bengasi, bisogna andare indietro nel tempo; più precisamente dobbiamo risalire al febbraio del 1999. Nell'ospedale di Bengasi, città che si affaccia sul golfo della Sirte, vengono arrestati sei medici con la pesantissima accusa di aver diffuso volontariamente il virus dell'Hiv nell'ospedale pediatrico della città. Quattrocentoventisei bambini sarebbero stati infettati e di loro già quaranta sarebbero morti.

I condannati alla pena capitale sono: Kristiana Malinova Valcheva, Nasya Stojcheva Nenova, Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva Chervenyashka, Snezhanka Ivanova Dimitrova e Ashraf Ahmad Jum'a, cinque infermiere bulgare e un medico palestinese. Un altro medico bulgaro è stato condannato a quattro anni di prigione e comunque è stato rilasciato subito dopo l'udienza. Anche nove medici libici sono stati processati (con l'accusa di negligenza) ma assolti. Come se non bastasse, tre delle cinque donne bulgare sono state anche accusate di aver avuto rapporti sessuali illeciti, di aver consumato alcool in pubblico e di aver violato le norme valutarie del Paese.

In un primo momento, il leader libico Gheddafi ha accusato Cia e Mossad (i servizi segreti israeliani) di aver pianificato tutto per destabilizzare la Libia: " Abbiamo trovato un dottore e un gruppo di infermiere in possesso del virus dell'Hiv ai quali è stato chiesto di sperimentare gli effetti sui bambini. Chi li ha incaricati di questo? La Cia e il Mossad." Dovrà per forza di cose ritirare tutte le accuse. Successivamente infatti i sei sono stati accusati dal tribunale di aver iniettato sangue infetto ai 420 bimbi ricoverati dell'ospedale solo per sperimentare una nuova ed efficace cura contro la malattia del secolo.

Ci sono però delle testimonianze secondo le quali le ammissioni di colpa dei sei operatori ospedalieri sono state estorte con la forza e sotto maltrattamenti. Due funzionari di polizia infatti hanno ammesso di aver utilizzato mezzi poco ortodossi per estorcere le confessioni.

Nel periodo della detenzione, i sei condannati alla pena di morte, hanno denunciato di aver subito torture e sevizie: scosse elettriche, bastonate e pestaggi, mentre erano legati ai letti, erano all'ordine del giorno. La conferma arriva anche del ministro degli Esteri bulgaro, Solomon Passy, molto impegnato in difesa dei suoi connazionali il quale sostiene che i sei sono stati torturati in maniera continuativa.

Su richiesta della difesa il tribunale di Bengasi ha preso in considerazione (ma non troppo) anche un rapporto stilato da due esperti di Aids conosciuti in tutto il mondo, Vittorio Colisi e Luc Montagnier. Nel loro rapporto si afferma che a causa della mancanza di igiene dell'ospedale pediatrico, gia' alla fine degli anni novanta ( più precisamente negli anni '97 - '98 quasi un anno prima che i sei fossero assunti) si era diffusa un'infezione di Aids.

Quindi a nulla sono servite le richieste presentate da molti Paesi dell'Unione Euorpea di non condannare i sei. La sentenza di condanna a morte dei sei operatori ospedalieri ha ricordato a tutto il mondo che in Libia esiste ancora la pena di morte. ''Spero che sia fatto appello contro questa sentenza e che sia annullata''. Sono state le parole del presidente dell'assemblea permanente del Consiglio d'Europa Peter Schieder che si detto ''abbattuto nell'apprendere la notizia proveniente da Tripoli'' sulla condanna a morte dei sei per la vicenda dei bambini infettati dall'Aids. ''Mi auguro che la buona volonta' prevalga a Tripoli, che ha appena riaperto il dialogo con l'Europa'', ha continuato ''in tutto il continente, da lungo tempo, la pena capitale e' stata abolita o non e' piu' applicata e noi speriamo che la Libia aderira' a questo valore fondamentale".

Amnesty International, sempre attivissima in questi casi, dalle pagine del suo sito ha lanciato un appello affinchè la pena non venga eseguita ma commutata in anni di carcere:

"La Sezione Italiana di Amnesty International ha lanciato oggi un appello al leader libico Gheddafi chiedendo che non venga eseguita la condanna a morte nei confronti di sei operatori sanitari stranieri, cinque bulgari e un palestinese, accusati di aver contagiato 426 bambini con il virus dell’HIV mentre lavoravano all’Ospedale Pediatrico al-Fateh di Benghazi. I sei - Kristiana Malinova Valcheva, Nasya Stojcheva Nenova, Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva Chervenyashka, Snezhanka Ivanova Dimitrova e Ashraf Ahmad Jum'a - si dichiarano innocenti e hanno riferito di essere stati torturati allo scopo di estorcere loro delle confessioni. Amnesty International chiede che le condanne a morte vengano immediatamente commutate e che venga annunciata una moratoria sulle esecuzioni, in linea con quanto richiesto dalla Commissione sui diritti umani delle Nazioni Unite a tutti gli Stati che applicano ancora la pena di morte. Dal 1998 nessun passo concreto sembra essere stato fatto verso l’abolizione della pena di morte in Libia. Amnesty International ritiene che l’applicazione di questa sanzione sia assai ampia anche nella bozza di codice penale attualmente in discussione, persino per atti che costituiscono niente di più che l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di associazione. Amnesty International chiede inoltre alle autorità di Tripoli di porre fine alla pratica della detenzione in isolamento e senza possibilità di contattare avvocati e familiari, che viola apertamente le leggi del paese: è durante questo periodo che i prigionieri corrono il più alto rischio di essere torturati o maltrattati".

Alessandro Grandi 
Categoria: Diritti, Tortura
Luogo: Libia