Questa è la storia di dodici militari statunitensi e di tre britannici
Sarebbero almeno dodici i militari statunitensi (in servizio
attivo o della riserva) e tre quelli britannici che si sono opposti
pubblicamente alla guerra in Iraq fra l’inizio dell’invasione e la
“fine della maggioranza dei combattimenti” all’inizio di maggio.
Degli statunitensi si conoscono con precisione nomi, ruoli e
provenienze.
Si tratta di Todd Arena, Jonathan Hustad, Travis Burnham, Travis Clark,
Stephen Eagle Funk, Gabriel Johnson, Ghanim Khalil, Jon McLeod, Ralph
Padula, Michael Sudbury, Jeremy W. Suggs, Wilfredo Torres.
Todd Arena e Jonathan Hustad, entrambi riservisti originari di Tucson,
Arizona, lo scorso 25 marzo hanno diffuso una dichiarazione su ZNet ,
in cui prendono posizione contro la decisione di George Bush e invitano
l’opinione pubblica locale e internazionale a fare altrettanto.
Segue il caso di Travis Burnham, in servizio attivo a Fort Drum, New
York, che già nel gennaio 2003 aveva chiesto lo status d’obiettore di
coscienza; è un esperto di pubbliche relazioni all’interno
dell’Esercito e, navigando su internet, si trovano parecchie sue
pubblicazioni di ambito militare, fra cui alcune riguardanti “AWE” (
Advanced Warfare Experiment ). Lo slogan utilizzato dal presidente
Bush, “ Shock and Awe ” (Colpisci e terrorizza), si presterebbe dunque
ad una doppia lettura, dato che AWE è un acronimo dell’Esercito
per il campo di battaglia sulla rete.
Travis Clark, 25 anni, è invece originario di Plantation, in Florida,
ma di recente si è spostato in Florida. È un riservista della Marina
che sin dall’inizio aveva preannunciato il suo rifiuto di partire, se
la sua unità fosse stata assegnata ai combattimenti in Iraq. Così, poi,
è stato.
“Questa è una guerra sbagliata”, ha dichiarato Clark. “Non posso
mettermi nella posizione di uno che invade un altro Paese e costringe
quella gente a difendersi da me”.
Gabriel Johnson era di stanza a Fort Hood, in Texas. Da qui è stato
spedito in Iraq, lo scorso 7 aprile, nonostante avesse chiesto lo
status di obiettore di coscienza. Nel far ciò, l’Esercito ha violato la
legge in materia.
Ghanim Khalil, 26 anni, di Staten Island, New York, è un veterano della
Marina e membro della Guardia nazionale dell’Esercito. Il suo rifiuto
di partecipare alla guerra contro l’Iraq è stato pubblico, il 15
febbraio, durante una manifestazione pacifista a New York.
Jon McLeod ha scritto al Scottish Socialist Voice, definendo la guerra
di George Bush contro l’Iraq “nient’altro che un massacro per
soddisfare quei porci capitalisti avidi di soldi”. McLeod ha proseguito
dicendo che quando gli è apparso chiaro che
l’Esercito statunitense avrebbe comunque attaccato l’Iraq, non è
rientrato dal periodo di permesso ed è partito per la Cina, dove oggi
si guadagna da vivere come insegnante d’inglese.
Ralph Padula, 34 anni, di stanza a Fort Hood, Texas, ha tentato per
mesi di ottenere lo status di obiettore di coscienza. Invano. Quando
alla sua unità è stata assegnata una missione in Iraq e i superiori gli
hanno confermato che anche lui sarebbe partito, si è rifugiato nella
chiesa cattolica di St. John Vianney, a Round Rock, in Texas. Padula,
che soffre di attacchi di panico e ha spesso meditato il suicidio dopo
la morte della fidanzata avvenuta in un drammatico incidente stradale
il giorno di capodanno del 2002, alla fine ce l’ha fatta: si è
riconsegnato alla base di Fort Hood il 9 aprile, ottenendo di non
partire.
Michael Sudbury era un riservista di Salt Lake City, Utah. La fine del
suo servizio era stata via via rimandata a causa della guerra in corso
contro l’Iraq. Sudbury ha allora indetto una conferenza stampa, per
dire: “La guerra è sbagliata. Andrò in prigione piuttosto che
combatterla”. Sapeva di rischiare sette anni di detenzione in un
carcere militare, ma lo ha fatto lo stesso. E ha vinto: il 9 febbraio,
l’Esercito l’ha congedato.
Jeremy Suggs ha diffuso sulla rete una sua dichiarazione contro la
guerra dal titolo, “Se me ne dovessi andare senza congedo
dall’Esercito, qualcuno mi aiuterebbe?”.
Altro (ma non certo ultimo) caso è quello di Wilfredo Torres di
Rochester, militare in servizio attivo, che se ne è andato senza
permesso da Fort Benning e ha dichiarato pubblicamente di non essere
disposto ad andare a combattere in Iraq durante una manifestazione
pacifista, il 10 novembre 2002, a New York.
Dei soldati britannici in questione, invece, non sono stati resi noti i
nomi. Si sa solo che appartengono alla 16esima Brigata aeronautica
d’assalto; quello che rischiano, è di finire davanti alla Corte
marziale. La ragione del loro rifiuto è la seguente: non vogliono
essere coinvolti nell’uccisione di civili innocenti. Dei tre, due sono
stati rimpatriati dal Kuwait e rispediti a Colchester, Essex, dopo
l’inizio dell’invasione dell’Iraq; il terzo, invece, non ha mai
lasciato la Gran Bretagna.
In tribunale li difenderà Gilbert Blades, un avvocato di Lincoln con
una solida esperienza. A differenza della Guerra del Vietnam, durante
la quale centinaia di migliaia di giovani cercarono di evitare di
partire per il fronte, dichiarandosi obiettori di coscienza, oggi
l’Esercito statunitense è composto esclusivamente da volontari
(2.7 milioni fra servizio attivo e riservisti) e, dunque, sono
stati molti meno coloro che si sono rifiutati di combattere. Non si sa
quanti siano esattamente, ma di sicuro più dei dodici casi resi
noti dalla stampa. Un apposito numero verde, attivato per fornire ai
militari consulenza in materia di obiezione, ha ricevuto solo nel mese
di gennaio oltre 3.500 telefonate, esattamente il doppio della sua
solita media.