
Elettrochoc, sodomia (sì, avete capito bene), colpiti con catene, ammucchiati
nudi e “toccati” e “sporcati” da soldatesse americane con finto sangue “impuro”
con una tortura psicologica, per un musulmano, devastante. Il tutto per estorcere
false confessioni.
Per tanti anni, per quelli della generazione che ha vissuto gli orrori della
II guerra Mondiale leggendo queste cose veniva subito dal profondo la parola “nazista”
che riassumeva tutto: violenza programmata da una dottrina spaventosa, uso di
gas, annientamento della personalità con sfilate di corpi nudi umiliati. Adesso,
nei primi anni del duemila, bisognerà forzatamente cambiare l’aggettivo, aggiornare
il linguaggio.
Tra i tanti invece che fanno conoscere al mondo esterno questi fatti, uno di
questi è l’avvocato (statunitense) Tom Wilner, che rappresenta undici cittadini
del Kuwait, rinchiusi nella base di Guantanamo in quanto stranieri sospettati
di terrorismo e vittime dei soprusi illustrati prima.
E tra i coraggiosi che hanno messo su carta “quello che il mondo deve sapere”
vanno citati Michael Ratner, principale rappresentante dei diritti dei prigionieri
di Guantanamo presso la Corte Suprema degli Stati Uniti e presidente del Centro
per i Diritti Costituzionali di New York. E poi Ellen Ray, presidentessa dell’Istituto
per il Monitoraggio dei media e autrice di volumi sull’intelligence Usa e sulla
politica internazionale.
Il loro libro, “Prigionieri di Guantanamo” è stato tradotto (da Mauro Gurioli)
e pubblicato in Italia da “Nuovi Mondi Media”, una casa editrice di San Lazzaro
di Savena, Bologna, molto sensibile ai problemi della violenza nel mondo.

La prefazione di Antony Lewis è banale nella sua domanda (la banalità del male)
al di là di ideologie e opinioni politiche: “come hanno potuto uomini e donne
americane trattare i prigionieri iracheni tanto crudelmente e godere della loro
umiliazione?”.“Perché è passata una cultura basata sulla scarsa considerazione
della legge…che deve piegarsi a ciò che il Presidente Bush considera “necessità”.
Ricorda molto Hitler e i trattati che diventavano carta straccia.
Dopo l’11 settembre cittadini arrestati in strada e sospettati di terrorismo
(a New York), furono sottoposti subito, da parte dei secondini, ad abusi fisici
ed umiliazioni.
Nei primi capitoli del volume Ellen Ray intervista Michael Ratner su temi caldi
e pesanti come “Guantanamo e lo strapotere dell’esecutivo”, sul “perché esiste
Guantanamo come buco nero della giustizia coi prigionieri senza contatti con familiari
e avvocati”, sul coinvolgimento del Center for Constitutional Rights nella difesa
dei prigionieri di Guantanamo.
“Vivo vicino al World Trade Center”, risponde Ratner "ma ben presto io e miei
colleghi del centro ci siamo resi conto che questo atto sarebbe stato usato dall’Amministrazione
Bush come pretesto per imporre restrizioni draconiane ai nostri diritti e alle
nostre libertà civili all’interno del paese…”
Per un lettore dallo stomaco robusto c’è poi la sequenza (che va letta per gradi
e lentamente) delle “Testimonianze e dettagli dei casi”, delle “ Commissioni militari…”
E poi “Le altre gabbie del terrore” in Afghanistan, Pakistan Iraq, Abu Ghraib
e tutta la sequenza dei Documenti: i Memorandum di Colin Powell ad Alberto Gonzales
(consigliere della Casa Bianca, appena nominato Attorney General, famoso per l’aggiramento
della Convenzione di Ginevra sulle torture…utili alla Sicurezza nazionale) o quelli
di Gonzales a Condoleezza Rice, col rapporto della Croce Rossa sulle torture a
Guantanamo. Tanto per citare solo i più importanti.
“Non è certo un buon periodo per essere un giornalista…dopo la nomina di Alberto
Gonzales, che userà nei confronti dei media una politica ancora più aggressiva”
scrive Lucy Dalgleish, direttore esecutivo del Comitato dei Reporter per la Libertà
di Stampa.
“Se questo libro non spaventerà le persone fino a spingerle ad agire, nient’altro
potrà riuscirci", conclude in quarta di copertina John R. Macarthur.
Paolo Lezziero