stampa
invia
Tragedia tra gli indios Xevante del Mato Grosso: tre bambini morti in cinque
giorni e altri dodici ricoverati in ospedale. La causa? Malnutrizione e polmonite.
Una situazione di emergenza che sta precipitando ogni ora che passa.
Da nove mesi 480 indigeni del Mato Grosso sono costretti a vivere ai margini
della strada statale BR-158, immediatamente fuori dalla regione Marãiwatsede,
quella che per diritto naturale e costituzionale è la loro terra.
Si tratta di 165mila ettari, riconosciuti di loro proprietà dal Presidente della
Repubblica già dal 1998.
Eppure questa gente è stata buttata fuori. Un gruppo di fazenderos ha occupato l’area dove risiedevano queste famiglie e le hanno cacciate con la forza. Poi, si sono appellati al Tribunale Supremo Federale (Stf) che ha fatto il resto. Quasi istantaneo è arrivato infatti un provvedimento giudiziario che praticamente impedisce ai legittimi proprietari di tornare a casa propria e li degrada a senza terra.
Da allora 170 bambini e i loro genitori sono costretti a vivere in rifugi di fortuna ai bordi di una strada sterrata e polverosa. Cacciati dal loro paradiso naturale, centinaia di uomini e donne si sono dovuti arrangiare coprendo le misere baracche di legno con sacchi di plastica o canne intrecciate. Condizioni di vita al limite della sopravvivenza. Cibo scarso e poca acqua, sporca e contaminata.
“La situazione di questa gente è molto grave – commenta Edson Beiriz, il referente
dell’amministrazione regionale dalla Fondazione nazionale brasiliana degli indios
(Funai), lanciando l’emergenza -, è insostenibile e tende ad aggravarsi. Già tre bambini
sono morti per la fame. I capi famiglia sono sul piede di guerra. Non ce la fanno
più e reclamano giustizia. Minacciano di riprendersi le loro terre con o senza
il permesso delle autorità, non possono più restare a guardare i loro figli morire
come mosche”.
E ciò che è accaduto prima di seppellire il corpo di Jardeu, un anno di età,
la prima delle piccole vittime, la dice lunga.
Prima di iniziare la cerimonia funebre, gli indios hanno esposto il bimbo nel bel mezzo della BR-158, bloccando il traffico. Nel frattempo un gruppo di uomini si è addentrato nella loro terra ancestrale per scavare la fossa in cui deporre il feretro del bambino. E’ là e soltanto là che questa gente, da sempre in totale osmosi con la natura, concepisce la sepoltura, la restituzione del corpo alla pacha mama.
“Questo bambino adesso è morto – ha pronunciato Damiao, il cacique, capo supremo della tribù – Ma è un guerriero che ritorna nella Terra indigena di Marãiwatsede”. E lo stesso rituale si è svolto per gli altri due.
Una situazione al limite. “Adesso basta. La Costituzione è stata violata a sufficienza. Gli Xavante non possono più aspettare, si rimpossesseranno immediatamente della loro terra, al di là di ogni provvedimento contrario espresso dalla corte di giustizia, e per protesta invaderanno la Casa della Salute Indigena appartenente al Ministero competente, il Funasa”, ha concluso.
Una minaccia che sta per diventare realtà con il crescere della tensione e il
peggiorare delle condizioni di salute dei bambini ricoverati all’ospedale di Agua
Boa e Barra do Garcas.
Su suggerimento di Beireiz, intanto, il Funai ha sollecitato il Funasa a inviare
urgentemente una equipe medica per visitare i bambini e continua a fare pressioni
sui responsabili governativi.
La Terra Indigena Marãiwatsede, un misto di foresta e cerrado (savana di erbe e arbusti), è situata nel municipio di Alto Boa Vista, nello stato del Mato Grosso, e comprende 165mila ettari ufficialmente dichiarati di proprietà degli Xavante dalla Presidenza della Repubblica.
Gli Xavante, il popolo più importante del Mato Grosso Brasiliano, sono cacciatori e raccoglitori che da secoli hanno costruito il proprio ecosistema basandosi sulla presenza del Rio das Mortes, che fino a cinquanta anni fa costituiva un vero e proprio confine fra la vita e la morte per qualunque uomo bianco avesse intenzione di attraversarlo. Da secoli, infatti, questo popolo sta cercando con tutta la forza che ha di conservare la propria identità in un mondo dominato dai colonizzatori.
A differenza di molti altri indios, questa gente ha rifiutato fino a poco tempo fa ogni contatto con i bianchi. “E non senza ragione – spiega Maria Luisa Bozzi del Wwf, associazioni che ha collaborato con gli indios per cercare di arginare l’estinzione di alcune specie animali-. Troppe volte la fiducia di altre tribù indigene era stata ripagata con villaggi bombardati, sacchi di cibo avvelenato (come lo zucchero alla stricnina) e doni infettati da batteri letali. Tutte strategie dell’uomo bianco per aprire allo sfruttamento enormi inesplorati territori. A memoria dell’intransigenza Xavante il più grande villaggio della riserva porta il nome di Pimentel Barbosa, l’ufficiale brasiliano convinto di potervi entrare con i suoi soldati perché aveva deposto le armi fuori dell'abitato. Furono uccisi tutti. Era il 1942: quattro anni dopo, gli Xavante accettarono di venire a patti con il Servizio di Protezione degli Indios. Ma sia chiaro: l'accordo non è mai stato considerato una sottomissione. Costretti a fare i conti con l'uomo bianco, hanno capito che dovevano impossessarsi dei suoi stessi strumenti culturali se non volevano soccombere. La conoscenza, come la saggezza degli anziani, è un valore fondamentale nella società Xavante, dove l'esperienza di una generazione passa alla successiva attraverso le parole, dai vecchi ai giovani. Decisi a superare la distanza culturale, una quindicina di anni fa inviarono cinque ragazzi, fra i dieci e i quindici anni, a imparare le regole dei bianchi. Affidati ad altrettante famiglie brasiliane della città di Ribeiro Preto, Stato di San Paolo, i giovani Xavante in otto anni conseguirono un livello di istruzione sufficiente ad aiutare la loro gente a far fronte al mondo esterno, continuando a vivere nella riserva di Rio das Mortes secondo le proprie tradizioni”.
Togliere questa gente dal loro habitat, dunque, significa ucciderli. E’ chiaro che la loro società è da secoli improntata su tradizioni minuziose e preziose, che non lasciano niente al caso.
“La tecnica di caccia più utilizzata dagli Xavante è antichissima, simile a quella
dei cacciatori del Paleolitico, e consiste nel circondare una zona, incendiarla
e uccidere tutti gli animali in fuga – riprende l’esperta del Wwf -. Gli Xavante
usano lance, arco e frecce, ma anche fucili e pistole. Il bottino di caccia viene
consumato da tutto il villaggio per molti giorni consecutivi. Se la caccia è una
attività maschile, la raccolta di tuberi e frutti, insieme alla coltivazione di
un po' di manioca, è femminile. La società Xavante è rigidamente divisa secondo
il sesso e le fasce di età. A 10 anni i maschi lasciano la famiglia per vivere
con i coetanei in
una capanna, dove per cinque anni vengono educati a vincere la fatica, il dolore
e la paura e ad agire come un gruppo compatto. Nel rito finale di iniziazione
tutti insieme passano venti giorni e venti notti, con brevi riposi e scarni pasti
di riso, immersi fino alle ascelle nel fiume battendo ritmicamente l'acqua con
le mani. A suggello della prova, un bastoncino viene infilato nel lobo forato
di un orecchio: il ragazzo è diventato uomo. Oggi gli Xavante non vogliono più
mandare i figli a scuola lontano, con il rischio che perdano la propria identità:
si diventa Xavante giorno per giorno, nel proprio villaggio. Così hanno chiesto
aiuto all'Unicef e, come risultato, un linguista dell'Università del Mato Grosso
con la collaborazione del Warà degli anziani sta dando alla lingua Xavante una
forma scritta con l'alfabeto fonetico e la traduzione in portoghese, e uno storico
sta preparando schede di storia. La scuola è già stata costruita, appena fuori
del villaggio".
Come i più antichi cacciatori raccoglitori, gli Xavante hanno un profondo senso della collettività. Secondo il loro modo di pensare, un individuo isolato è finito. Quando uno di loro si ammala, tutti i parenti si riuniscono e rimangono con lui a sostenerlo. Malattie quali tubercolosi, influenza e certe forme di diarrea, verso le quali in 50 anni di contatto questi indios non hanno ancora evoluto una resistenza, hanno un esito letale. E ciò che sta succedendo a quei bambini ne è la prova tangibile.
“Quando i sintomi del malato non rientrano nella cultura Xavante – conclude Maria Luisa Bozzi - tutto il gruppo cerca aiuto dalla medicina dell'uomo bianco. Altri occidentali, come il biologo Frans Leeuwenberg dell'Unicef, lavorano con gli Xavante per la difesa del loro diritto alla sopravvivenza. Grazie agli sforzi di questa gente, alle vaccinazioni dei bambini e alle cure, la mortalità infantile è molto diminuita e la tubercolosi è sotto controllo. Risultato: in 5 anni la popolazione della riserva di Rio das Mortes è aumentata del 10”.
E tutto questo nella loro terra ancestrale, nel loro ecosistema, nel loro piccolo mondo nel cuore dell'Amazzonia. Quindi, come pretendere che adesso restino inermi, cacciati fuori da casa propria, a guardare i propri figli morire?
Stella Spinelli