10/03/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Haminatou Haidar e la prima (e unica) 'festa della donna' nel Sahara Occidentale

8 marzo 2009. Al centro delle celebrazioni per la "festa della donna" vi sono messaggi di preoccupato allarmismo rispetto a una situazione che si dice peggiorata.

Discriminazione e violenza, in realtà, ci sono sempre state, e sempre ad altissimi livelli di diffusione. Può darsi che si tratti del solito "mezzuccio" per distogliere l'attenzione dai fatti di incertezza, economica e politica, nella quale versa il Paese. Del resto, la violenza contro le donne non è nuova a strumentalizzazioni: vi ricordate la piega che prese la campagna elettorale per l'elezione del sindaco di Roma nell'aprile del 2008 dopo tre casi di aggressione contro donne?
In un Paese "civile" dove soprattutto nell'intimità delle proprie case si paga ancora il retaggio di una tradizione della disparità, ci sentiamo di tornare al significato originario di questa "festa" di lotta e di protesta.

Non molti anni fa, nel marzo del 2005, una donna saharawi, Haminatou Haidar, decise di celebrare la giornata delle donne nel Sahara Occidentale. Il clima era particolarmente caldo perché non più tardi di tre mesi dopo sarebbe scoppiata quella che i Saharawi definiscono "seconda Intifadah", per distinguerla dai movimenti indipendentisti nei confronti della Spagna degli anni '70. Quella fu la prima e ultima volta che, sotto al Regno del Marocco, qualcuno ha cercato di festeggiare le donne.

Ad Haminatou venne tolto lo stipendio di funzionaria poi, il 17 giugno dello stesso anno, fu arrestata all'ospedale, dove si era ricoverata per le percosse subite durante una manifestazione per l'indipendenza (aveva profonde ferite sul capo e tre costole rotte). Accusata di violenza, fu incarcerata nella famigerata "Carcel negra" di El Ayoun, quella utilizzata fin dai tempi coloniali e rimasta uguale a se stessa, dove la situazione di sovraffollamento è tale da impedire ai detenuti persino di camminare. Nulla rispetto a quando, ventenne, fu prelevata da casa e tenuta con gli occhi bendati per quattro anni in un centro segreto. Tutti la credevano morta, mentre lei veniva torturata con fili elettrici e prodotti chimici.

Nel 2005, assieme agli altri attivisti, Haminatou iniziò uno sciopero della fame che durò 51 giorni; fino a quando, il 27 ottobre, il Parlamento europeo richiese finalmente il suo rilascio immediato, istituendo una commissione ad hoc. In occasione della liberazione, la famiglia di Haminatou fu obbligata ad abbandonare casa; mentre la figlia di 11 anni veniva interrogata! Il 17 gennaio 2006, al termine della condanna, Haminatou dichiarò con fermezza che la lotta saharawi avrebbe usato solo metodi non violenti: sit-in, slogan e bandiere della RASD (la Repubblica Araba Saharawi Democratica), che vengono appese ai fili della luce. O biglietti con su scritto "indipendenza", che il forte vento del Sahara ha il merito di spargere velocemente, così come fa Internet con le foto di denuncia scattate dai telefonini.

Lontano dai suoi figli, ai quali le autorità marocchine hanno negato il passaporto e il diritto all'espatrio, ora Haminatou è ambasciatrice instancabile della lotta pacifica del popolo saharawi; tanto da essere stata insignita, lo scorso anno, del Premio Robert Kennedy per i diritti umani. Anche nei numerosi incontri avvenuti durante l'ultimo viaggio in Italia, nel mese di febbraio, Haminatou ha ribadito con forza la necessità di dare mandato alla MINURSO, la Missione di pace delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale, di vigilare sul rispetto dei diritti umani; cosa che attualmente non accade a causa del veto dei Paesi amici del Marocco. Sarebbe forse sufficiente che gli uomini e le donne di potere avessero soltanto un briciolo del suo coraggio.

Chiara Vecchio Nepita

 

 

 

Categoria: Diritti, Donne
Luogo: Sahara Occidentale