23/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Molti considerano la Cina un Paese comunista. In realtà non lo è più
Nel giorno in cui l’Assemblea Nazionale fa entrare la proprietà privata nella Costituzione, il nostro corrispondente, Piergiorgio Pescali, racconta da Shangai, come sta mutando il paese più popoloso al mondo.

E’ la prima volta dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese, nel 1949, che viene fatto un emendamento per affermare la legittimità della proprietà privata.

“E’ la Cina che cambia, trascinando con sé due mondi inconciliabili. Le rivoluzioni sono iniziate tutte da Shangai. Una città in fermento e, a ridosso, un gruppo di abitanti poveri e increduli..”
 
scritto per noi da
Piergiorgio Pescali
 
All’alba il sole non rompe la coltre di smog che soffoca la città. Accanto al lungofiume, il Bund , alcuni gruppi di giovani e di anziani praticano le arti marziali del tai ji e del qi cong , incuranti del vento gelido. Poco distante uno stereo martella note di cha-cha-cha. Alcuni pensionati accennano a seguirne il ritmo. Alle sei del mattino il traffico è già sostenuto.

Shanghai, come tutta la Cina, si sforza di far convivere due mondi inconciliabili. Lo prova lo svluppo urbano sempre più diviso tra antico e moderno. Fino a dieci anni fa, il fiume Hwangpu era il limite estremo della metropoli, oltre il quale, a oriente, iniziava la campagna con i campi di riso e di grano. Oggi quest’area si chiama Pudong , (letteralmente “a est del fiume” ) ed è la nuova zona industriale e residenziale della città, costata 40 miliardi di dollari. Qui, ogni giorno, si riversano migliaia di operai, impiegati e uomini d’affari.

Dal B und  nel profilo di Pudong si distinguono la Jin Mao Tower , 420 metri di cemento e acciaio e la mastodontica Oriental Pearl Tv Tower , alta 457 metri. Dietro, la Shanghai vecchia: il Peace Hotel , la Casa Doganiera e il consolato russo. Edifici storici sempre più isolati in un contesto archittetonico e urbanistico in continuo mutamento.
E’ una filosofia di vita a cambiare. Non esiste in cinese una traduzione esatta della parola “filosofia”. Si tende ad assegnare a questa idea l’ideogramma dao¸ (“ via”), la cui radice indica movimento. Il dao è la base del pensiero cinese, della sua politica, del suo mutare continuo e si contrappone al pensiero occidentale che ruota, invece, attorno a un perno unico e fisso: l’Essere Supremo, il Logos, Dio.

E’ un concetto basilare per comprendere ciò che accade ed è accaduto in Cina in questi ultimi decenni: la rivoluzione comunista (1925-27), quella culturale (1966) di Mao Zedong, la svolta di Deng Xiaoping (riabilitato alla politica a partire dal ’73) sintetizzata dal concetto “un Paese, due sistemi”, impensabile in Occidente.


Shanghai da 150 anni è punto di partenza dei processi rivoluzionari. Da qui, più che da Pechino, si comprende la Cina e il suo possibile futuro.
A Shanghai è nato il Partito Comunista nel 1921, e prima di raggiungere i massimi vertici del governo, l’ex presidente della Repubblica Jiang Zemin (1993-marzo 2003), è stato a capo della sezione locale del Partito e sindaco della città. Infine, Shanghai è stata una delle prime metropoli in cui è scomparsa dal vocabolario del cinese medio la parola tong zhi : “compagno”.

Del comunismo restano visibili solo alcuni aspetti simbolici: la bandiera rossa, le statue di Mao, le divise dei militari.

“Non bisogna dimenticare che la Cina è all’80 per cento una realtà agricola - sostiene Alessandro Arduino, responsabile dell'Ufficio Economico del consolato italianoa Shanghai - Con la progressiva riduzione dei dazi, conseguenza dell'adesione all'Organizzazione Mondiale del commercio ( WTO ), il mercato locale sarà inondato da prodotti alimentari statunitensi ed europei che piegheranno l’economia contadina".

Ma questo non sembra interessare Washington, principale sostenitore della politica del WTO. Qualche anno fa, la Praxair, una delle maggiori società chimiche degli States, affermava: "abbiamo trasformato campi di riso in fabbriche moderne". L'industrializzazione forzata trasferita in un contesto contadino non tiene conto degli squilibri sociali che può produrre non solo in Cina, ma in tutta l'Asia.

Eric Randall, capo analista di una società finanziaria USA, elogia il lavoro di “ristrutturazione” di un intero quartiere a sud di Huaihai Zonglu: “Al posto delle vecchie case sorgeranno uffici, grandi magazzini, ristoranti, negozi di lusso”. E gli abitanti? “Tutti trasferiti. Il governo ha dato loro appartamenti a Pudong con un affitto bassissimo”, risponde Randall. 
Centinaia di famiglie hanno dovuto caricare in fretta i pochi mobili sui camion messi a disposizione dal comune. Le ruspe hanno cominciato a sventrare gli edifici coloniali. Una settimana dopo squadre di operai già costruiscono nuove palazzine. “Distruggere per ricostruire” era uno dei temi cari a Mao Zedong. Qui lo applicano alla lettera. «La mia famiglia - dice mestamente una donna anziana -  ha vissuto in questo quartiere per generazioni e ora mi dicono che devo andare via..."  Poco lontano i rappresentanti di un comitato locale innalzano cartelli di protesta contro la nuova politica comunale.

La risposta è semplice: lo sviluppo annuo del 10,2 per cento dell’economia della metropoli travolge gli interessi dei deboli e delle minoranze. Per garantire tassi di sviluppo iperbolico, il sindaco tecnocrate deve fissare continuamente nuovi traguardi. Nel futuro c’è il grande 'polo' informatico e finanziario che, con la costruzione del nuovo porto entro il 2005, proietterà Shanghai al centro dell’economia asiatica.

 
Categoria: Popoli
Luogo: Cina