
Pensi alle grandi potenze che controllano il mercato e le infinite risorse del
continente africano e ti vengono in mente le ex potenze coloniali, come Francia
e Inghilterra, oltre naturalmente agli Stati Uniti. Pochi sanno tuttavia che una
nuova onda di investitori venuti dall’oriente ha da qualche decennio messo le
mani sull’economia di molti Paesi dell’Africa sub-sahariana. Non i libanesi, che
già controllano il piccolo-medio commercio dell’ovest.
E nemmeno gli indiani, con la loro ormai consolidata influenza economica nell’est.
Vengono dalla Cina, i nuovi padroni dell’Africa. E, quasi in silenzio, si sono
già conquistati una bella fetta di continente.
Chi gira per Nairobi, Khartoum o Dakar, noterà un numero sempre più alto di cittadini
provenienti dalla Repubblica Popolare: diplomatici, uomini d’affari, commercianti,
rivenditori. Tutti con piccole attività commerciali legate all’import-export o
al seguito di importanti multinazionali che spostano capitali da miliardi di
yuan all’anno. A Lagos, nel quartiere alla moda di Ikoyi, ci sono ben due
Chinatown, piene di negozianti cinesi che spacchettano generi di ogni tipo – principalmente
capi di vestiario – da grossi scatoloni, impartendo ordini ai commessi locali.
In Lesotho questo fenomeno avrebbe provocato, secondo alcune notizie apparse di
recente sui giornali sudafricani, una vera e propria crisi dell’industria tessile
locale, scatenando le proteste dei sindacati e dei lavoratori. E c’è dell’altro.
Secondo una recente ricerca effettuata dal sito di approfondimento
Equilibri.net, che si occupa di questioni geopolitiche internazionali, Pechino avrebbe realizzato,
dal 1956 al 1999, un totale di 618 progetti per lo sviluppo nel continente africano,
nel tentativo di ingraziarsi le amicizie dei governi e di aprire canali commerciali.
I risultati degli ultimi cinquant’anni di relazioni diplomatiche si vedono ora
che la Cina gioca un ruolo centrale nell’economia di molti paesi africani. Se,
secondo il quotidiano International Heral Tribune, le relazioni commerciali tra
Pechino (che è in diretta concorrenza con la sua acerrima rivale, Taiwan) e l’Africa
nell’anno 2002-2003 hanno prodotto un giro d’affari di 18,5 miliardi di dollari,
per il 2006 se ne prevedono quasi il doppio, segno che l’intesa cresce di mese
in mese. Nell’anno appena passato, secondo i dati diffusi dalla Jamestown Foundation,
ben 674 compagnie cinesi operavano nel continente.
Mali, Botswana, Gabon, Etiopia. Sono tra i molti paesi con cui Pechino intrattiene
affari, e che hanno deciso di riconoscere la cosiddetta ‘One China Policy’: ovvero il principio secondo il quale esiste una sola, indivisibile Cina, compresa
la ‘ribelle’ Taiwan. Una condizione che chiunque voglia intrattenere relazioni
diplomatiche con la Repubblica Popolare deve accettare. E che in molte parti dell’Africa
ha fruttato porti, strade, infrastrutture e progetti di sviluppo o di scambio
culturale.
Il fatto in sé non è recente. La storia dei rapporti commerciali tra cinesi e
africani è radicata nei secoli, quando i primi commercianti dagli occhi a mandorla
attraversavano l’Oceano Indiano insieme a malesi, indonesiani, indiani e omaniti,
intrattenendo scambi con le popolazioni dell’Africa orientale. Già durante la
guerra fredda la Repubblica Popolare guidata da Mao Tse Tung mandava messi ad
incontrare gli esponenti dei giovani stati africani, freschi di indipendenza e
desiderosi, almeno in teoria, di aprire le porte allo sviluppo attraverso relazioni
con l’esterno.
Rispetto alle sue concorrenti, la Cina ha sempre avuto il vantaggio di presentarsi
agli africani come un partner alla pari e non come una ex-potenza coloniale contro
cui nutrire qualche risentimento. Ha avviato, almeno formalmente, una serie di
politiche atte a favorire le esportazioni dei Paesi in cui investiva, a volte
abolendo le spese doganali.

Ma è anche entrata in affari con governi dalla reputazione dubbia. Il caso del
Sudan è balzato più volte alle cronache internazionale. Alla continua ricerca
di petrolio, di cui è seconda consumatrice al mondo dopo gli Stati Uniti, la Cina
ha messo le mani sul pregiato petrolio sudanese già durante la guerra civile tra
nord e sud che ha dilaniato il Paese per cinquant’anni e che si è conclusa ufficialmente
nell’estate scorsa. Gli accordi di pace prevedono che sia il nord islamico sia
il sud cristiano-animista si spartiscano i proventi dei giacimenti di oro nero
di cui sono ricchissime le regioni meridionali. La Cina è la principale estrattrice
e allo stesso tempo beneficiaria degli accordi.
Ma la crisi politica e umanitaria del Darfur potrebbe indurla a concentrare le
proprie forze negli altri quattro paesi africani in cui sta estraendo (Ciad, Nigeria,
Angola e Gabon), sgomitando con le altre multinazionali straniere.
Da tempo infatti la comunità internazionale sta valutando l’ipotesi di applicare
sanzioni contro il governo sudanese, coinvolto nella guerra contro le popolazioni
del Darfur attraverso il suo appoggio alle milizie assassine Janjaweed. La Cina, principale partner commerciale del governo sudanese, si è finora opposta,
mostrando poco interesse per i diritti umani, contro i quali già tra le mura di
casa deve rispondere di gravi violazioni.
Inoltre c’è il problema non indifferente del traffico di armi. Secondo alcuni
rapporti diffusi da Amnesty International, la Cina ne fornirebbe sottobanco al
Sudan, all’Etiopia e all’Eritrea (due Paesi coinvolti in un lungo conflitto ancora
lontano dalla risoluzione), Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. L’altra
faccia del business, come la chiama qualcuno.