23/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



L'accusa di una ong: 900mila persone nel Paese sono ridotte in schiavitù
Incatenati nel desertoNascono con le catene. Hanno un proprietario e degli obblighi da rispettare. Non hanno alcun diritto. Sono gli schiavi del Niger.

“E’ dal 1991 che denunciamo questa situazione ignobile”, racconta con voce profonda a Peacereporter Ilguilas Weilà, presidente della Timidria, l’associazione umanitaria nigerina con base nella capitale Niamey che si batte per la definitiva abolizione della schiavitù in Niger. “Nel nostro Paese ci sono generazioni di schiavi, che nascono, vivono e muoiono sotto lo stesso padrone. La comunità internazionale li ignora, il governo può fare poco o nulla”.

Sono quasi 900mila su 12milioni di abitanti, l’otto percento della popolazione, le persone ridotte in schiavitù nell’arida repubblica africana, incastrata fra il deserto del Sahara a nord e i paesi del Golfo del Benin a sud, in un’area raramente battuta dai media internazionali e tristemente famosa per lo stato di estrema povertà in cui vive la popolazione.

Mappa Gli schiavi del Niger sono tornati alla cronaca nei giorni scorsi, dopo che la cerimonia di liberazione di un gruppo di loro nella città centrale di Tahoua aveva allarmato le autorità locali, preoccupate che la vicenda venisse troppo pubblicizzata dai media.
“Si trattava di una cerimonia nella quale un gruppo di capi-comunità di etnia Hausa, per dimostrare la loro magnanimità e il loro impegno sociale, hanno lasciato che i propri schiavi se ne andassero liberi”, continua Ilguilas nel suo francese velato dalla cadenza tamashek . Ma le autorità hanno avuto paura. Non volevano compromettere l’immagine del Paese, per questo non hanno permesso ai giornalisti di registrare l’evento, o di compiere indagini”.

Quello che desta preoccupazione nella comunità internazionale è la presenza di una vera e propria ‘casta’ di schiavi nel Paese.
A chi nasce soggiogato è concesso di sposarsi, ma solo con chi vive nella stessa condizione. Questo dà vita a una catena di generazioni, vincolate dalla schiavitù, rinnegate dalla società.

Incatenati nel deserto “Qui in Niger ce ne sono davvero tanti”, racconta un venditore di tappeti del mercato centrale di Niamey. “Mi capita di vederne spesso, tra le bancarelle, mentre fanno acquisti per i propri padroni.”

Nel maggio di quest’anno il governo del Paese ha approvato un decreto legge che proibisce la riduzione in schiavitù e lo sfruttamento del lavoro. Secondo la normativa, tutti coloro che riducono in catene o obbligano chicchessia ai lavori forzati, rischiano fino a trent’anni di carcere.

Nonostante il provvedimento, la condizione degli schiavi in Niger resta allarmante. Una recente indagine condotta dalla Timidria rivela infatti che molti di loro portano addosso i segni di coercizioni e violenze: catene alle caviglie, segni di maltrattamenti e torture sono un marchio che spesso li contrassegna nelle regioni di Agadez, Tahoua, Maradi, Dosso, Zinder, Tillabery.

“Vengono costantemente umiliati, bistrattati, ignorati”, conclude rassegnato Ilguilas. “Qui in Niger c’è la Timidria che li difende. Ma in altri Paesi della fascia sub-sahariana del sahel non c’è nessuno che se ne occupa. In Sudan, Mali, Burkina Faso, Mauritania, Camerun ci sono veri e propri mercati, dove la ‘carne umana’ viene venduta al miglior offerente. Noi continueremo a lottare perché tutto questo un giorno finisca”.

Pablo Trincia
 
Categoria: Diritti, Tortura
Luogo: Niger
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