04/03/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Accusato dei crimini di guerra in Darfur, è il primo presidente in carica ad essere incriminato

scritto per noi da
Matteo Fagotto

 

E' un giorno storico per la Corte Penale Internazionale dell'Aja, che oggi, per la prima volta dalla sua nascita, ha emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti di un capo di Stato ancora in carica: il presidente sudanese, Hassan Omar al Bashir, potrebbe essere così processato con l'accusa di aver ideato e diretto i crimini di guerra e contro l'umanità (ma non per genocidio, imputazione dal quale è stato prosciolto) avvenuti durante la guerra in Darfur, scoppiata nel febbraio del 2003 e costata la vita ad almeno 300.000 persone.

Hassan Omar al BashirLa Camera per le indagini preliminari della Corte ha così parzialmente accolto le richieste del procuratore generale Luis Moreno Ocampo, che aveva chiesto per Bashir un mandato di cattura internazionale per dieci capi d'accusa, tra i quali genocidio, assassinii, tortura e stupro. Secondo l'accusa, i crimini perpetrati dalle milizie sudanesi Janjaweed, accusate di essere alleate del governo di Khartoum nel combattere i ribelli darfurini, sarebbero stati pianificati dall'alto, con il consenso delle più alte sfere di governo e in particolare di Bashir. Che, ancora ieri, per sfidare Ocampo ha organizzato una manifestazione in cui ha ballato in mezzo a migliaia di sostenitori festanti, sminuendo le eventuali conseguenze di un mandato di arresto.

Difficile infatti che, nonostante il mandato, Bashir venga effettivamente assicurato alla giustizia: le autorità sudanesi, le quali non hanno mai ratificato il Trattato di Roma che istituiva la Corte, hanno accusato il tribunale di "neocolonialismo", facendo sapere che non coopereranno nella cattura del presidente. In teoria, le migliaia di peacekeepers presenti in Darfur nell'ambito della missione Unamid, gestita da Onu e Unione Africana, potrebbero arrestare Bashir, ma l'eventualità di un simile scenario è estremamente remota. Se non altro perché, presumibilmente, saranno gli stessi peacekeepers a doversi difendere dalle probabili conseguenze che la decisione di oggi comporterà a livello pratico. Già nei mesi scorsi, infatti, le autorità sudanesi avevano avvertito che l'emissione di un mandato di cattura nei confronti del loro presidente avrebbe potuto avere serie conseguenze per la sicurezza dei caschi blu, già presi di mira in passato sia dai Janjaweed che dai ribelli del Darfur. Sempre oggi, Medici Senza Frontiere ha annunciato che lascerà la regione per ordine del governo sudanese, il quale si è detto impossibilitato a garantire la sicurezza dello staff a séguito della decisione della Corte.

Manifestanti darfurini davanti alla Corte dell'AjaOra, la palla passa nelle mani dell'Onu, che nel 2005 diede ad Ocampo la giurisdizione per investigare sui possibili crimini di guerra commessi in Darfur. I Paesi dell'Unione Africana e della Lega Araba, preoccupati delle possibili conseguenze di un mandato di cattura, hanno fatto pressioni sul Consiglio di Sicurezza perché "congelasse" il mandato per un anno. Ma i membri del Consiglio, specie quelli con diritto di veto, appaiono divisi: contrariamente a Russia e Cina, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna non sembrano disposti a concedere ulteriore tempo a Bashir. La domanda riguarda ora le possibili conseguenze del mandato sul processo di pace in Darfur, avviato anni fa ma mai seriamente decollato soprattutto a causa delle divisioni interne ai ribelli, frazionatisi in qualcosa come dodici gruppi rispetto ai due iniziali. E' molto probabile che la decisione di oggi irrigidirà la posizione del governo di Khartoum, nonostante alcuni possano vedere il mandato nei confronti di Bashir come un ulteriore strumento per esercitare pressione nei confronti delle autorità sudanesi.

 

Matteo Fagotto

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