Migliaia di persone nella regione di Galgadud non hanno assistenza medica
“Qui non è rimasto più nulla. Mancano letti, acqua, medicinali, le attrezzature
più semplici.
I muri trasudano sporcizia, non ci sono porte né finestre. I pazienti
dormono in corridoi bui e dalle pareti scrostate. Non sappiamo proprio
come curarli”.
E’ stanco e demoralizzato Ahmed Mahadi, medico dell’unico ospedale
della città di Dhuusamarreeb, capoluogo della regione di Galgadud,
nella Somalia sud-occidentale.
Da più di tre anni, con l’associazione SAHCE (Somali Association of
Healty Care and Education), di cui è presidente, si è stabilito
nell’area disastrata per portare assistenza umanitaria alla
popolazione.
Ora, però, molte organizzazioni non governative hanno lasciato la zona, lasciandola
completamente priva di aiuti.
“Si sono dimenticati di noi. C’è rimasta solo la Croce Rossa
Internazionale e un’equipe di Medici Senza Frontiere, ma la situazione
è comunque tragica. Migliaia di persone soffrono di anemia,
malnutrizione e tante altre malattie che debilitano l’organismo. Stiamo
parlando soprattutto di donne, vecchi e tanti bambini”.
“E’ stata un’equipe di italiani a costruire questo ospedale”, continua
il medico. “Ma se ne sono andati anche loro, nel 1990. E’ stata la
guerra a mandarli via. Nel 1993 non c’era già più nessuno”.
La regione di Galgadud è da poco ripiombata in una guerra che da anni mette
in ginocchio la Somalia.
E’ qui che nei giorni scorsi, secondo alcune agenzie di stampa
internazionali, gli scontri a fuoco tra il gruppo Marehan, appartenente
al clan dei Darod, e quello Fiq Mahmoud, di quello dei Dir, avrebbero
causato la morte di quarantanove persone e il ferimento di circa
settanta.
“Sono due dei quattro clan della Somalia che si contendono il
territorio”, racconta a PeaceReporter da Nairobi Abdi Hassan, redattore
della IRIN (United Nations Integrated Regional Information). “I Marehan
vogliono sbarazzarsi dei Fiq Mahmoud e viceversa. Quello che inquieta è
che spesso membri della stessa famiglia si trovano in fazioni opposte.
E si uccidono”.
“Da dieci anni era tornata la calma”, gli fa eco da Galgadud il dottor Mahadi.
“Questi scontri non fanno che spaventarci ulteriormente, viste le già
disastrate condizioni in cui versano gli abitanti. Abbiamo bisogno di
farmaci per assisterli e di tanto personale medico. Qui a Dhuusamarreeb
non arriva nulla, e tutto il know-how che ci serve è a Mogadiscio, la
capitale.”
Cosa riserva il futuro a Galgadud e ai suoi abitanti?
Il dottore respira profondamente, poi sorride. “Nonostante la comunità
internazionale ignori i nostri ripetuti appelli e sebbene questo
ospedale sia oramai il fantasma di quello che era dieci anni fa, ho
fiducia che gli aiuti arriveranno. Col tempo e molto lentamente, ma
arriveranno.