Tra i minatori boliviani, che sottoterra si sentono vicini al mare che non hanno più
scritto per noi da
Paola Massa
Umberto è la nostra guida nelle miniere di Potosì: ha lavorato come
minatore per quindici anni e da tre ha deciso che fare la guida turistica è meglio
per la sua salute e gli permette di guadagnare qualcosa in più. Era uno dei tanti
lavoratori che avevano iniziato per tradizione familiare: suo padre era un minatore
fino a quando morì in una esplosione durante il lavoro e i suoi due fratelli minori
fanno la stessa vita. Appartengono a una delle 35 cooperative di minatori che
scavano nel Cero Rico di Potosì estraendo argento, stagno e zinco in condizioni
di estrema precarietà e insicurezza. A causa delle esposizioni a sostanze tossiche
molti lavoratori muoiono dopo 10-15 anni di silicosi polmonare e la maggior parte
di loro non hanno garantita né una assicurazione sanitaria né una assicurazione
sociale.
Le miniere della morte. Prima di entrare nella miniera, Umberto grida “vamos a la playa”. E’ questo
il motto di ogni minatore all’alba di ogni singola giornata di lavoro.
In Bolivia non esiste lo sbocco al mare e nella profondità delle miniere, dove
spesso si incontra l’acqua, si sentono vicini a ciò che per loro più assomiglia
al Pacifico, il perduto Pacifico.
La montagna che dette tanta ricchezza agli spagnoli durante il colonialismo
per l’immensa quantità d’argento che conteneva, rappresentò l’inizio della morte
di milioni di indigeni. E ancora oggi uccide centinaia di persone a causa dell’alta
pericolosità. Passano l’intera giornata nel sottosuolo senza mangiare, riuscendo
a resistere alla fatica masticando coca e bevendo alcool puro. Le miniere sono
labirinti di umidità dove molti minatori lavorano da soli per più di 10 ore al
giorno e, lavorando a cottimo, spesso sono costretti a trattenersi fino a 24 ore
potendo salire solo una volta per mangiare qualcosa di veloce.
Lavoro minorile. Prima di iniziare la visita parliamo con due ragazzini di 14 e 15 anni che all’entrata
della miniera, ogni sabato, vendono pietre ai visitatori. Un modo per guadagnare
qualcosa con i turisti. Gli altri giorni, da tre anni ormai, sono minatori.
Lo stesso pomeriggio, nella piazza della città, Viviana, una ragazzina di 12
anni ci ha raccontato di suo cugino, 13enne, che da un anno ha iniziato a lavorare
nelle miniere perché costretto da suo padre. Inizialmente si lamentava, poi ha
smesso. Lei vende minerali del Cero Rico ai turisti e quando può va a scuola.
Umberto ci racconta che normalmente si inizia a lavorare nelle miniere a 15 anni,
ma molti bambini iniziano prima. A Potosí, però, i bambini non lavorano sotto
terra. Vengono utilizzati soprattutto per dividere i vari minerali una volta estratti.
Un mestiere pericolosissimo perché li costringe a respirare diverse sostanze tossiche
che causano gravi malattie, tra cui il blocco della crescita.
Per pochi soldi. Il loro guadagno è comunque minore rispetto ai minatori veri e propri, per questo
si spostano da Potosi, meta turistica quindi troppo esposta a occhi indiscreti,
e si imboscano in paesi sconosciuti dove nessuno impedisce loro di infiltrarsi
sotto terra e scomparire nel buio della miniera per ore. Molti minori, infatti,
non hanno il padre e lavorano per mantenere l’intera famiglia, spesso numerosa,
mentre la madre e le eventuali sorelle contribuiscono cucinando fuori dalle minerie
e sorvegliandole di notte.
Il guadagno medio di un minatore giovane è di 30-35 boliviani (circa 3 euro)
al giorno, ma aspirano a salire di categoria per poter guadagnare un po’ meglio.
Lavoro a cottimo. Esistono tre categorie di lavoratori e la differenza maggiore tra la terza e
la seconda, alle quali appartengono i più giovani, rispetto alla prima, è rappresentata
dalla mancanza di una paga fissa per le ultime due e la presenza di un’assicurazione
medica e sociale nell’ultima, con la possibilità di diventare perfino soci della
cooperativa.
Lavorare a cottimo crea estrema precarietà e lo spirito cooperativo è spesso
scavalcato dall’esigenza di sopravvivere. Così molti minatori sono costretti ad
assoldare guardie private per proteggersi da possibili razzie e per scoprire nuovi
filoni di minerale da estrarre.