19/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Le delegate al Gran Consiglio costituente lanciano un clamoroso "J'accuse"
scritto per noi da 
Marco Rivolta 
 
Donne contro“Siamo trattate come cittadini di seconda classe”. E’ questo il coro di protesta che si leva dalle cento coraggiose donne afgane che siedono sotto la grande tenda della Loya Jirga al politecnico di Kabul. Cento coraggiose a reclamare pari opportunità e pari diritti, costituzionalmente garantiti. Nell’Afganistan di oggi non è impresa molto più facile che qualche anno fa, sotto il regime dei talebani.

Insieme al ruolo dell’Islam e alla forma di governo del nuovo Stato afgano, uno dei temi più controversi della bozza di costituzione in discussione alla grande assemblea è il ruolo delle donne nella futura società afgana. Argomento delicato in un Paese dove un marito può condannare a morte la propria moglie per aver discusso a voce troppo alta con suo fratello e – imbracciato il kalashnikov – decidere di scorticarle le gambe con trentaquattro colpi. E’ accaduto, succederà ancora.

Donne contro “Non dovete cercare di porvi allo stesso livello degli uomini” - le ha bonariamente apostrofate due giorni fa il neoeletto presidente della Loya Jirga, Seraptullah Mujaddidi, all’atto di respingere la nomina a vicepresidente dell’assemblea di una delegata donna – “e ricordate che neppure Dio ha concesso alle donne diritti uguali a quelli degli uomini. Come dice la sharìa, la legge islamica, il voto di due donne equivale a quello di un solo uomo”. Parole dure, pesanti, come macigni.

Solo dopo che le cento delegate alla Jirga hanno minacciato di abbandonare in blocco i lavori, Mujaddidi ha accettato la nomina a quarto vicepresidente dell’assemblea di Safia Sediqi, delegata della provincia di Nangarhar, ma le sue parole hanno profondamente ridimensionato le aspettative che l’altra metà del cielo afgano riponeva nel dibattito sui propri diritti in seno alla Jirga.

Donne contro Non ha tuttavia tardato a reagire l’orgoglio delle donne afgane.
Ieri pomeriggio Malali Joya, delegata della provincia di Farah, ha sorpreso tutti lanciando uno storico j’accuse contro i comandanti mujaheddin presenti in gran numero alla Jirga. “Si tratta di criminali – ha dichiarato di fronte ai Cinquecento - che andrebbero processati in tribunale invece di essere seduti qui a decidere le sorti di questo Paese”. Accusandoli di essere i principali responsabili della distruzione di Kabul e del collasso socioeconomico dell’intero Afganistan nel corso della sanguinosa guerra civile degli anni ’90, Malali Joya si è scagliata particolarmente contro la presenza del leader ultraconservatore del partito Ittihad-e Islami, Abdul Rasul Sayaf.

Donne contro Il suo discorso ha raccolto qualche timido applauso, ma subito dopo il presidente Mujaddidi ha ordinato che venisse espulsa dall’assemblea.
A quel punto i rappresentanti mujaheddin messi sotto accusa da Joya hanno lanciato contro di lei il rabbioso grido di "Morte ai comunisti". 
Caos, confusione, e ordine sono tornati sotto il tendone bianco solo dopo l’intervento dei soldati dell’esercito afgano e grazie all’invito alla calma da parte dello stesso Sayaf, il quale però ha approfittato per lanciare un minaccioso avvertimento, ammonendo gli Stati Uniti e l’attuale governo afgano di non cercare di escludere la partecipazione degli ex-mujaheddin dal processo costituzionale. “Altrimenti - ha dichiarato - il sangue scorrerà in tutto l’Afganistan” .

Malali Joya ha ragione. Questo dice la gente.
Ancora una volta per le strade polverose di Kabul non si parla d’altro. La Jirga, e ciò che vi succede. Poco importa alla gente che di nemmeno uno dei centosessanta articoli di cui è composta la bozza costituzionale si sia ancora parlato alla grande assemblea, dopo cinque giorni di discussioni. Ciò che Malali Joya ha detto è condiviso, da molti. Soprattutto da chi ha vissuto la guerra fra le fazioni mujaheddin rimanendo a Kabul, senza scappare, vivendo per i lunghi anni della guerra civile di stenti e speranze. Quegli stessi comandanti che allora radevano al suolo interi quartieri di Kabul oggi siedono nella grande assemblea e decidono le sorti del (loro) Paese. A loro, ai sopravvissuti, non resta che scrollare il capo e riporre speranze nelle parole di una delle coraggiose cento.

 
 
Categoria: Donne
Luogo: Afghanistan
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