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La visita a Damasco di Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Deputati statunitense, nell'aprile 2007, aveva segnato una svolta importante nei rapporti tra Washington e Siria. Ma all'epoca il presidente Usa era ancora George W. Bush che, non ha caso, aveva aspramente condannato l'iniziativa della deputata del Partito Democratico. Oggi il presidente degli Stati Uniti è Barack Obama e, come in molti sperano, la politica Usa in Medio Oriente sta cambiando.
Il dialogo al posto del pugno di ferro. Obama lo aveva promesso in campagna elettorale. I colloqui di oggi a Washington tra l'ambasciatore siriano negli Usa Imad Moustapha e Jeffrey Feltman, il più importante diplomatico del Dipartimento di Stato Usa che si occupa di Medio Oriente, rappresentano un vero e proprio salto di qualità nei rapporti tra gli Stati Uniti e la Siria. Washington, infatti, aveva chiuso ogni relazione diplomatica con Damasco dopo l'omicidio a Beirut dell'ex premier libanese Rafiq Hariri, nel febbraio 2005. L'amministrazione Bush ha sempre ritenuto il regime di Assad, il presidente siriano, gravemente compromesso con l'omicidio, per l'ingerenza della Siria nella politica del Libano. Inoltre, per gli Stati Uniti, la Siria è uno di quegli stati canaglia sponsor del terrorismo internazionale, retrovia sicura per i guerriglieri che attaccavano le truppe Usa in Iraq e con ambizioni nucleari. Gli avvertimenti alla Siria non sono mancati: a settembre 2007 l'aviazione israeliana bombardava un presunto sito nucleare in territorio siriano, a ottobre dello scorso anno elicotteri da combattimento Usa compirono un raid in Siria contro un presunto rifugio di terroristi. Due attacchi pesanti, ma Assad ha saputo mantenere il sangue freddo, senza reagire. Sentiva che il vento stava cambiando.
Prove di disgelo. ''L'incontro è stato davvero costruttivo'', ha detto Moustapha alla fine del colloquio con Feltman. Il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha poi raffreddato gli animi, dichiarando che è ''troppo presto per sapere cosa accadrà in futuro'', anche perché il rapporto annuale del Dipartimento Usa sulle violazioni dei diritti umani del 2009 non è stata tenero con il regime di Assad. Qualcosa si muove, però. I primi segnali di disgelo della posizione internazionale della Siria erano arrivati a luglio dello scorso anno, in occasione della nascita dell'Unione per il Mediterraneo voluta dal presidente francese Sarkozy che aveva trattato Assad con i guanti bianchi. Il presidente siriano è cosciente di dover fare delle concessioni, in particolare sul fronte della democrazia interna, ma la sensazione è che abbia deciso di sfruttare fino in fondo la situazione per rientrare a pieno titolo nella comunità internazionale. Magari ottenendo uno 'sconto' dal tribunale delle Nazioni Unite che si appresta a indagare sulla morte di Hariri e sul ruolo avuto dal governo di Damasco. Sconto che varrebbe un allontanamento dall'Iran, da sempre principale alleato di Damasco. Molti governi guardano con timore alla crescente influenza iraniana come grande potenza regionale. Riuscire a portare la Siria 'dall'altra parte' sarebbe un bel colpo. Per Usa, Ue e per molti paesi arabi sunniti che non amano l'Iran e l'idea di una superpotenza sciita. In questo senso è da interpretare la visita ufficiale del ministro degli Esteri siriano, Walid Muallem, in Arabia Saudita due giorni fa. La famiglia reale saudita è l'antagonista naturale dell'Iran e l'apertura del dialogo con Damasco lancia un messaggio forte a Teheran. Assad, alla fine, potrebbe vincere la guerra, dopo aver perso qualche battaglia, soprattutto se otterrà anche una dichiarazione di pace con Israele e la soluzione della contesa sulle alture del Golan, occupate dagli israeliani nel 1967.
Christian Elia