08/03/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La crisi aumenta il rischio di disordini nelle campagne e nelle città. Proprio quello che Pechino ha cercato di evitare in ogni modo

scritto per noi da
Alessandro Ursic

 

Per quasi due decenni, il patto tra il Partito e il popolo aveva tenuto: in cambio di una crescita economica a doppia cifra, con conseguente netto miglioramento della vita per centinaia di milioni di persone, i cinesi erano disposti ad accettare una limitazione delle libertà personali e politiche, nel modello voluto da Pechino. Ma la crisi mondiale, smentendo le previsioni di molti, sta colpendo duro anche la Cina. Le autorità prevedono un anno difficile, con l'esplosione di conflitti sociali che mettano a rischio quella "stabilità" e "armonia" su cui tanto insiste Pechino, con l'obiettivo di prevenire sommovimenti pericolosi per chi detiene il potere.

La crisi qui è arrivata con un crollo delle esportazioni, dato il brusco calo dei consumi in Occidente. Migliaia di fabbriche specialmente nel sud del Paese, dove negli ultimi quindici anni si è costruito il miracolo economico cinese, hanno chiuso per mancanza di ordini: Pechino calcola in 20 milioni - a livello nazionale - i nuovi disoccupati che saranno costretti a tornare nelle campagne, ma altre stime credono che quella cifra sia stata raggiunta nella sola provincia meridionale del Guangdong, centro vitale delle esportazioni. Non che nel settore agricolo vada meglio, anche per problemi meteorologici: nel nord del Paese, dove vive metà della popolazione ma si trovano solo il 19 percento delle riserve acquifere, è in pieno corso quella che è stata definita la siccità peggiore degli ultimi cinquanta anni. Diverse sezioni del Fiume giallo sono quasi a secco. Sono stati sparati più di 400 razzi per creare nuvole artificiali, nella speranza di aumentare le precipitazioni. Lo stesso premier Wen Jiabao si è fatto riprendere mentre irrigava un campo di grano, promettendo soluzioni agli agricoltori preoccupati.

Secondo le stime della Fondo Monetario Internazionale, l'economia cinese crescerà del 6,7 percento nel 2009, il che costituirebbe il valore più basso dal 1990. E' una cifra che l'Occidente può sognarsi, ma negli anni diverse stime hanno identificato intorno al 7-8 percento la crescita minima annua che la Cina deve perseguire, se vuole continuare a creare posti di lavoro e quindi mantenere sotto controllo le tensioni sociali. Il Partito ha appena ribadito che l'obiettivo dell'8 percento verrà raggiunto, ed è vero che le autorità hanno numerose armi a loro disposizione in questa battaglia. Le banche cinesi sono ben capitalizzate, il tasso di risparmio è tra i più alti al mondo, le casse statali sono in salute e possono permettersi ambiziosi piani pubblici per la costruzione di infrastrutture: Pechino ha già annunciato un piano di stimoli per 4.000 miliardi di yuan (460 miliardi di euro) e promette di voler sostenere l'economia in ogni modo. Ma le cifre ufficiali sulla crescita - dato il completo controllo del Partito su di esse - sono viste con diffidenza da molti osservatori. Un recente studio statunitense mette in relazione la produzione di energia elettrica nel Paese e il tasso di crescita economica. Negli ultimi anni il primo indicatore saliva del 15 percento e l'aumento del Pil era comunque a due cifre. Negli ultimi mesi, il grafico mostra una diminuzione del 5 percento dell'elettricità prodotta, il che fa pensare a una contrazione economica.

Ciò ha portato i vertici del Partito a formulare fosche previsioni per i prossimi mesi. "Senza dubbio, andiamo incontro a un periodo che costituirà il picco dei disordini", ha ammesso un autorevole giornalista dell'agenzia statale Xinhua. "La redistribuzione della ricchezza attraverso rapine e furti potrebbe aumentare drasticamente, e le minacce alla stabilità sociale cresceranno. Molto probabilmente, ciò creerà una situazione di disordini su larga scala", ha scritto un ricercatore della Scuola centrale del Partito, prevedendo un aumento fino al 14 percento del tasso di disoccupazione nelle città.

Finora, i temuti massicci disordini non si sono ancora visti, ma in diverse città si segnalano proteste di lavoratori licenziati improvvisamente, senza neanche ricevere gli ultimi stipendi dagli imprenditori già fuggiti all'estero. Chi assume, spesso lo fa offrendo salari più bassi. Pechino prende nota, e in previsione di tensioni più alte ha appena iniziato un apposito corso di "aggiornamento" per 3.000 direttori locali delle forze dell'ordine, focalizzato proprio sul come fronteggiare il malcontento popolare. Il ministro per la Pubblica sicurezza, Meng Jianzhu, ha esortato i funzionari locali alla moderazione e al compromesso. Ma non sempre l'approccio è questo: l'uso della forza e la censura della situazione rimangono all'ordine del giorno. Un imprenditore ha raccontato di essere stato costretto dalla polizia, sotto la minaccia delle armi, a ritirare soldi in banca per pagare gli operai infuriati. E nel nord del Paese, a Linfen, dei giornalisti televisivi sono stati puniti per un filmato sull'occupazione di una fabbrica tessile da parte di 6.000 laoratori. Per gli ufficiali locali, il servizio avrebbe "distrutto la stabilità sociale".