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Alessandro Ursic
La crisi non è nata in Asia: qui non ci sono mutui subprime, bolle immobiliari scoppiate, famiglie indebitate o derivati tossici nei bilanci delle banche. Ma la brusca diminuzione dei consumi in America e in Europa ha portato a un crollo delle esportazioni - pilastro delle economie asiatiche - nell'Estremo Oriente, dal Giappone alla Malaysia. Migliaia di piccole aziende sorte negli anni del boom ora chiudono, una dopo l'altra, lasciando milioni di persone senza lavoro, o con i risparmi di una vita bruciati in Borsa. Per vari motivi sociali e culturali, e con alle spalle il precedente della crisi regionale del 1997, il timore è che ciò porti a un'impennata dei suicidi nei Paesi asiatici.
Non ci sono ancora numeri che possano confermare il fenomeno, ma diversi Stati hanno già cominciato a muoversi per contenerlo. In particolare Corea del Sud e Giappone, due tra i Paesi con il tasso di suicidi più alto a livello mondiale (rispettivamente 24,8 e 24 casi ogni 100mila persone, contro i 7,1 casi in Italia), e una produzione industriale quasi paralizzata. In Giappone, a gennaio le esportazioni sono calate del 46 percento, e si prevede che entro aprile saranno oltre 500mila i lavoratori diventati disoccupati negli ultimi sei mesi. Una brusca frenata nel commercio internazionale ha pesato sui cantieri navali sudcoreani e sul resto dell'export, facendo svalutare di oltre il 40 percento la valuta nazionale. Secondo l'Ufficio statistico nazionale di Seul, la crisi sta facendo abbassare anche il numero dei matrimoni, mai così in basso negli ultimi otto anni.
Il governo sudcoreano, in particolare, ha elaborato un piano nazionale per far calare il tasso di suicidi del 20 percento entro il 2013: tra le misure predisposte c'è l'aumento del personale medico specializzato in psicologia e psichiatria. Ma sono stati anche chiusi siti, blog e chat che incoraggiavano i lettori a organizzare suicidi simultanei via Internet. E la metropolitana di Seul ha anticipato di un anno i piani per l'installazione di barriere trasparenti tra banchine e binari, data l'impennata nel numero di persone che decidono di farla finita lasciandosi cadere al passaggio dei treni. Il Giappone ha piani simili per tutte le sue metropolitane, da completare entro il 2017. Di fronte a un'economia mai davvero ripresasi dalla fine del suo boom nei primi anni Novanta, il governo di Tokyo già due anni fa ha intrdotto misure per far calare il tasso di suicidi a 19 casi per 100mila abitanti, entro il 2016. Ma è probabile che la recente ondata di licenziamenti renda tali sforzi vani. Anche Hong Kong, già dallo scorso ottobre, ha introdotto numeri verdi per le persone colpite dalla crisi, e un mese fa sono state aperte cliniche specializzate contro la depressione in alcuni ospedali pubblici.
Un recente studio dell'università di Bristol, pubblicato a inizio febbraio, ha stimato gli effetti della crisi del 1997 sui suicidi in Asia. Secondo la ricerca, nel giro di un anno le persone che si tolsero la vita aumentarono del 45 percento in Corea del Sud, del 44 percento a Hong Kong e del 39 percento in Giappone. Le cause del fenomeno, per gli esperti, vanno ricercate nell'alto senso di responsabilità tipico di queste culture, nell'abitudine a farsi assorbire totalmente dal lavoro senza coltivare altri interessi, e nella riluttanza a cercare aiuto in caso di difficoltà. Ma manca anche un contorno che faccia da cuscinetto: "In Asia il sistema di sicurezza sociale non è ben sviluppato. Se la crisi finanziaria avrà un impatto sul tasso dei suicidi, sarà più pronunciato in Asia", spiega Paul Yip, direttore del Centro per la ricerca e la prevenzione dei suicidi all'Università di Hong Kong. In Giappone, tra l'altro, le leggi a favore della flessibilità introdotte negli ultimi anni hanno rivoluzionato il tradizionale rapporto di lunga durata tra dipendente e azienda. E sono proprio i lavoratori interinali - chiamati haken - a risentire più di tutti dei licenziamenti. Quando restano senza lavoro, spesso perdono anche la casa che l'azienda gli aveva fornito.
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