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''Credo che in campo musicale, ciclicamente, ogni dieci anni Sarajevo dia qualcosa che meriti di essere ricordato. Nella prima metà degli anni Ottanta c'era una grande scena underground, che successivamente divenne
mainstream. Dieci anni dopo, durante la guerra, abbiamo di nuovo avuto una scena underground veramente eccezionale, che sfortunatamente scomparve con gli ultimi giorni del conflitto. E ora, da due o tre anni, abbiamo una dozzina di band che verranno ricordate come la nuova scena di Sarajevo. Una scena molto vivace, che può avere qualcosa da dire anche al resto d'Europa. Se ci verrà data una chance'', racconta con impeto Sake del gruppo musicale Velahavle.
La prima immagine è quella scintillante della capitale bosniaca durante gli anni Ottanta, considerati la sua età dell'oro. Nel 'laboratorio-Sarajevo', stretto in una vallata, prosperavano la musica, con alcune delle rock band più celebri e creative della scena jugoslava (i Bijelo Dugme, in cui suonava il giovane Goran Bregović, gli Zabranjeno Pušenje), il cinema (il primo Emir Kusturica), nonché il teatro e le arti contemporanee. Sotto i riflettori internazionali nel 1984 in quanto sede delle Olimpiadi invernali, la città rappresentava davvero, oltre ogni retorica, un punto di incontro e costruttiva convivenza tra nazionalità e religioni diverse. Un luogo quasi mitico, se ricordato attraverso i racconti dei sarajevesi. La seconda immagine, invece, è in Occidente molto più conosciuta: bombardamenti dalle colline, civili nel mirino dei cecchini, palazzi in fiamme. Durante l'assedio, durato 1.300 giorni, l'ambiente artistico della città si mantenne effervescente e tentò di denunciare l'assurdità del conflitto, seducendo gli intellettuali occidentali. Qualcuno dice che alcuni di loro andarono a cercare un'avventura umanitaria nella capitale assediata. Ma cos'è Sarajevo nel 2008? Abbiamo cercato di raccontarla attraverso la sua scena musicale, al centro di un nostro documentario attualmente in fase di montaggio.
L'elemento principale che accomuna i vari attori del panorama musicale alternativo è la voglia di resistere alle sottoculture trash che sono state un prodotto del nazionalismo e dell'esperienza bellica. Il nemico comune è il cosiddetto turbofolk, un genere musicale di bassissima qualità nato negli anni novanta mischiando musica folk locale e sonorità dance-pop, accompagnato da liriche che cantano patetiche storie d'amore. Il turbofolk non è solo musica, quanto, prima di tutto, lo specchio di una nuova società, nata dai rivolgimenti degli anni novanta: una società machista, violenta, legata a doppio filo alle mafie in ascesa e ai nuovi poteri nazionalisti, che ne hanno supportato l'industria musicale. Le 'stelline turbofolk' ammiccano conturbanti dai manifesti sui muri della città, sdraiate su cofani di automobili di lusso o sullo sfondo di improbabili ville con piscina. Ribellarsi a questi fenomeni, dunque, significa prendere una posizione. I Dubioza Kolektiv sono nati con l'intento di alzare una voce contro la situazione politico-sociale; la musica è venuta di conseguenza, un insieme di reggae, hardcore, hip hop, ethno.
''Guardando alla Bosnia, si vede un paese totalmente diviso. I partiti della destra usano i concetti di etnia e separazione per restare al potere e proteggere gli interessi del proprio gruppo nazionale. La paura è il mezzo con il quale i politici, del tutto incompetenti, mantengono le loro posizioni" argomenta il bassista Vedran davanti al tipico caffè turco, servito in una piccola brocca di ottone, chiamata džezva. Al loro quarto album, Firma ilegal, denunciano la corruzione della classe politica, i legami tra i gruppi criminali e la privatizzazione in corso, le politiche di segregazione etnica, e sono diventati la colonna sonora delle proteste che hanno scosso la società civile nella primavera del 2008. Anche i Letu Štuke ci tengono a presentarsi come una band impegnata. ''Il nostro logo, la stella, è una citazione di quella dei Clash, e rimanda a un'idea di kombat rock, rock militante, vicina alla nostra poetica'', spiega il batterista Ðani. ''Credo che l'arte possa cambiare la società e i suoi schemi mentali: in questo senso ciò può avere un'influenza politica. Nei Balcani molti grandi problemi riguardanti l'identità o l'etnia vengono e sono venuti dal campo culturale, per poi irrompere sulla scena politica'', aggiunge Damir Imamović, leader dell'omonimo trio. ''Dopo la guerra, dopo tutte le distruzioni e le ingiustizie, ho sentito la sevdah, questo particolare tipo di musica popolare bosniaca, come una delle ultime grandi cose che la Bosnia ancora aveva. E ho voluto suonare questa musica per mostrare che cosa era rimasto dell'identità bosniaca, intendendo questo concetto in senso positivo''. A due anni dall'inizio del progetto, nato con la volontà di coniugare la sevdah e l'estetica del jazz e dell'improvvisazione, il Damir Imamović Trio si esibisce ed è apprezzato in tutta Europa. Alle volte ci si scontra con una percezione del tutto stereotipata che il mondo esterno ha della ex Jugoslavia.
''Nell'Europa occidentale prevale un'immagine dei Balcani come un unico grande blocco'', continua Damir. ''Quello che in Occidente è conosciuto come musica balcanica è solo la musica dei matrimoni, Bregović e la musica gipsy. Quando suoniamo in Europa, specialmente nei festival, il pubblico apprezza la nostra musica, ma allo stesso tempo molti sono sorpresi perché si sarebbero aspettati rakija [grappa] e 13 persone a correre su e giù per il palco: questo è quello che i Balcani rappresentano per loro. Ed è molto distante da quello che facciamo noi''. Il rapporto con l'Europa è sempre controverso. Da una parte essa rappresenta una chance per farsi ascoltare fuori dai confini di un piccolo Paese, o in generale le possibilità che la Bosnia Erzegovina non può dare. I Velahavle fanno una fusione tra trip hop e break beat. Per loro l'incontro con il produttore britannico di drum'n'bass Kemal Okan è stato una svolta. ''Ė avvenuto a Sarajevo, dove lui si trovava per un party; in qualche modo lo abbiamo colpito, ha ascoltato il nostro materiale, gli è piaciuto e ha deciso di produrlo. Avevamo iniziato le registrazioni per l'album 4 o 5 anni prima, e in quell'arco di tempo ci eravamo interrogati sulle diverse opzioni sonore per la realizzazione finale, ma ci mancava un produttore. A quel punto è arrivato Kemal'', ci racconta Sake. Da un altro punto di vista, la 'fortezza Europa' di Schengen, limita e condiziona con estenuanti attese per i visti la mobilità dei cittadini che se ne trovano al di fuori, a volte la impedisce del tutto. Capita anche alle band più note che le tournée all'estero vengano annullate perché alcuni dei membri non sono riusciti ad ottenere dei visti d'ingresso.
I visti sono solo una delle difficoltà con cui si scontrano i musicisti. La maggiore è senz'altro la mancanza di un'infrastruttura che li possa supportare.
''Non sono sicuro di quale sia la causa, ma non esiste un'industria musicale e devi fare tutto da solo: realizzare l'album, produrlo, trovare i soldi per realizzare i video, trovare gli spazi per i concerti. Nel settore musicale, in Bosnia, non c'è alcun sostegno'', scuote la testa Sake. ''In generale, la situazione è molto difficile ovunque per chi fa musica non commerciale come noi. Qui, tuttavia, anche rispetto a Serbia e Croazia, è aggravata da un'inesistente tutela dei diritti musicali, anche da parte di radio e televisioni'', incalza Adnan, frontman del gruppo rock Skroz. A Sarajevo gode di uno status di 'celebrità underground' e si comporta di conseguenza. Barricato dietro gli occhiali da sole, ci incontra all'interno della Biblioteca Nazionale. Il palazzo, attualmente in ricostruzione, durante la guerra fu volutamente incendiato da granate ed è diventato il simbolo dell'attacco al cuore culturale della città. Sul sito
Myspace del gruppo Skroz c'è scritto che iniziarono a suonare nel 1996 ''sulle ali dell'entusiasmo post-bellico''. Gli chiedo se hanno ancora lo stesso entusiasmo. ''Certo! In caso contrario, non ci sarebbe ragione di continuare, dal momento che è difficilissimo guadagnare con la musica che si fa e di conseguenza viverci'', racconta. La situazione non è certo migliore se si parla di spazi. ''Trovare spazi qui a Sarajevo non è facile'', ammette Mpj Slo. La sua crew, Kontra dj's, organizza da una decina d'anni party drum'n'bass in città. ''Molti club in cui suonavamo si sono trasformati in locali turbofolk. Ci sono un paio di club in cui ci sentiamo a nostro agio ma sono posti veramente piccoli''. I locali dove è possibile ascoltare musica non strettamente commerciale si contano sulle dita di una mano e hanno una programmazione irregolare: un fine settimana li si può trovare strapieni e quello successivo quasi completamente vuoti. Le difficoltà ovviamente aumentano ancora per le band più giovani. Per le quali trovare una sala prove può diventare un'impresa eroica.
Nonostante tutto ciò, il legame con Sarajevo, nel bene e nel male, è molto forte per tutti. ''Sarajevo ci ha creati per come siamo oggi, e ha avuto un forte impatto sulla vita di ognuno di noi. È una realtà particolare: siamo chiusi e isolati in mezzo alle montagne. Uno dei tratti fondamentali del vivere in questa città è che un giorno la odi e il giorno dopo la ami'', dice Sake, dopo essersi sfogato sulla mancanza di possibilità. ''Siamo nati e cresciuti qui e io penso che, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, Sarajevo sia un posto dove ancora si riconosce il vero valore delle persone e dove si conti più sui valori morali che su quelli materiali'', sottolinea Dino dei Letu Štuke. La loro è una bella storia. Si formano alla fine degli anni Ottanta, da studenti liceali che suonano punk rock, dopo qualche anno partono per il servizio militare e non fanno in tempo a rincontrarsi perché scoppia la guerra, che li proietta ognuno in un angolo diverso del mondo. Si riuniscono dopo 17 anni nel 2005 e incidono il loro primo album, prodotto da una etichetta di Zagabria, con cui scalano le classifiche bosniache e croate. Usciti con il loro secondo lavoro nella primavera del 2008, recuperano e attualizzano le sonorità provenienti dalla 'scuola pop-rock' di Sarajevo degli anni Ottanta. Una rivista bosniaca ha definito la loro musica 'punk malinconico'. Hanno delle liriche raffinate, in cui si parla spesso di Sarajevo e dei cambiamenti che la hanno investita. Vengono considerati dalla critica una delle migliori band del territorio della ex Jugoslavia. Nella capitale bosniaca le contraddizioni esplodono ad ogni angolo, per la gioia dei fotografi: dalle case ancora distrutte ai nuovi grattacieli di vetro - costruiti, a quanto testimoniano le inchieste dei giornali indipendenti, riciclando profitti di guerra -, dalle ragazze dall'abbigliamento provocante a quelle velate, dall'intellighenzia radical-chic ai nuovi poteri nazionalisti. Un episodio, avvenuto alla fine di settembre 2008, ha scosso la città: il festival gay-lesbo Queer è stato interrotto nella sua serata di apertura da un'inedita combinazione tra frange di hooligans e wahabiti (estremisti islamici) che hanno malmenato diversi partecipanti e minacciato altri, in una caccia all'uomo che si è protratta per la città per diverse ore, nella sostanziale impassibilità della polizia. Il festival si svolgeva durante il mese di Ramadan ed era stato precedentemente attaccato da molti esponenti politici. Parlando con i musicisti della situazione sociale, un elemento è ritornato più volte: quello dei rapporti tra coloro che, originari di Sarajevo, avrebbero nel loro background i geni di una cultura cittadina, e i nuovi abitanti, giunti in città dopo la guerra ad occupare le case dei sarajevesi, che, più o meno volontariamente, hanno definitivamente lasciato la città. I nuovi venuti sono accusati di avere inquinato lo spirito urbano della capitale, portando elementi di primitivismo e violenza, la cui rappresentante sarebbe l'attuale classe politica nazionalista. E la cui colonna sonora una hit turbofolk. Si tratta di una sorta di refrain quando si parla con dei sarajevesi doc. Che ha senza dubbio una sua verità, ma è anche parte dell'immagine che negli anni la città ha costruito di sé stessa. Questa visione ha radici nel contrasto storico che oppone città e campagna, cosmopolitismo versus arretratezza, nelle terre ex jugoslave e che, secondo l'interpretazione di Paolo Rumiz (Maschere per un massacro, 1996), sarebbe la chiave di lettura principale della guerra civile degli anni novanta. La raffigurazione mitica del passato contribuisce a marcare la differenza con il presente.
Qualcosa di simile avviene anche in campo musicale. La scena degli anni Ottanta, la new wave jugoslava, è parte integrante del background di molti cittadini degli stati della ex Jugoslavia, alcuni dei quali all'epoca non erano neppure nati. Quel movimento era stato uno degli ultimi fenomeni transnazionali prima della disgregazione della federazione. Non ci ha stupito che anche per le band di Sarajevo questa eredità sia affascinante, importante, onnipresente. Forse anche troppo, fino a divenire soffocante, in particolare per chi si incammina verso diverse sperimentazioni. Come Nedim, mente del progetto elettro-acustico Basheskia - che ci descrive sé stesso come ''un uomo ossessionato dai suoni'' e la musica come ''un non genere'', uno spazio di libertà per sé stesso.
''Uno dei problemi è la nostalgia di una Jugoslavia in cui tutto era meraviglioso. Come non sarà mai più. Mi sembra stupido pensarla così, è controproducente, perché guardare solo al passato blocca la scoperta delle novità. È un pregiudizio secondo cui i fenomeni nuovi non saranno mai all'altezza di quelli vecchi''. Nonostante questi rischi, la nostra impressione è che l'attuale scena musicale di Sarajevo sia lungi dall'essere schiacciata dal passato oppure appiattita su un genere del passato. Si tratta, anzi, di un settore che prospera artisticamente, pur essendo uno dei pochi in Bosnia a non avere alcun tipo di supporto dall'esterno. Adnan degli Skroz mi interrompe mentre inizio a parlare del passato musicale: ''Io credo che al momento abbiamo la migliore scena musicale della regione. E che stiamo vivendo la golden age della scena musicale sarajevese, ancor più che gli anni Ottanta, quando tutte le possibilità erano a portata di mano. Quello che si sta muovendo oggi ha molto più valore di quanto accaduto allora, perché avviene nonostante una serie di difficoltà oggettive''. Molti elementi ci fanno pensare che abbia ragione. Tra questi il fatto che, come rappresentante bosniaco all'edizione 2008 del festival Eurovision (di solito vetrina per il trash dell'Europa orientale), svoltasi a Belgrado nel mese di maggio, sia stato scelto un artista legato a una scena non-mainstream. Si tratta del bizzarro cantautore Laka, che si presenta sul palco insieme alla sorella Mirela, entrambi con costumi e movenze da marionette, ed è stato calorosamente sostenuto non solo dalla Bosnia, ma anche da gran parte della Serbia. La musica sembra tuttora uno dei pochi elementi di comunicazione tra le repubbliche della ex Jugoslavia, separate dalla guerra negli anni novanta, ed è senz'altro parte di un background culturale comune. Basti pensare che l'Enciclopedia del rock jugoslavo del giornalista belgradese Petar Jagnjatović fu nel 1997 il primo libro edito in Serbia ad avere una presentazione ufficiale in Croazia. E che le band di oggi, nei loro tour, sono tra i pochi elementi ad attraversare sistemi culturali ancora fortemente divisi.
Francesca Rolandi
Parole chiave: sarajevo, underground, turbofolk