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Teresa uscì sui giornali. Apparve in una foto, di quelle in bianco e nero, dove
non è facile riconoscere la persona ritratta. In mezzo ad un nutrito gruppo risaltava
solo per il suo vestito bianco. Era il 1994, e in Bolivia esplodeva la protesta
popolare. Nel Chapare i contadini coltivatori di coca bloccavano l'unica arteria
che univa due delle città economicamente più importanti, S. Cruz de la Sierra e
Cochabamba, famose entrambe, una per i suoi impresari ricchi e potenti, per essere
stata rifugio di nazisti, neonazisti e neofascisti di tutte le nazionalità, da
Klaus Barbie a Stefano Delle Chiaie, e per essere culla di tutti i golpe che la
Bolivia ha sofferto, l'altra, per il suo commercio e per essere la porta di ingresso
al tropico, dove la coca alimenta il narcotraffico.
Teresa sognò e creò il suo sogno e lavorò. Cercò donazioni, cercò materiale,
mano d'opera e con i suoi compagni costruì un edificio più grande che ospitava
la scuola elementare e media, con le sue aule, i suoi dormitori, il campo e l'orto,
e la maturità riconosciuta dalle autorità educative; affinché i giovani, in un
raggio di 50 chilometri, arrivassero sempre più numerosi. Lontano restò il ricordo
dei 15 alunni della piccola scuola. La popolazione scolastica del collegio Padre
Constante Luchsich di Chipiriri arrivò ad avere circa 1200 alunni. Figli di "cocaleros",
contadini coltivatori di coca, le famiglie dei quali, all'epoca del boom della
cocaina, arrivavano a guadagnare dai 1400 ai 1800 dollari all'anno. Sono figli,
a loro volta, della miseria. Rimase loro la coca. Arbusto sacro appartenente alla
cosmovisione andina, che l'occidente trasformò in una mera mercanzia, materia
prima per la cocaina.