17/12/2003
stampa
invia
Mosca invia 700 soldati e l’aviazione per dare la caccia ai mujaheddin ceceni
I bambini che abitano nei villaggi del Daghestan meridionale non
possono più andare a scuola. Nelle loro aule, da ieri, alloggiano le
centinaia di soldati russi che Mosca ha inviato nella regione per
combattere la prima battaglia di quella che rischia di diventare una
nuova guerra, estensione di quella che da quattro anni si combatte in
Cecenia e che proprio nel Daghestan, ebbe la sua prima scintilla.
L’incursione dell’altro ieri dei mujaheddin ceceni contro due villaggi
di questa repubblica meridionale della Federazione Russa ha provocato
una massiccia reazione militare da parte del Cremlino. Il presidente
russo Vladimir Putin ha inviato nella zona settecento soldati dei
reparti speciali, gli Omon, che da ieri, appoggiati da elicotteri,
stanno dando la caccia ai guerriglieri sui passi innevati di questa
aspra regione montuosa del Caucaso orientale, incuneata tra la Cecenia
e la Georgia.
Il comando delle operazioni è stato affidato al generale Vladimir
Boldirev, comandante di tutto il distretto militare russo del Caucaso e
superiore in grado anche al generale Valere Baranov, comandante delle
forze russe che combattono in Cecenia. Secondo il ministro degli Difesa
russo, Sergeij Ivanov, tra i sei e gli otto “ribelli” sono stati uccisi
nelle ultime ventiquattro ore dal fuoco delle mitragliatrici montate
sugli elicotteri militari russi. "Le operazioni proseguiranno per
alcuni giorni, finché i ribelli non saranno tutti individuati e
neutralizzati".
Lunedì 15 dicembre i mujaheddin ceceni della “Brigata Daghestan”, una
settantina in tutto, avevano occupato il villaggio di Shauri, vicino al
confine georgiano, per approvvigionarsi di medicinali e viveri. Dopo
essersi scontrati con le guardi di frontiera russe, e averne uccise
nove, i guerriglieri sono fuggiti verso un altro villaggio, Galati,
portandosi via undici ostaggi. Qui, nella notte, sono intervenuti gli
elicotteri russi che hanno bersagliato la zona a colpi di mitra,
uccidendo quattro guerriglieri e costringendoli nuovamente alla fuga.
I ribelli sono scappati lasciando liberi tutti gli ostaggi, tranne uno,
un medico locale che gli serve da guida. Le persone rilasciate hanno
dichiarato ai media russi di essere state trattate bene dai
guerriglieri, che si sarebbero anche scusati con loro prima di
rilasciarli. Secondo Mosca altri otto mujaheddin sarebbero stati uccisi
stamattina a ridosso del confine georgiano, ma i portavoce della
guerriglia cecena smentiscono.
Secondo le autorità del Cremlino, l’incursione in Daghestan di questo
gruppo di mujaheddin ceceni è stata solo un’azione “di passaggio”. Il
gruppo di “ribelli” avrebbe scelto di passare per il Daghestan per
raggiungere le loro basi di retrovia nella Gola del Pankisi, in
Georgia, non riuscendo ad entrare direttamente dalla Cecenia, forse a
causa del ghiaccio e della neve che ricopre i valichi montani.
Ma i comandanti della guerriglia islamica cecena danno
un’interpretazione ben diversa. In un suo articolo apparso oggi sul
sito Interent dei mujaheddin di Shamil Basayev, intitolato “Da Shauri
al Cremlino”, uno dei capi ribelli dichiara che questa azione della
brigata daghestana va letta nell’ambito dell’estensione della jihad
anti-russa oltre i confini della Cecenia, in tutta la regione del
Caucaso, e poi in tutta la Russia, “fino allo studio di Putin al
Cremlino”.
Il 5 dicembre scorso 45 persone sono morte nell’attentato dei ceceni
contro un treno di pendolari nel sud della Russia, e una settimana dopo
un’autobomba ha fatto sei morti a Mosca, a pochi passi dalla Piazza
Rossa e dal Cremlino.
Enrico Piovesana