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Scritto per noi da
Carlo Cascione
Dall'Amazzonia.
Doňa Maria ci aspetta sulla porta, circondata dai suoi quattro nipoti, asciugandosi le mani con un panno. Ci fa accomodare nella casa di legno e paglia, scusandosi del disordine: sono le sei del pomeriggio, l'aria si fa scura anche nel soggiorno. Siamo a Tracuá, un piccolo villaggio in piena amazzonia, dove vivono attualmente dieci famiglie. Meno di dieci anni fa erano piú di trenta. ¨Non chiedete a me perché sono andati via¨ esordisce la padrona di casa, immaginando la domanda del giornalista. Poi peró concede: ¨Alcuni sono andati via per far studiare i figli, altri perché i trasporti qui sono pessimi, altri ancora perché non volevano vivere piú senza energia elettrica¨.
Il motivo di questo esodo, in realtá, si trova a una trentina di chilometri piú a nord: nella cittá di Santarem, nello stato del Pará, sulle sponde del Rio delle amazzoni. Qui, nel 2000, una delle piú grandi industrie alimentari del mondo, la Cargill, ha iniziato a costruire un porto privato per il trasporto, principalmente, della soia. Senza fare la valutazione di impatto ambientale (VIA), denunciano varie associazioni della zona (solo nel 2008, dopo 8 anni di contenzioso giudiziario un tribunale ha obbligato la Cargill a fare la VIA, ¨ma é stata fatta da un'impresa contrattata dalla stessa Cargill e solo riferendosi all'area del porto, senza tenere in conto l'impatto sul resto del territorio" ci ha spiegato Ricardo Folhes della Ong "saude y alegria¨). Fino a quel momento, gran parte della produzione di soia era concentrata nello Stato del Mato Grosso, piú di 1000 kilometri al sud. La vicinanza del nuovo porto, peró, ha spinto molti imprenditori ad acquisire nuove terre nello stato del Pará, in alcuni casi in maniera illegale: centinaia di ettari di foresta sono stati devastati per lasciare spazio alle nuove coltivazioni, l'intera economia della zona é stata sconvolta. ¨Molte famiglie hanno venduto e si sono trasferite altrove. Il prezzo dei terreni é salito da 70 reales a ettaro fino a 2000. Io peró non ho venduto, resto qui, amo questo posto¨ ci racconta doňa Maria, sbattendo continuamente il panno da una parte a l'altra della testa per scacciare i moscerini ¨Peró voglio dire una cosa: la gente oggi vede tutto difficile, ai miei tempi non era cosi. Certo, farebbe piacere avere l'energia elettrica, per guardare un poco di televisione¨. Lei non ha avuto nessun problema con i nuovi arrivati "anzi: hanno aggiustato la strada, e hanno aiutato mio genero a tagliare gli alberi del suo terreno, a cambio di poco denaro¨.
Piú di qualche problema l'hanno avuto, invece, le famiglie della comunitá di Boa Fé, una decina di chilometri piú a nord. Per arrivarci percorriamo la strada statale BR 613, che attraversa l'amazzonia e che per lunghi tratti é ancora incompleta. Ai lati della strada piccole macchie di foresta e molti campi lasciati al pascolo o coltivati a soia e riso. Al margine di un'assemblea della locale cooperativa ovicola, Fabio José e Francisca Oliveira ci spiegano le ricadute della soia sulle coltivazioni famigliari, spesso unico sostentamento della comunitá: ¨le malattie della soia colpiscono anche il miglio, i fagioli e la maracujá. Stiamo provando a sconfiggerle utilizzando metodi biologici, con l'aiuto di un istituto preposto, ma non é facile. Molte famiglie hanno smesso di coltivare, tanti hanno venduto, sono andati in cittá, dove peró spesso non hanno trovato lavoro, oppure hanno comprato altre terre in posti lontani. Qui non abbiamo ruscelli, se no ce li avrebbero avvelentati o prosciugati, come é successo nella zona di Monjuí, a qualche chilometro da qui¨. L'avvelenamento dei ruscelli é stato denunciato dalle Ong locali e ha generato conflitti tra le comunitá e i Fazenderos. ¨Se chiedi alla gente del sindacato di Belterra, loro possono spiegarti meglio¨
Belterra é um villaggio costruito ai tempi della Ford, quando da queste parti si estraeva il caucciú per le gomme. Ha un'architettura identica alle cittadine del midwest americano: case in legno, con una piccola veranda e un giardino. Nella piú prosaica sede del Sindacato di lavoratori rurali di Belterra incontriamo Irlanda de Almeida. Parla lentamente, misurando le parole: ¨Abbiamo lottato molto per convincere la gente a non vendere la terra, ma solo recentemente siamo riusciti a fermare le vendite. La prefettura di Belterra ha proibito nuove vendite, a partire dallo scorso anno, in attesa di un piano di regolarizzazione ¨. La questione é sapere se sia un effetto del crollo dei prezzi, delle campagne locali o della moratoria approvata nel 2006, firmata anche dalle principali associazioni di industriali, che impedisce di commercializzare soia che proviene da campi ricavati da una nuova devastazione di foresta. ¨La questione é complessa¨ ci spiega la presidentessa del sindacato ¨perché se le altre famiglie vendono, la produzione della comunitá non arriva a livello sufficente per rendere conveniente il trasporto. Cosi anche quelli che non vogliono vendere, sono costretti a farlo¨. Poi c´é il problema dei veleni: ¨conosco personalmente una famiglia la cui terra era circondata da campi di soia. Gli animali sono morti, e anche loro iniziavano a stare male. Sono dovuti andare via". Almeno tre villaggi della zona sono completamente scomparsi. ¨Ma quelli che sono andati via non hanno fatto molta fortuna in cittá, molti sono ritornati e adesso vivono nelle case di parenti¨.
Ci dirigiamo verso la comunitá di Genipapó. Lungo la strada, che possiamo percorrere in moto solo perché non ha piovuto in tutto il giorno, ancora campi di soia e macchie di foresta. All'entrata del villaggio una piccola scuola all'aperto. Dentro, quattro alunni. ¨quindici anni fa erano 42¨ ci racconta poco dopo Otilia Lora che, insieme con il suo vicino, ricorda lentamente i nomi di quelli che abitavano qui un tempo. Loro dicono di non aver problemi con los fazenderos ¨sono molto rispettosi, non invadono mai i campi altrui. Quando spargono veleno ci avvisano sempre. Chiudiamo porte e finestre e via. Solo una volta mia figlia é rimasta fuori e ha avuto vomito, nausea, non riusciva a stare in piedi. Peró qui é un posto tranquillo, coltiviamo la terra e dormiamo con le porte aperte¨.