25/02/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



A Bangkok tornano in piazza i sostenitori di Thaksin. Ma nonostante il loro impegno, sembrano aver perso la battaglia

scritto per noi da
Alessandro Ursic

 

Le strade di Bangkok sono tornate a colorarsi, ma la tonalità che ora va di moda è cambiata. Se negli ultimi mesi del 2008 nelle manifestazioni di piazza dominava il giallo dell'Alleanza popolare per la democrazia (Pad), ora a protestare sono le "camicie rosse", ossia i sostenitori dell'ex premier Thaksin Shinawatra. Martedì 24 febbraio, almeno 20mila di loro hanno circondato la sede del governo nella capitale, chiedendone per l'ennesima volta le dimissioni. Il giorno dopo, parte della folla è ancora lì: ma per l'ennesima volta la protesta è in sostanza fallita. Nonostante le loro valide ragioni, i "rossi" sembrano ormai battersi contro i mulini a vento, schiacciati da dinamiche politiche pù grandi di loro.

Le loro richieste sono le stesse da due mesi, quando il governo di Abhisit Vejjajiva è stato messo su grazie alle defezioni di decine di deputati che fino a quel momento avevano sostenuto l'esecutivo di Somchai Wongsawat, cognato di Thaksin: dimissioni, nuove elezioni, condanne per i leader del Pad e ripristino della costituzione del 1997, sospesa dal colpo di stato del settembre 2006 che portò alla destituzione di Thaksin. Oltre che con Abhisit, accusato di essere protetto dall'esercito, i dimostranti ce l'hanno in particolare con il ministro degli esteri Kasit Piromya, legato senza troppi misteri ai "gialli" del Pad, che hanno occupato la sede del governo per tre mesi e poi i due aeroporti di Bangkok per otto giorni, tra fine agosto e inizio dicembre 2008. "Vorremmo promuovere la democrazia in Thailandia", ha detto uno dei leader delle "camicie rosse" alla folla. "Vogliamo far vedere che alla maggioranza dei thailandesi non piace un governo illegale, né un movimento illegale che distrugge la democrazia e il diritto".

La protesta è stata totalmente pacifica, e Abhisit - leader di un partito uscito sconfitto dalle ultime tre elezioni - ha comunque promesso di non usare la forza per disperdere i manifestanti; ma ha specificato che non sarà tollerata un'occupazione della Government House. Approfittando di un calo della folla, mercoledì mattina il premier è entrato regolarmente - per quanto da una porta di servizio - nel suo ufficio. I manifestanti si sono poi spostati davanti al ministero degli esteri, ma non programmano di portare la loro protesta a Hua Hin, 180 chilometri a sud-ovest di Bangkok, dove nel week-end si terrà il vertice dell'Associazione dei Paesi del sud-est asiatico (Asean): un evento che doveva svolgersi lo scorso dicembre, ma che fu rinviato proprio per i disagi causati dal blocco degli aeroporti a opera dei "gialli". Con il governo Abhisit a Hua Hin da domani, è probabile che anche questa protesta dei "rossi" si concluderà con un nulla di fatto. Thaksin rimane in esilio autoimposto, e se tornasse in Thailandia verrebbe arrestato perché lo scorso ottobre è stato condannato per abuso di potere. L'attuale governo, nato tra mille dubbi sulla sua capacità di durata, appare solido.

Gli eventi di dicembre - la Corte costituzionale che ordina lo scioglimenti di tre partiti di governo per frode elettorale, la formazione di una nuova maggioranza in Parlamento senza passare per le elezioni - sembrano ormai lontani. Dopo aver tollerato disagi per mesi, con la sede del governo trasformata in un bivacco e un Paese paralizzato per la chiusura del traffico aereo, l'esigenza principale sembra quella di una maggiore stabilità. E' vero che le conseguenze di quei pazzi mesi si stanno facendo sentire, mentre la crisi globale inizia a mordere anche qui: le esportazioni sono crollate, gli arrivi di turisti pure, e si prevede che l'economia thailandese nel 2009 subirà una contrazione. Ma l'insistenza sul bisogno di armonia nel Paese viene ora dalla stesse persone, dagli stessi media, dagli stessi esponenti dell'establishment che lo scorso autunno chiudevano un occhio sulle scorribande del Pad. L'esigenza di proteggere la casa reale da speculazioni sull'appoggio ai "gialli" è stata ribadita più volte - questione di "sicurezza nazionale", si è detto - da Abhisit. Che per rilanciare l'economia ha lanciato un piano di aiuti alle campagne, molto simile alla filosofia di Thaksin criticata dall'elite di Bangkok. Su questo sfondo, ogni protesta delle "camicie rosse" pare destinata all'insuccesso.