16/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Il virtuoso del Mali Ballakè Sissoko è arrivato in Italia
Ballakè SissokoLa tenue luce di una lampada getta sul pavimento l’ombra del lungo khaftano azzurro che lo copre fino alle caviglie. Le dita, ossute e nere come l’ebano, stringono l’arpa magica a ventuno corde che lo ha reso famoso in tutta l’Africa occidentale e ora anche in Europa.

Sorride timidamente Ballakè Sissoko, originario del Mali, virtuoso della kora , figlio di una dinastia di suonatori mandinka tra le più celebri e conosciute.

Lo abbiamo incontrato prima dell’esibizione che lo ha visto protagonista in una chiesa nei pressi di Milano, in seguito ad un’iniziativa intitolata Musica dei Cieli , alla quale hanno partecipato diversi comuni della Lombardia e che vedrà musicisti di diverse parti del mondo esibirsi nelle prossime settimane.

“Ho imparato a suonare la kora da mio padre Djelimali, che ha a sua volta imparato da suo padre, e così via”, racconta Ballakè in un francese dal forte accento bambara. “Quella dei Sissoko e della kora è una tradizione molto importante, che va avanti da generazioni. Io stesso la sto trasmettendo a mio figlio”.

In un continente dove arti e mestieri sono spesso legate alla famiglia o al gruppo sociale di appartenenza, la kora e i suoi maestri sono rispettati cantastorie che raccontano favole di mondi passati, di personaggi mitici, di insegnamenti eterni. E dalle foreste verdeggianti della Guinea alle aride sabbie a nord di Timbuctu, il suono di queste arpe diventa messaggero immortale di culture e tradizioni che affondano le radici in un passato senza tempo.

Come molti altri strumenti africani, anche la kora è un modo di trascendere l’umano e di comunicare con gli dei. “E’ pura magia”, continua il musicista. “Quando suono la kora è come se uscissi da me stesso. Il corpo e la mente non dividono più lo stesso spazio, l’anima e lo spirito si elevano a Dio. E io entro in uno stato di estasi che mi avvolge, mi conquista a tal punto da farmi perdere qualsiasi contatto con la realtà”.

Comincia il concerto. I polpastrelli di Ballakè volano sfiorando appena le corde, emettendo suoni cristallini che rievocano i viali semibui di Bamako, le canoe pigre sul fiume Niger, i mercati di sale di Mopti, la camminata elegante dei nomadi Songhai. Le note dell’arpa salgono verso l’alto ad un ritmo sempre più rapido, restringendosi in intervalli sempre più piccoli, continuando a salire, vorticose, leggiadre. Chi chiude gli occhi riesce a seguirle attraverso un mondo onirico dove riecheggiano con incredibile eleganza, tanto maestose quanto fugaci e sfuggenti.

Gli occhi di Ballakè Sissoko sono chiusi da tempo, la sua testa è reclinata sullo schienale, il corpo in stato di totale abbandono. E’ in estasi. Sono solo le sue mani a muoversi, sgranando interminabili assoli che raccontano un’Africa misteriosa, dove sacro e profano si incontrano e si scontrano, dove spiriti e antenati corrono indisturbati tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

E’ solo un applauso, lungo, scrosciante, a riportarlo indietro, seduto dov’è davanti a qualche centinaio di persone incredule ed estasiate. Solo allora, dopo aver lentamente riaperto le palpebre, il grande virtuoso venuto dal Mali sorride timidamente, avvicina le labbra al microfono e con il suo francese dal forte accento bambara mormora, prima di eclissarsi assieme al suo khaftano azzurro: “Grazie. Grazie a tutti”.

Pablo Trincia

 
Categoria: Costume
Luogo: Mali