24/02/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governatore della Louisiana, l'indiano-americano Bobby Jindal, è l'astro nascente di un partito che vuole cambiare la sua immagine

scritto per noi da
Alessandro Ursic

 

Appena Barack Obama ha finito di parlare davanti al Congresso ieri sera, in quello che in sostanza è stato il suo primo discorso sullo stato dell'Unione, molti telespettatori si saranno probabilmente chi era quel repubblicano che ha preso la parola dopo il presidente, dal suo ufficio di Baton Rouge. Trattasi del governatore della Louisiana, Bobby Jindal, estremamente popolare nel suo Stato ma una faccia completamente nuova per la maggior parte degli americani. Che nel giro di qualche anno, in vista delle elezioni del 2012, potrebbe però diventare più che familiare. Perché è competente, giovane e soprattutto di pelle non bianca, figlio di due immigrati indiani. Tanto da essere già stato definito "la risposta repubblicana a Obama".

Al potere da poco più di un anno in Louisiana, Jindal è la stella nascente di un partito in crisi di identità. E' apprezzato dai suoi elettori per le riforme introdotte da quando è in carica, per la sua capacità di comunicare e per la sapiente gestione dell'evacuazione della fascia costiera prima del passaggio dell'uragano Gustav, lo scorso agosto. Chi scrive si trovava in Louisiana in quell'occasione: il governatore Jindal dava in effetti l'impressione di essere in pieno controllo della situazione, a giudicare dalle precise disposizioni che dava in radio e tv a ogni ora. Nato 37 anni fa in Lousiana da genitori indù provenienti dal Punjab, convertitosi da adolscente al cattolicesimo e formatosi nelle università della Ivy League e a Oxford, nell'ultimo periodo Jindal - vero nome di battesimo: Piyush - non si è certo nascosto ai media. E' stato il primo governatore a rifiutare per il proprio Stato il pacchetto di stimoli fiscali voluto dall'amministrazione Obama, in quanto - secondo la posizione tipica dei repubblicani - troppo sbilanciato sull'aumento della spesa pubblica.

Domenica scorsa, intervistato durante il programma Meet the Press, ha negato di avere qualsiasi ambizione presidenziale nel 2012. Ma in novembre è andato a parlare di fronte a una platea di cristiani evangelici nell'Iowa: con la Louisiana non a niente a che fare, ma con i suoi caucus è lo Stato dove iniziano le primarie, dando il via alla campagna elettorale per la presidenza. Le smentite di Jindal, in sostanza, non convincono nessuno: tanto più che l'intuito politico non sembra mancare al governatore. La scorsa estate, quando lo staff di John McCain lo informò del fatto che era stato inserito nella lista dei papabili candidati alla vicepresidenza, Jindal declinò l'offerta spiegando che era suo dovere portare a termine il mandato. Ma la scelta, hanno ammesso in seguito i suoi collaboratori, è stata dettata più dal presentimento che la campagna dei repubblicani era spacciata in partenza.

Bobby Jindal con John McCainNonostante tutti i suoi pregi, il fatto che Jindal sia stato scelto dai repubblicani per parlare al Congresso è largamente interpretato come qualcosa di più di un semplice bruciare le tappe. Il Grand  Old Party, uscito con le ossa rotte da otto anni di presidenza Bush e in netta minoranza parlamentare, sembra infatti aver deciso di cambiare la sua immagine. Dopo che negli anni il suo baricentro politico si è spostato verso il Sud conservatore e religioso, un mese fa il partito ha eletto come suo segretario Michael Steele, un ex vicegovernatore del Maryland totalmente sconosciuto a livello nazionale. Che ha però una particolarità: è afro-americano come l'attuale presidente. La campagna elettorale aveva evidenziato una clamorosa differenza demografica nell'elettorato democratico e repubblicano - il primo votato massicciamente dalle minoranze, il secondo molto più "bianco". Ora la scelta a monte sembra precisa: Obama ha cambiato la politica americana, e i repubblicani cercano di inseguirlo sul suo stesso campo.

E' da vedere se basterà farsi il lifting, per sembrare diversi. L'afro-americano Steele si ritrova a guida di un partito dove i parlamentari neri, asiatici o ispanici (eccetto quattro cubani-americani della Florida, tradizionalmente repubblicani) sono... zero. Lo stesso Jindal, per quanto non di origine anglo-sassone, non sembra così innovativo in fatto di idee politiche. Si colloca alla estrema destra del partito su tutti i temi sociali: è contro i matrimoni gay, la ricerca sulle cellule staminali, l'aborto anche in caso di stupro, incesto o pericolo per la vita della madre. E in economia il governatore della Louisiana è un fautore della classica teoria repubblicana del "governo leggero", mai stanco di chiedere tagli fiscali a partire dalle grandi aziende. Non a caso Rush Limbaugh, la voce radiofonica più seguita dai conversatori statunitensi, lo chiama già "il nuovo Ronald Reagan". Che non corra il rischio di bruciarsi troppo presto, dato che per le elezioni bisognerà aspettare quattro anni? Per iniziare, i sondaggisti repubblicani non mancheranno di tastare le reazioni dell'elettorato dopo il suo discorso al Congresso.