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Alla fine di gennaio, in un'intervista al quotidiano giapponese Asahi Shimbun, il
geologo Yoshinobu Tsuji, veterano degli tsunami, raccontava la sua "profonda impressione"
nel constatare i danni della devastazione del 26 dicembre in Aceh: "Credevo di
aver visto tutto – raccontava –, ma non era così. Evidentemente, nessuno di noi
era preparato ad una violenza di tale natura nell'Oceano Indiano". Professore
associato all'Istituto di ricerca sismica dell'università di Tokyo, Tsuji ha guidato
la missione di un’equipe scientifica internazionale nelle zone colpite dal maremoto.
Geologi, oceanografi ed esperti sismici sono arrivati alla conclusione che lo
tsunami ha avuto un impatto fino a tre volte superiore a quanto sinora accertato.
In alcuni punti della costa di Sumatra le onde hanno raggiunto un'altezza media
di 25 metri, con vette addirittura di 30. Tutte le precedenti stime facevano attestare
il picco massimo del muro d'acqua ai 10 metri. Tsuji e colleghi hanno messo in
luce che sia la minaccia dello tsnunami, sia la sua magnitudo, sono state abbondantemente,
e negligentemente, sottostimate.
Oltre il peggiore scenario possibile. La scoperta, che rivoluziona l'approccio alla genesi e alle conseguenze degli
tsunami, porterà a significative revisioni dei presupposti teorici e dei modelli
matematici che stanno alla base dello studio di tali eventi, e quasi certamente
modificherà i parametri in base ai quali vengono attualmente definiti i sistemi
di prevenzione. "Il peggiore scenario possibile – ha riferito Vasily Titov, matematico
ed elaboratore di modelli al Pacific Marine Enviromental Laboratory di Seattle
– potrebbe non essere il peggiore scenario possibile". A fargli eco il geologo
Andrew Moore, dell'equipe scientifica di Tsuji, secondo il quale il 26 dicembre
"tutto è andato oltre ogni evento con il quale ci siamo finora confrontati". L'indagine
è iniziata a seguito di segnalazioni, da parte di testimoni locali, di onde "molto
alte", capaci di divellere i rami di alberi di 30 metri, di segni del fango lasciati
sui palazzi, o ancora, di tetti danneggiati in strutture di 7 o 8 piani. La maggior
parte dei fenomeni risultava essere però legata a restringimenti del suolo che
avevano spinto le onde verso l'alto, strozzature del terreno che, al momento dell'impatto,
avevano moltiplicato la forza e la velocità dell’acqua. Lo studio condotto da
Tsuji e Moore ha invece esaminato una consistente porzione costiera, e i fenomeni
sono stati riscontrati in località distanti da tali irregolarità geologiche.
Nuovi sistemi di prevenzione. La domanda degli scienziati è però adesso un'altra. Le popolazioni che vivono
sulle coste americane del Pacifico potrebbero un giorno aver a che fare con uno
tsunami alto come un palazzo di 8 piani? Il Pacific Marine Enviromental Laboratory
di Seattle studia dagli anni '90 i movimenti di zolle tettoniche, faglie e "zone
di subduzione". La "zona di Cascadia", una faglia marina che va dalla Columbia
britannica al nord della California, ha una conformazione identica a quella di
Sumatra: per questo gli scienziati di Seattle hanno realizzato dettagliate mappe
di rischio che quantificano l’intensità di tsunami che potrebbero colpire alcune
comunità "ad alto rischio". Ma le mappe sono basate su un'onda la cui massima
altezza raggiunge i 10 metri. "Fino allo tsunami dell'Oceano Indiano – spiega
nuovamente Titov – tutti gli esperti sarebbero stati concordi nel giudicare assurda
e imprevedibile un’onda più alta di quella. Dopo 26 dicembre, l'unica cosa certa
è che i nostri modelli di prevenzione andranno completamente aggiornati".Luca Galassi