19/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo tsunami è stato tre volte più grande di quanto si sapeva fino a oggi
Segnale di pericolo in AustraliaAlla fine di gennaio, in un'intervista al quotidiano giapponese Asahi Shimbun, il geologo Yoshinobu Tsuji, veterano degli tsunami, raccontava la sua "profonda impressione" nel constatare i danni della devastazione del 26 dicembre in Aceh: "Credevo di aver visto tutto – raccontava –, ma non era così. Evidentemente, nessuno di noi era preparato ad una violenza di tale natura nell'Oceano Indiano". Professore associato all'Istituto di ricerca sismica dell'università di Tokyo, Tsuji ha guidato la missione di un’equipe scientifica internazionale nelle zone colpite dal maremoto. Geologi, oceanografi ed esperti sismici sono arrivati alla conclusione che lo tsunami ha avuto un impatto fino a tre volte superiore a quanto sinora accertato. In alcuni punti della costa di Sumatra le onde hanno raggiunto un'altezza media di 25 metri, con vette addirittura di 30. Tutte le precedenti stime facevano attestare il picco massimo del muro d'acqua ai 10 metri. Tsuji e colleghi hanno messo in luce che sia la minaccia dello tsnunami, sia la sua magnitudo, sono state abbondantemente, e negligentemente, sottostimate.
 
Onda alta 30 metriOltre il peggiore scenario possibile. La scoperta, che rivoluziona l'approccio alla genesi e alle conseguenze degli tsunami,  porterà a significative revisioni dei presupposti teorici e dei modelli matematici che stanno alla base dello studio di tali eventi, e quasi certamente modificherà i parametri in base ai quali vengono attualmente definiti i sistemi di prevenzione. "Il peggiore scenario possibile – ha riferito Vasily Titov, matematico ed elaboratore di modelli al Pacific Marine Enviromental Laboratory di Seattle – potrebbe non essere il peggiore scenario possibile". A fargli eco il geologo Andrew Moore, dell'equipe scientifica di Tsuji, secondo il quale il 26 dicembre "tutto è andato oltre ogni evento con il quale ci siamo finora confrontati". L'indagine è iniziata a seguito di segnalazioni, da parte di testimoni locali, di onde "molto alte", capaci di divellere i rami di alberi di 30 metri, di segni del fango lasciati sui palazzi, o ancora, di tetti danneggiati in strutture di 7 o 8 piani. La maggior parte dei fenomeni risultava essere però legata a restringimenti del suolo che avevano spinto le onde verso l'alto, strozzature del terreno che, al momento dell'impatto, avevano moltiplicato la forza e la velocità dell’acqua. Lo studio condotto da Tsuji e Moore ha invece esaminato una consistente porzione costiera, e i fenomeni sono stati riscontrati in località distanti da tali irregolarità geologiche.
 
Le zone colpite dallo tsunamiNuovi sistemi di prevenzione. La domanda degli scienziati è però adesso un'altra. Le popolazioni che vivono sulle coste americane del Pacifico potrebbero un giorno aver a che fare con uno tsunami alto come un palazzo di 8 piani? Il Pacific Marine Enviromental Laboratory di Seattle studia dagli anni '90 i movimenti di zolle tettoniche, faglie e "zone di subduzione". La "zona di Cascadia", una faglia marina che va dalla Columbia britannica al nord della California, ha una conformazione identica a quella di Sumatra: per questo gli scienziati di Seattle hanno realizzato dettagliate mappe di rischio che quantificano l’intensità di tsunami che potrebbero colpire alcune comunità "ad alto rischio". Ma le mappe sono basate su un'onda la cui massima altezza raggiunge i 10 metri. "Fino allo tsunami dell'Oceano Indiano – spiega nuovamente Titov – tutti gli esperti sarebbero stati concordi nel giudicare assurda e imprevedibile un’onda più alta di quella. Dopo 26 dicembre, l'unica cosa certa è che i nostri modelli di prevenzione andranno completamente aggiornati".

Luca Galassi

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