19/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel sud musulmano delle Filippine il governo torna a bombardare, 25mila sfollati.
  militari filippini
“L’arcipelago di Sulu e soprattutto la sua isola più grande Jolo sono oggi per il governo delle Filippine e per le sue Forze armate (AFP) un piccolo Vietnam. Nelle ultime settimane violente battaglie si sono consumate sia nella giungla sia nei villaggi. Il 12 febbraio scorso una festa di matrimonio è stata visitata dai proiettili dell’AFP. Sono rimasti uccisi uomini, donne e bambini”. Questa è la testimonianza di un attivista umanitario a Sabah, regione dell’estremo nord della Malesia, che un tempo faceva parte del sultanato di Sulu e che si trova di fronte a Jolo. Qui oltre 25mila persone sono state costrette ad abbandonare le loro case in seguito agli scontri tra l’Esercito filippino e i ribelli musulmani iniziati il 7 febbraio scorso. “Queste violenze – continua l'attivista - sono il risultato di mesi di attacchi e omicidi da parte dell’AFP contro la popolazione locale con l’obiettivo di eliminare i restanti combattenti di Abu Sayyaf”. Nel sud delle Filippine il governo, che rappresenta la maggioranza cristiana della popolazione (83 per cento), combatte da trent’anni contro diversi gruppi separatisti musulmani: il Fronte di Liberazione Nazionale Moro (MNLF) fondato dal carismatico Misuari e che ha firmato un accordo di cessate il fuoco nel '96, il Fronte Islamico di Liberazione (MILF) costola dell'MNLF nata nell'84 e Abu Sayyaf di cui l'origine non è chiara. Nelle recenti battaglie di Jolo sarebbero impegnati - secondo l'Esercito filippino - alcuni seguaci di Misuari che chiedono la liberazione del loro leader da una prigione - dorata - di Manila e i membri di Abu Sayyaf. Finora almeno 25 soldati sarebbero morti e oltre 50 sarebbero rimasti feriti. Sempre secondo fonti militari, le vittime tra i guerriglieri sarebbero tra le 70 e le 100.

cartinaLa massiccia offensiva dell’Esercito contro i ribelli, che vogliono creare uno Stato musulmano nel sud del Paese, dov’è concentrata la minoranza musulmana (5 per cento della popolazione), è iniziata in realtà a gennaio. Allora le truppe filippine si sono scontrate con i guerriglieri di un altro gruppo armato, il Fronte Islamico di Liberazione (MILF), e hanno bombardato un’area paludosa nell’isola di Mindanao (nordest di Sulu). Ventimila civili hanno dovuto fuggire dai loro villaggi, ma non si conosce ancora il numero delle vittime. In seguito, il 6 febbraio, il conflitto si è spostato a Jolo. I fedeli di Misuari hanno condotto diverse imboscate  contro alcune postazioni militari e di lì a poco è arrivata la risposta delle forze armate che il giorno dopo hanno lanciato operazioni dal mare, dal cielo e via terra con la missione dichiarata di “cancellare Abu Sayyaf”. “Manila insiste sulla linea “Nessun negoziato, solo sottomissione e accerchiamento”, dichiara l'attivista. Bombe e razzi non hanno risparmiato le aree abitate dai civili. Finora sono stati allestiti 19 campi profughi in cinque città (Luuk, Panglima Estino, Indanan, Jolo e Patikul).

Alcuni attacchi ribelli sono stati sferrati per vendicare l’uccisione da parte dell’AFP di una donna incinta e del suo bambino. I leader religiosi locali, diverse ong e persino il MILF, che dopo i fatti di gennaio ha deciso di sedersi al tavolo delle trattative, hanno lanciato appelli di cessate il fuoco che sono rimasti però inascoltati. Il governo della presidente Gloria Macapagal Arroyo ha anzi mandato truppe di rinforzo e al momento 4/5mila soldati stanno combattendo contro qualche centinaio di ribelli. In questa guerra di attacchi e rappresaglie continui, Abu Sayyaf il 15 febbraio ha vendicato le sue vittime compiendo tre attentati in diverse città, Manila a nord e General Santos e Davao al sud. Undici i morti e oltre 150 i feriti. Le autorità stanno indagando se in queste azioni terroristiche ci possa essere anche la mano della fantomatica Jemaah Islamiah, la rete del terrore con basi nel Sudest Asiatico che potrebbe – ma non ci sono prove - essere legata ad Al Qaeda di Osama Bin Laden. E che sarebbe responsabile della strage di Bali dell’ottobre 2002, in cui morirono oltre 200 persone, gran parte dei quali turisti australiani. 

MindanaoDal 1971 - quando iniziò la guerra nel sud delle Filippine - a oggi, le vittime sarebbero oltre 150mila e decine di migliaia gli sfollati. Nel 2000 l’allora presidente Estrada ordinò di bombardare Jolo causando la morte di almeno 600 civili. Al tempo Abu Sayyaf aveva rapito 16 filippini, tre malesiani, due giornalisti francesi e un americano. Pur essendo uno dei gruppi guerriglieri meno numeroso, è il più radicale: compie spesso sequestri di locali e stranieri e si finanzia con i riscatti. D’altra parte anche le forze armate filippine, addestrate anche dai reparti antiterrorismo statunitensi, hanno compiuto gravi abusi: “In tutto il Paese – dichiara Amnesty International – sono stati registrati assassinii indiscriminati, torture e sparizioni”. La disparità sociale ed economica tra nord e centro del Paese, a maggioranza cristiana, e il sud, a minoranza musulmana, spiegano gran parte di queste tensioni. La popolazione musulmana vive nelle zone più povere dell’Arcipelago filippino e accusa il governo di non aver favorito la sua integrazione. Nel 1996 il MNLF ha firmato un accordo di pace con Manila che gli ha concesso di creare la Regione Autonoma Musulmana di Mindanao (Armm). Ma altri movimenti si sono formati nel corso del tempo e la pace sembra sempre più lontana.

Francesca Lancini

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