Nel sud musulmano delle Filippine il governo torna a bombardare, 25mila sfollati.

“L’arcipelago
di Sulu e soprattutto la sua isola più grande Jolo sono oggi per il
governo
delle Filippine e per le sue Forze armate (AFP) un piccolo Vietnam.
Nelle
ultime settimane violente battaglie si sono consumate sia nella giungla
sia nei
villaggi. Il 12 febbraio scorso una festa di matrimonio è stata
visitata dai
proiettili dell’AFP. Sono rimasti uccisi uomini, donne e bambini”.
Questa è la
testimonianza di un attivista umanitario a Sabah, regione dell’estremo
nord della
Malesia,
che un tempo faceva parte del sultanato di Sulu e che si trova di
fronte a
Jolo. Qui oltre 25mila persone sono state costrette ad abbandonare le
loro case
in seguito agli scontri tra l’Esercito filippino e i ribelli musulmani
iniziati
il 7 febbraio scorso. “Queste violenze – continua l'attivista - sono il
risultato
di mesi di attacchi e omicidi da parte dell’AFP contro la popolazione
locale
con l’obiettivo di eliminare i restanti combattenti di Abu Sayyaf”. Nel
sud
delle Filippine il governo, che rappresenta la maggioranza cristiana
della popolazione
(83 per cento), combatte da trent’anni contro diversi gruppi
separatisti
musulmani: il Fronte di Liberazione
Nazionale Moro (MNLF) fondato dal carismatico Misuari e che ha firmato
un accordo di cessate il fuoco nel '96, il Fronte Islamico di
Liberazione (MILF) costola dell'MNLF nata nell'84 e Abu Sayyaf di cui l'origine
non
è chiara. Nelle
recenti battaglie di Jolo sarebbero impegnati - secondo l'Esercito filippino -
alcuni seguaci di Misuari
che chiedono la liberazione del loro leader da una prigione - dorata -
di Manila e i membri di Abu Sayyaf. Finora almeno 25 soldati sarebbero
morti e oltre 50 sarebbero rimasti feriti. Sempre secondo fonti militari, le vittime
tra i guerriglieri sarebbero tra le 70 e le 100.
La
massiccia offensiva dell’Esercito contro i ribelli, che vogliono creare uno
Stato musulmano nel sud del Paese, dov’è concentrata la minoranza musulmana (5
per cento della popolazione), è iniziata in realtà a gennaio. Allora le truppe
filippine si sono scontrate con i guerriglieri di un altro gruppo armato, il
Fronte Islamico di Liberazione (MILF), e hanno bombardato un’area paludosa
nell’isola di Mindanao (nordest di Sulu). Ventimila civili hanno dovuto fuggire
dai loro villaggi, ma non si conosce ancora il numero delle vittime. In
seguito, il 6 febbraio, il conflitto si è spostato a Jolo. I fedeli di Misuari
hanno condotto diverse imboscate contro
alcune postazioni militari e di lì a poco è arrivata la risposta delle forze
armate che il giorno dopo hanno lanciato operazioni dal mare, dal cielo e via
terra con la missione dichiarata di “cancellare Abu Sayyaf”. “Manila insiste
sulla linea “Nessun negoziato, solo sottomissione e accerchiamento”, dichiara
l'attivista. Bombe e
razzi non hanno risparmiato le aree abitate dai civili. Finora sono stati
allestiti 19 campi profughi in cinque città (Luuk, Panglima Estino, Indanan,
Jolo e Patikul).
Alcuni
attacchi ribelli sono stati sferrati per vendicare l’uccisione da parte dell’AFP
di una donna incinta e del suo bambino. I leader religiosi locali, diverse ong
e persino il MILF, che dopo i fatti di gennaio ha deciso di sedersi al tavolo
delle trattative, hanno lanciato appelli di cessate il fuoco che sono rimasti
però inascoltati. Il governo della presidente Gloria Macapagal Arroyo ha anzi
mandato truppe di rinforzo e al momento 4/5mila soldati stanno combattendo
contro qualche centinaio di ribelli. In questa guerra di attacchi e
rappresaglie continui, Abu Sayyaf il 15 febbraio ha vendicato le sue vittime
compiendo tre attentati in diverse città, Manila a nord e General Santos e
Davao al sud. Undici i morti e oltre 150 i feriti. Le autorità stanno indagando
se in queste azioni terroristiche ci possa essere anche la mano della fantomatica
Jemaah Islamiah, la rete del terrore con basi nel Sudest Asiatico che potrebbe
– ma non ci sono prove - essere legata ad Al Qaeda di Osama Bin Laden. E che
sarebbe responsabile della strage di Bali dell’ottobre 2002, in cui morirono
oltre 200 persone, gran parte dei quali turisti australiani.
Dal 1971 -
quando iniziò la guerra nel sud delle Filippine - a oggi, le vittime sarebbero
oltre 150mila e decine di migliaia gli sfollati. Nel 2000 l’allora presidente
Estrada ordinò di bombardare Jolo causando la morte di almeno 600 civili. Al
tempo Abu Sayyaf aveva rapito 16 filippini, tre malesiani, due giornalisti
francesi e un americano. Pur essendo uno dei gruppi guerriglieri meno numeroso,
è il più radicale: compie spesso sequestri di locali e stranieri e si finanzia
con i riscatti. D’altra parte anche le forze armate filippine, addestrate anche
dai reparti antiterrorismo statunitensi, hanno compiuto gravi abusi: “In tutto
il Paese – dichiara Amnesty International – sono stati registrati assassinii indiscriminati,
torture e sparizioni”. La disparità sociale ed economica tra nord e centro del
Paese, a maggioranza cristiana, e il sud, a minoranza musulmana, spiegano gran
parte di queste tensioni. La popolazione musulmana vive nelle zone più povere
dell’Arcipelago filippino e accusa il governo di non aver favorito la sua
integrazione. Nel 1996 il MNLF ha firmato un accordo di pace con Manila che gli
ha concesso di creare la Regione Autonoma Musulmana di Mindanao (Armm). Ma
altri movimenti si sono formati nel corso del tempo e la pace sembra sempre più
lontana.