Hanno creato un microcosmo di sviluppo sostenibile. Li stanno ammazzando, uno a uno
"La morte della foresta è la fine della nostra vita". Non si stancavano di ripeterlo,
mai. E adesso sono morti, brutalmente assassinati da chi, invece, vede nella foresta
una miniera di soldi, un pozzo senza fine di ricchezze da sfruttare. Suor Dorothy
Stang, il sindacalista Soares da Costa Filho e il contadino Cláudio Branco sono
stati freddati con una raffica di colpi in pieno petto. La lista dei martiri per
la causa amazzonica così si allunga. Nuovo sangue, nuove morti, nuovi volti
si uniscono a quello di Chico Mendes o Ademir Alfeu Federicci, di tutti coloro
che hanno perso la vita lottando per il popolo amazzonico, per uno sviluppo sostenibile,
per la terra ai contadini.
Un triste primato. E adesso il Parà sale di prepotenza in cima a una tragica classifica: quella
degli stati più violenti del Paese, in cui l’impunità regna sovrana. In diciotto
anni può vantare il triste primato di 521 morti ammazzati per il possesso della
terra, e solo un minima parte di questi casi vede poi un regolare processo.
Per i venditori di legname, i proprietari terrieri e i grileiros (coloro che si appropriano della terra prepotentemente e senza diritti) è ormai
norma terrorizzare e minacciare coloro che perseguono i progetti di sviluppo sostenibile,
coloro che predicano la giustizia e i diritti umani.
Contro il silenzio. Violenze da parte di fazendeiros e di madeireiros armati e incappucciati, che attaccano come furie le case dei contadini, ne sequestrano
i beni, distruggono i raccolti, sradicano le palizzate, i recinti, mettendo in
fuga famiglie intere, sono da anni all’ordine del giorno. L’intento è impossessarsi
di ettari preziosi, falsificarne i documenti di proprietà e farne quel che si
vuole. Ricavarne i legni pregiati e poi incendiare la selva rimanente che, disboscata,
diventa pascolo da trasformare in terreno da coltivare, magari a soia. Da lì il
passo verso il commercio è molto breve. Il Brasile è uno dei maggiori esportatori
di soia del mondo.
Una spirale infernale, che cresce e continuerà a farlo se protetta dal silenzio,
dalla paura, dall’omertà.
Un altro mondo è possibile. Denunciare era infatti la parola d’ordine di persone come Dorothy, Soares e
Claudio. Gente che non si stancava di ostacolare, di opporsi a queste scorribande,
di gridare al mondo le ingiustizie. E il tutto pienamente consci di rischiare
la vita ogni singolo giorno.
Con i loro progetti di sviluppo sostenibile hanno studiato il modo di rendere
armonico il rapporto fra l’imponente e fiera foresta con le esigenze socioeconomiche
di interi villaggi. E i risultati sono sorprendenti. Nella sola Anapu, la culla
di Dorothy e Claudio, oltre cinquecento famiglie hanno trasformato un'area ben
recintata di 1400 chilometri quadrati in una comunità perfetta. E l’hanno chiamata
Esperança. Qui coltivano rispettando la natura, con un’agricoltura a bassa intensità,
prendendo i frutti della foresta e attingendo alle altre immani ricchezze che
naturalmente offre. Un microcosmo ideale, ispirato agli equilibri atavici degli
indios. Un paradiso off limits per infuriati taglialegna in cerca di mogano.
Un esempio troppo pericoloso per i grandi proprietari terrieri assetati di monoculture
da agrobusiness. Col lavoro di ogni giorno hanno dimostrato concretamente che
lo sviluppo sostenibile si può fare, che una civiltà in perfetta armonia con la
natura è realizzabile, che un altro mondo è possibile.
E le forze dell’ordine? Può essere che siano state così negligenti, incompetenti e conniventi da non
muovere
un dito per arginare tutto ciò? Associazioni, movimenti sociali, organizzazioni
civili, Chiesa e in particolare suor Dorothy e i suoi hanno instancabilmente denunciato
tutto ciò, hanno sempre gridato lo stato di tensione e di pericolo in cui erano
avvolti Anapu e dintorni.
Come denuncia Jean-Pierre Leroy, relatore nazionale per i Diritti umani e l’ambiente,
la polizia statale e federale è stata incapace di garantire la sicurezza
nella regione. Ma quel che è peggio è che quella statale si è addirittura
allineata agli interessi dei fazendeiros e dei madeireiros.
Chi vivrà... E adesso? Qualcosa cambierà? Intanto duemila soldati sono arrivati a presidiare
l’area e Lula ha ordinato la creazione di un parco naturale di 8 milioni di ettari,
nel nord del Pará, proprio nella zona di suor Dorothy.
Non solo. Anche l’Isitituto nazionale di colonizzazione e riforma agraria (
Incra) si è pronunciato: “L’area del progetto Esperança sarà la prima terra ad essere
legalmente affidata alle cinquecento famiglie che la coltivano. La prima di una
lunga lista di espropri e riconoscimenti che l’Incra ha intenzione di eseguire
nei prossimi giorni”. Un primo passo verso la riforma agraria tanto promessa e
altrettanto rimandata da Lula o solo parole di circostanza? Chi resterà vivo,
vedrà.