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Dal nostro inviato
Migliaia di persone hanno trascorso l'intera giornata nelle strade delle principali città. Ci si salutava dicendo: Urime, auguri. Bandiere, striscioni, clacson, musica a tutto volume. Ognuno ha espresso la propria felicità come ha potuto. A fianco della bandiera del Kosovo (che non tutti sembrano aver accettato di buon grado), è onnipresente quella albanese dell'aquila bicipite nera su campo rosso. "Anche quella americana va a ruba", dice Ramadan, uno dei tantissimi ragazzi che lungo le strade vendono per un euro le bandierine da mettere sulle macchine.
La gente era impaziente di uscire di casa e così alle otto del mattino il traffico di Pristina era già in tilt. Non è importante avere una meta: è sufficiente andare in giro in macchina, gridare, cantare e vestiti a festa passeggiare lungo Boulevard Madre Teresa di Calcutta. Il programma ufficiale dei festaggiamenti, per cui il governo ha stanziato 150mila euro, prevede concerti, fuochi d'artificio, spettacoli in piazza. Nelle prime ore della mattinata, delegazioni dei partiti politici hanno reso omaggio a uno dei padri del Kosovo: il primo a posare dei fiori sulla tomba del presidente Ibrahim Rugova, alle dieci, è stato Ramush Haradinaj.
A Mitrovica, la situazione è surreale. Metà città, quella a sud, è un pot-pourri di colori e suoni. Raggiungere il centro città, dov'è la moschea, è una vera impresa. Un cordone di poliziotti schierato all'inizio del ponte, impedisce l'accesso alle macchine kosovare preparate a festa: è importante evitare qualsiasi tipo di provocazione nei confronti dei serbi che sono dall'altro lato del fiume. A nord dell'Ibar, infatti, è un giorno come gli altri, magari un pò più triste degli altri. Si lavora normalmente, i bambini escono da scuola, i negozi sono tutti aperti. A pochi chilometri da Mitrovica, separata solo dalla enorme fabbrica di Trepca, c'è Zvetan. In un certo qual modo, questa piccolissima città ha vissuto in maniera speciale il 17 febbraio. Centinaia di serbi sono a raccolta nella strada principale. Sono in molti ad avere appuntata sul bavero della giacca una spilla con il volto di Vojislav Seslj, leader dei radicali, e la scritta "Stop al Tribunale dell'Aja". Una delegazione del parlamento di Belgrado è arrivata per dimostrare solidarietà alla minoranza serba. A capo della spedizione il ministro per il Kosmet, Goran Bogdanovic. Un documento votato dall'Assemblea delle municipalità serbe ha ribadito ancora una volta la ferma opposizione alla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, contraria a tutte le leggi internazionali e in violazione della Risoluzione Onu 1244. Diversi parlamentari serbi sono intervenuti in apertura di lavori: tutti sono stati molto duri. Un delegato del partito radicale ha letto una lettera di Seselj indirizzata ai serbi del Kosovo e Metoja:
"L'Ue e i suoi alleati vogliono mutilare la Serbia. Non saranno contenti fino a quando la nostra nazione non sarà che un piccolo pezzetto di terra intorno a Belgrado. Ma noi non lo permetteremo. Il partito radicale combatterà per i fratelli serbi del Kosovo. Sono molto orgoglioso di voi, per come state resistendo nonostante le enormi difficoltà che siete chiamati ad affrontare: Fratelli, non abbandonate mai il Kosovo! Anche noi avremo il nostro 17 febbraio, quando porteremo in tribunale i separatisti albanesi. Scenderemo in piazza per porre fine alla menzogna che il Kosovo è uno stato. La dichiarazione che sarà approvata oggi, sarà solo un punto di inizio da cui partire".
Nicola Sessa