21/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In Sudafrica la mortalità dovuta all'Aids sarebbe molto più alta
Copyright - Who/P. VirotTre volte tanto. Sarebbe da rivedere in questi termini il bilancio dei morti causati dall’Aids in Sudafrica. Il dato nasce dalla revisione delle cause di morte fra il 1996 e il 2001: un gruppo di ricercatori sudafricani ha infatti isolato i morti per malattie collegabili all’Hiv, come tubercolosi, diarrea, polmonite, meningite e altre, tenendo conto dell’aumento dei decessi per queste cause rispetto al passato in specifiche fasce di età. Ebbene, la percentuale di decessi così attribuibile all’Aids è ben più alta di quanto riportato da un’indagine dell’agenzia di Statistica del governo del 2002, secondo la quale solo l’8,7 per cento dei morti del Sudafrica era attribuibile all’Hiv. Ricercatori e organizzazioni impegnati contro l’Aids avevano allora parlato di una sottovalutazione della diffusione del virus nel Paese, e la revisione appena pubblicata sembra dar loro ragione. “Nel nostro studio abbiamo stimato che il 30 per cento dei morti in Sudafrica era stato causato dall’Hiv” spiega a PeaceReporter Debbie Bradshaw, firmataria della ricerca.

Test per l'Hiv. Copyright - Who/P. VirotStudiare il passato per il futuro. Debbie Bradshaw lavora al Medical Reasearch Council del Sudafrica. Dirige un’unità di ricerca con il compito di studiare l’impatto delle diverse patologie e raccogliere i dati sullo stato di salute e di malattia della popolazione, su cui basare previsioni sul futuro e sui piani di prevenzione e cura da mettere in atto. Ed è quello che ha fatto con i suoi collaboratori, andando a vedere il reale impatto dell’Aids sui sudafricani. Secondo la sua analisi pubblicata sulla rivista Aids “I tassi di mortalità in Sudafrica sono aumentati fra il 1996 e il 2000-2001. Questo appare essere per la maggior parte il risultato di un aumento di mortalità correlato all’Hiv. Il cambiamento ha seguito un preciso quadro di età, con un aumento di mortalità concentrato fra i bambini, le donne tra 25 e 39 anni e gli uomini fra i 30 e i 49 anni”.

Cambiare atteggiamento e norme. Le spiegazioni proposte dai ricercatori, di fronte a una percentuale così alta di errori di classificazione dei decessi, mostrano alcune possibili strade da percorrere nelle politiche di governo future. Se infatti può semplicemente essere sconosciuta la sieropositività di un paziente al momento della sua morte, che viene quindi attribuita ad altre cause, in Sudafrica la diagnosi di Aids rappresenta ancora un importante stigma sociale, tale da rendere i pazienti restii a rivelare il loro stato e propensi a chiedere al medico di non farne parola. Non solo. Molte polizze assicurative sulla vita e sui servizi funerari non coprono in caso di morte per Aids; di conseguenza sono i familiari stessi a domandare al medico di non certificare la reale causa di morte.

Slogan dell'iniziativa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità contro l'Aids nei Paesi in via di sviluppo. Trattare 3 milioni di persone entro il 2005. Copyright - Who/P. VirotNon solo Sudafrica. Le conclusioni suscitate dallo studio potrebbero essere valide anche per altri Paesi, e quindi la mortalità per Aids molto più alta delle statistiche ufficiali riportate altrove? Ci risponde ancora Debbie Bradshaw: “Non conosco altre relazioni che mostrino questi dati, a parte uno studio condotto in Brasile, dove è stato visto che l’85 per cento delle donne fra 10 e 49 anni morte per cause correlabili all’HIV è stato poi certificato come effettivamente affetto dal virus. Non mi sorprenderebbe se questo riscontro ci fosse anche in altri Paesi, dello stesso ordine di grandezza. Naturalmente, date le dimensioni dell’epidemia in Sudafrica, l’impatto di questo errore di classificazione (delle cause di morte, ndr) è enorme se non viene riconosciuto” .

 

Valeria Confalonieri

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