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scritto per noi da
Matteo Fagotto
Sono passati sei anni dalla (teorica) fine della guerra in Congo. Sei anni in cui, a fatica, il Paese ha organizzato le prime elezioni libere della sua storia ponendo fine a una difficile transizione post-bellica. Ma nell'est del Paese, in Kivu e in Ituri, il tempo si è fermato a sei anni fa. Tanto che, al momento, due eserciti stranieri, quello ugandese e quello ruandese, hanno sconfinato per dare la caccia ai rispettivi gruppi ribelli. Con l'autorizzazione del governo di Kinshasa, certo. Ma questo non ha evitato al presidente Joseph Kabila le aspre critiche di una parte dell'opinione pubblica.
Da settimane ormai, nel Kivu gli eserciti di Congo e Ruanda stanno conducendo un'offensiva congiunta contro i ribelli Hutu delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, "eredi" delle milizie che, nel 1994, condussero il genocidio dei Tutsi e degli Hutu moderati, costato la vita ad almeno 500.000 persone. L'offensiva, che negli ultimi giorni ha portato all'uccisione di almeno 40 miliziani, secondo quanto reso noto dai due eserciti, ha però anche scatenato le rappresaglie dei ribelli. Stando alle denunce dell'organizzazione Human Rights Watch, almeno cento civili sarebbero stati uccisi dalle Fdlr perché sospettati di collaborare con l'esercito congolese.
Fuggite dal Ruanda subito dopo il genocidio nascondendosi tra i profughi che emigravano dal Paese, le milizie Hutu furono impegnate durante la guerra civile congolese dallo stesso governo di Kinshasa in funzione anti-ruandese. La loro presenza ha sempre costituito un grosso problema per le relazioni tra Congo e Ruanda, che più volte negli anni scorsi minacciò di reinvadere il Congo se il governo locale non avesse disarmato i ribelli. Ma la recente svolta diplomatica seguita all'arresto di Laurent Nkunda, ex-capo ribelle vicino al Ruanda, ha permesso ai due governi di elaborare una strategia congiunta contro le Fdlr.
Stessa situazione, ma con soggetti diversi, al confine tra Congo e Uganda. Qui, l'esercito di Kampala ha ottenuto da Kinshasa l'autorizzazione a proseguire le operazioni militari contro i ribelli del Lord's Resistance Army, che conducono da ormai 23 anni una guerra contro le Forze Armate ugandesi. I ribelli, più volte spostatisi tra le zone di confine di Uganda, Sudan, Congo e Repubblica Centrafricana, sarebbero ormai chiusi in un angolo, braccati dall'esercito ugandese e da quello congolese, secondo quanto riferito dai portavoce militari dei due Paesi. Anche qui, però, il bilancio delle vittime civili è molto alto: almeno 900 morti da dicembre, data di inizio dell'operazione congiunta delle Forze Armate che comprende anche unità provenienti dal Sudan meridionale.
Se riusciranno, le due operazioni permetteranno di eliminare due tra i maggiori gruppi ribelli operanti nella zona, contribuendo così alla pacificazione dell'est del Congo. Numerosi analisti dubitano però del successo dell'offensiva, e temono che i ribelli possano semplicemente frazionarsi in gruppuscoli di uomini armati nascosti nella foresta, difficili da eliminare e altrettanto pericolosi per i civili e la stabilità del Kivu. Una regione talmente grande da rendere quasi impossibile un suo effettivo controllo. Per il momento, secondo quanto riferito dall'Onu, le operazioni militari avrebbero costretto alla fuga in Uganda almeno 7.000 persone. Che l'est del Congo sia condannato a una perenne instabilità?
Matteo Fagotto