12/02/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



"C'è sempre molta gente in ambulatorio. Da qualche giorno, meno immigrati". Il racconto di una dottoressa di Bologna volontaria al Sokos

Le otto del mattino. Comincia la mia giornata di lavoro in ospedale. C'è sempre molta gente in ambulatorio. Da qualche giorno, meno immigrati. Questa mattina solo due signore moldave, badanti, con le loro "nonne" in carrozzella e un ragazzo ucraino che deve ritirare i suoi esami.

Ci sono dei cartelli affissi alla porta dell'ambulatorio e dell'accettazione: "noi non segnaliamo".
Molti ci chiedono spiegazioni, chiarimenti, leggono il testo integrale del giuramento di Ippocrate.
L'emendamento che cancella il divieto di "denunciare" i "clandestini" che si rivolgono alle strutture sanitarie, approvato in Senato il 5 febbraio scorso, non è ancora in vigore, ma si registra già una sensibile diminuzione degli accessi agli ospedali e agli ambulatori da parte degli immigrati cosiddetti "irregolari". Molti pensano che la legge sia già operativa, molti hanno paura e preferiscono, in ogni caso, non rischiare. E la paura li spinge a mettere in secondo piano la propria salute. Ormai è esperienza comune, lo abbiamo letto sui giornali negli ultimi giorni.
Gli immigrati irregolari si recano di meno al Pronto Soccorso, vanno di meno anche agli ambulatori delle associazioni di volontariato che, per definizione, sono più "amichevoli".


Me ne rendo maggiormente conto al pomeriggio, all'ambulatorio Sokos: la sala d'aspetto non è vuota, ma ci sono, stranamente, delle sedie libere. Ci sono giovani donne e uomini, madri e bambini, anziani, sono le badanti, le collaboratrici domestiche, i muratori che lavorano nei cantieri e nelle nostre case, gli uomini dei traslochi, i loro figli, i loro padri.
Penso che la norma con cui si vuole permettere ai medici di denunciare i loro pazienti "clandestini" (e con cui si tenta di incoraggiarli a farlo) sia contro l'etica e la deontologia, contro la civiltà e il buon senso. Penso che questa mattina ho visitato in ospedale una trentina di persone, credo di essermi comportata secondo "scienza e coscienza" e non ho mai pensato, davanti ad un paziente: sarà un evasore fiscale? avrà qualche pendenza penale? sarà "irregolare"?
Penso che i nostri ospedali e i nostri ambulatori debbano essere luoghi di cura, non di discriminazione. So che gli immigrati irregolari non sono un pericolo per la salute pubblica, perché non hanno, in genere, malattie "pericolose", ma so anche che l'emarginazione, la povertà, l'invisibilità producono malattie e che queste, se infettive, possono diffondersi, ma solo se chi ne soffre non viene curato, non si rivolge alle strutture sanitarie, diventa invisibile. So che le malattie si possono non solo curare, ma anche prevenire, a meno che non sia troppo tardi e credo che, con le nuove norme, "lo stato" dovrà spendere più soldi per curare malattie altrimenti evitabili.
Il rischio concreto è che si sviluppino percorsi sanitari paralleli, non ufficiali, clandestini, pericolosi. Vi sono già molte testimonianze in proposito, anche questo abbiamo letto sui giornali in questi giorni. Rischiamo di perdere il controllo sanitario, con gravi ripercussioni sulla salute di tutti.

Le sette di sera, l'ambulatorio è finito. Al bar sotto casa il "pacchetto sicurezza" è un argomento di attualità, mi chiedono: lei cosa farà dottoressa? Nulla, continuerò a lavorare come sempre, per me non cambierà niente. Se prima non mi era mai passato per la testa di chiamare la polizia o i carabinieri, non lo farò neanche dopo, neppure se entrerà in vigore la norma che abolisce il divieto per i medici di denunciare gli immigrati irregolari. E a casa penso: come diventerà (cosa diventerà) il mio lavoro? Sarò costretta alla disobbedienza civile? Ci sono le prime discussioni con i colleghi, si continua a parlarne al bar, gli immigrati irregolari ed i loro bisogni di salute cominciano a confluire nella clandestinità più inumana e pericolosa, quella sanitaria. Ma passano anche pensieri positivi: un sentire comune, trasversale alle convinzioni politiche, che può unire tutti i professionisti della salute in una visione unica, per salvaguardare la propria dignità professionale e per garantire la salute di tutti.


Cronaca di una giornata... Già Ippocrate diceva "non siamo spie". Vado a letto più tranquilla.
E ci vediamo venerdì 13 febbraio, dalle 11 alle 18, in piazza Re Enzo, per chiedere che l'iter legislativo dell'emendamento venga bloccato, per stimolare le istituzioni locali ad impegnarsi in questo senso, perché associazioni e cittadini possano manifestare la propria opposizione contro un provvedimento ingiusto, inutile e dannoso.

 

Antonietta D'Antuono

Categoria: Diritti, Migranti, Salute
Luogo: Italia