15/12/2003
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Nella Loya Jirga iniziata sabato si decide il futuro politico del Paese
Hanno impiegato giorni e giorni per raggiungere Kabul dai quattro
angoli del Paese. I cinquecento delegati alla Loya Jirga, il Gran
Consiglio degli anziani, dei capi tribù e dei leader religiosi
dell’Afghanistan, si sono riuniti sabato, 13 dicembre, sotto un enorme
tendone bianco eretto alla periferia della capitale afgana per dare
inizio ai lavori di questa “assemblea costituente” che nelle prossime
settimane dovrà discutere e approvare la nuova costituzione del Paese.
Questa fase costituisce una tappa fondamentale del programma di
pacificazione dell’Afghanistan stilato dagli Stati Uniti e
dall’Occidente dopo la guerra del 2001. Nelle intenzioni
dell’amministrazione Bush, questa Loya Jirga dovrebbe approvare la
bozza di costituzione preparata a tavolino dalla Casa Bianca allo scopo
di assicurare la continuità e la stabilizzazione del potere a Kabul
nelle mani dell’attuale presidente provvisorio, Hamid Karzai, alleato
di Washington.
Ma i presupposti non danno grandi chances di successo al piano
americano. Il documento su cui i leader locali afgani sono chiamati a
discutere è infatti qualcosa di estremamente indigesto per la gran
parte delle forze politiche afgane. La bozza costituzionale, di stampo
presidenzialista americano, assegna alla figura del presidente un
potere molto vasto, non bilanciato da un primo ministro e non
sottoposto al controllo di un parlamento forte. Inoltre attribuisce uno
scarso peso all’Islam nell’assetto legislativo e giudiziario del Paese.
Tutto questo risulta inaccettabile per i comandanti mujaheddin delle
varie formazioni etnico-poltico-militari islamiche dell’Afghanistan,
che fuori da Kabul sono ancora i veri padroni della situazione. Essi
temono che, con una costituzione del genere, il filo-americano Karzai,
candidato naturale alla presidenza alle elezioni previste per il giugno
del prossimo anno, possa accentrare tutto il potere nelle sue mani,
emarginando le altre forze politiche del Paese e instaurando così una
sorta di dittatura lontana dai bisogni delle diverse etnie, dallo
spirito islamico del Paese e vicino solo agli interessi di Washington.
Per scongiurare questo scenario, i leader tagiki hanno chiamato a
raccolta tutti i loro ex alleati di altri partiti ed etnie con cui
negli anni Novanta avevano formato l’Alleanza del Nord contro i
taliban, al fine di creare un blocco capace di non far passare la
costituzione presidenzialista alla Loya Jirga. Nelle scorse settimane
il potente ministro della Difesa, il tagiko Mohhamed Qasim Fahim
(avversario numero uno di Karzai), assieme al fratello del defunto
famoso comandante tagiko Ahmed Shah Massoud, Ahmed Wali, hanno
organizzato una serie di incontri con i maggiori leader dell’ex
Alleanza del Nord (altri tagiki, e poi uzbeki, hazara, ismailiti,
sciiti, ecc) per preparare la strategia di resistenza.
Il loro progetto è semplice: contrapporre ad una costituzione
presidenzialista all’americana una parlamentarista alla francese con un
primo ministro forte che bilanci i poteri del presidente e con
un'assemblea popolare che rappresenti gli interessi etnici e regionali
e a cui il presidente sia tenuto a rispondere. Inoltre chiedono un più
forte richiamo alla religione islamica come fondamento del nuovo Stato
afgano. Ovviamente, se questo progetto avesse la meglio, il candidato
premier alle elezioni del 2004 sarebbe il tagiko Fahim. E in questo
caso, il presidente Karzai ha già fatto sapere che ritirerà la sua
candidatura alla presidenza.
Tornando quindi sotto il grande tendone bianco dove si gioca questa
delicata partita, gli equilibri di forza sembrano favorevoli ai
mujaheddin. Se riuscissero a formare davvero un blocco compatto (cosa
non scontata date le tradizionali diffidenze inter-etniche) i loro
delegati costituirebbero circa il 70 per cento del totale. Questo
significherebbe la loro vittoria, perché nella Loya Jirga si vota a
maggioranza semplice. I delegati che appoggiano Karzai tenteranno di
dare battaglia portando dalla loro i monarchici sostenitori dell’ex
sovrano Zahir Shah. Ma non sarà un’impresa facile.
Ma cosa interessa alla popolazione afgana di questa Loya Jirga e dei
giochi politici che vi si consumano? Assolutamente nulla, stando a un
sondaggio condotto nei giorni scorsi dall’agenzia umanitaria “Care”. Su
1.500 afgani intervistati per le strade, solo il 7 per cento si è detto
interessato alla problematica del bilanciamento dei poteri e delle
etnie nel futuro Afghanistan. Il restante 83 per cento ha affermato che
questo non è il vero problema del Paese, e che chiunque governi deve
pensare alle vere emergenze: lavoro, sanità, educazione e sicurezza.
Tutto il resto sono chiacchiere che nessuno capisce e che molti
disprezzano.
Enrico Piovesana