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Consumano anche il doppio di una macchina normale e sono diventati uno dei simboli
degli sprechi energetici degli Stati Uniti, riassumendo in un singolo oggetto
tutti gli stereotipi sugli americani che inquinano allegramente il mondo senza
fare nulla per limitarsi un po’. Ma se vi aspettate che i SUV (Sport Utility Vehicles),
le enormi automobili sempre più in voga negli Usa, siano uno degli argomenti di
cui si parla nella campagna elettorale per le presidenziali, siete proprio fuori
strada. Di ambiente, nella sfida tra George W. Bush e John Kerry, si sta parlando
pochissimo. E quando lo si fa, si cerca un improbabile compromesso tra lo stile
di vita attuale e le possibilità offerte al momento dalla ricerca scientifica.
Ben che vada, alla fine si discute di palliativi.
Al vertice sulla Terra di Rio de Janeiro, nel giugno 1992, l’allora presidente
George Bush senior paralizzò la discussione sulla riduzione dei gas inquinanti
con una frase rimasta famosa: “Lo stile di vita americano non è materia di negoziato”.
In realtà lo era eccome, e per questo il summit si concluse con un nulla di fatto.
Ma spiegare ai cittadini dell’unica superpotenza rimasta che per migliorare l’aria
del pianeta bisognava innanzitutto consumare meno era un’incombenza di cui un
presidente che cercava di essere rieletto non volle farsi carico. Non stupisce
che oggi il figlio George W. – il quale glissa sull’effetto s erra, sostenendo che prima di cercare di limitarlo bisogna avere prove scientifiche
che esso esista veramente – non tocchi l’argomento.
Neanche da Kerry, tuttavia, sono giunti finora segnali confortanti. Lo sfidante
democratico è stato preso di mira dalla stampa progressista per le sue ambiguità
espresse proprio in relazione ai SUV. “Voglio che gli americani guidino – ha detto
recentemente in un comizio nel Missouri –. Volete guidare un SUV? Magnifico. Questa
è l’America”. Kerry sa che demonizzare in toto la categoria dei guidatori di questi
bestioni mangiabenzina gli costerebbe troppi voti: su ogni quattro macchine vendute
oggi negli Usa, una è un SUV. Ma si rende anche conto che l’argomento ha una certa
presa su quella minoranza di elettori che delle tematiche ambientali si interessano.
E quindi ha prima negato – lui che si professa ambientalista – di possedere un
SUV. Poi, quando gli hanno fatto notare che nel parco macchine di casa Kerry di
SUV ce ne sono tre, si è giustificato dicendo che la proprietaria è in realtà
sua moglie, Teresa Heinz. Intanto, nell’indifferenza che i media riservano a questo
tema in tempi di guerra al terrorismo, ha enunciato il suo programma energetico,
che prevede tra l’altro investimenti di 10 miliardi di dollari per una maggiore
efficienza nei consumi delle automobili.
Il problema, per il momento, rimane però confinato nel dibattito tra liberal, lungi dall’essere affrontato a livello nazionale. Le automobili prodotte negli
Usa hanno sempre consumato più di quelle europee e giapponesi, anche prima che
nascessero i SUV. Ma questa specie di fuoristrada da città batte tutti i record:
di media fanno neanche 8 chilometri con un litro, in alcuni casi nemmeno la metà.
Favoriti dal costo della benzina molto meno caro rispetto agli standard europei
– al momento, caro-petrolio compreso, si aggira intorno ai 43 centesimi di euro
al litro – gli automobilisti statunitensi sembrano non preoccuparsi del fatto
che sono costretti a fare il pieno al serbatoio ogni tre giorni, e le vendite
di SUV crescono anno opo anno.
Le leggi Usa non cercano di disincentivare l’acquisto dei giganti della strada,
anzi. I piccoli imprenditori possono dedurre dalle tasse fino a 100mila dollari
sull’acquisto di camion leggeri. Ma la regola, concepita per favorire gli affari,
è ormai sfruttata da molti come un’opportunità di comprare a prezzo scontato giganteschi
SUV che magari servono alla moglie per portare a scuola i bambini e fare la spesa
al supermercato. L’amministrazione Bush – definita da molti osservatori la peggiore
della storia dal punto di vista dell’ambiente – non si pronuncia in merito, e
intanto ha evitato di rinnovare gli incentivi fiscali (1.500 dollari) per comprare
le automobili ibride a doppio motore (elettrico e a benzina).
Il problema è che parlare di ambiente, quando ci sono di mezzo gli Stati Uniti,
non significa solo disquisire sulla salute di qualche albero. Vuol dire toccare
un nervo scoperto, che la società americana non ha ancora voluto affrontare seriamente.
Senza rendersi conto che condiziona anche scelte di politica estera che hanno
conseguenze sulla vita di tutti, come la stessa guerra al terrorismo.
A spiegare questo legame bastano alcuni numeri. Gli Usa importano circa il 60
per cento del loro fabbisogno petrolifero, un quarto di questo proviene dalla
sola Arabia Saudita. E ogni anno gli Stati Uniti consumano 3 miliardi di barili
di petrolio solo per far funzionare il loro parco automobili. “Se i veicoli statunitensi
– ha scritto Clyde Prestowitz nel suo libro “Stato canaglia” – consumassero quanto
quelli europei e giapponesi, gli Usa non avrebbero più bisogno di importare il
petrolio dal Golfo Persico”.
Ecco perché molti si chiedono perché l’America non prenda maggiormente a cuore
il discorso del risparmio energetico, dato che sarebbe nel suo stesso interesse.
L’american way of life tanto caro a Bush senior ha un prezzo, ed è la dipendenza del Paese dalle forniture
straniere, che stanno in massima parte nell’area più instabile del pianeta.
Alessandro Ursic