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scritto per noi da
Matteo Fagotto
Niente San Valentino, siamo musulmani. E' questo il messaggio lanciato pochi giorni fa dall'associazione sudanese degli ulema, gli studiosi islamici, alle giovani coppie non sposate del Paese. Festeggiare la ricorrenza del 14 febbraio non solo non avrebbe niente a che vedere con la cultura e le tradizioni locali, ma rischierebbe di portare i ragazzi sulla cattiva strada, facendo loro compiere "sciocchezze" di cui potrebbero pentirsi in futuro. Per questo, al posto dei bigliettini d'amore e d'auguri che si stanno diffondendo negli ultimi anni nella capitale Khartoum, gli ulema propongono alle coppie di rimanere a casa, e di risparmiare in vista del matrimonio. Lasciando ad altri peccati e tentazioni.
In effetti, qualche ragione i dotti islamici ce l'hanno. La festa del patrono di Terni, istituita da papa Gelasio I nel 496 d.C. in sostituzione della festa pagana della fertilità, non ha molto a che vedere con la storia dell'Islam. A quel tempo, non solo Maometto doveva ancora nascere, ma anche la tradizionalista Arabia Saudita era un ricettacolo di culti diversi, molti dei quali politeistici, favoriti dai governanti del luogo per gli introiti economici che garantivano. Comprensibile quindi che gli ulema vedano con preoccupazione l'importazione di una festa celebrata sì in tutto il mondo, ma che almeno nel nord del Sudan, a stragrande maggioranza musulmana, fino a qualche anno fa non aveva attecchito. Ora, invece, qualcosa sta cambiando.
Nulla di trascendentale, intendiamoci. Nella tradizione musulmana baci ed effusioni in pubblico non sono contemplate, e la capitale sudanese non sfugge alla regola. Ma l'introduzione ufficiosa della festività tra le giovani coppie non deve poi essere così fuori dal mondo, se per l'occasione gli ulema hanno deciso di emettere un comunicato condannandola. Merito forse (o colpa, a seconda dei punti di vista) dei milioni di sudanesi provenienti dal sud del Paese, a grande maggioranza cristiano-animista, che contro San Valentino non hanno proprio nulla. Ma se le convinzioni religiose hanno contribuito a incendiare una guerra civile tra nord e sud del Paese, durata più di trent'anni e costata la vita a due milioni di persone, è improbabile che la festa degli innamorati più famosa al mondo abbia lo stesso effetto. E chissà, se la tendenza attuale dovesse continuare, in futuro potrebbe anche rivelarsi un "ponte" tra le due comunità.
Matteo Fagotto