15/12/2003
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La storia di Freddy, in carcere a Cochabamba
scritto per noi da
Choco
Freddy vive a Ivirgarzama, nel cuore del Chapare. La crisi economica
della regione - dopo lo sradicamento della coca e il
fallimento dell’economia alternativa voluta dagli USA - lo costringe a
lasciare la scuola e a cercare lavori occasionali per aiutare la
famiglia.
A Freddy offrono 100 dollari per trasportare un pacchetto di droga a Santa Cruz. Accetta.
E viene arrestato.
Viene immediatamente trasportato al centro UMOPAR (la polizia
specializzata alla lotta al narcotraffico) di Chimoré, proprietà
privata del governo americano, giusto a lato della DEA (nel Chapare un
tenente americano dà gli ordini a un colonnello boliviano).
Viene spogliato di ogni suo bene, gli viene forzata una
dichiarazione in cui si riconosce colpevole. La confessione recita che
l’interrogatorio si è svolto nel pieno rispetto delle garanzie di
legge e che nessuna dichiarazione è stata estorta o ottenuta
illegalmente. La firma è dell'ufficiale interrogante.
La carceleta è una baracca in legno, con tetto in lamiera, sotto il
sole cocente del tropico. Uno stanzone unico di circa otto metri per
otto. Ci stanno da cento a centoventi persone, uomini e donne assieme.
La notte si dorme sul fianco, per starci tutti. Niente colazione.
Per pranzo una minestra di manioca. Per cena una minestra di
manioca. Tutti i giorni. Sempre lo stesso. L’acqua è di un
pozzo fangoso e infetto. Le infezioni intestinali sono la norma. Manca
una farmacia.
Freddy assiste a violenze carnali, pestaggi. Tocca con mano la
disperazione. C'è chi, in crisi di astinenza da fumo, raccoglie
le ragnatele dagli angoli delle celle, le rulla e le
accende, aspirandole. Altri bevono detersivo.
Ogni protesta è soffocata col gas lacrimogeno.
Un compagno muore per una semplice peritonite non curata.
I bisogni fisiologici di notte si fanno in un sacchetto di plastica che i detenuti
tengono accanto fino alla mattina seguente.
La legge prevede una permanenza massima di 48 ore in una carceleta . Freddy ci
rimarrà 8 mesi e 3 settimane.
Poi il trasferimento nel carcere di S. Antonio a Cochabamba. Le prime
due settimane le passa nel calabozo , ossia uno sgabuzzino per le
punizioni buio e infimo, dove sono ammassati una decina di detenuti.
A San Antonio, il carcere dove viene trasferito, non si vede il
cielo. E' un capannone che prima ospitava un mercato di
patate.
I detenuti hanno costruito pareti di legno e lamiera in cui hanno ricavato stanze
che fungono da celle.
Alcuni possono soltanto permettersi dei loculi dove si infilano la notte.
Appena entrati pagano il diritto di ingresso, che svuota loro le tasche dei pochi spiccioli
che hanno.
Poi devono comprarsi, in qualche modo, anche il
posto in cella. Freddy, quindi, è costretto
a dormire sulle panche della cappella, fino all'arrivo del
contributo statale, che in media viene distribuito
con quattro mesi di ritardo.
Ammonta a 3 boliviani al giorno, pari a 40 centesimi di euro
circa. Giusto quanto basta per un piatto di minestra. Per il
secondo pasto quotidiano i detenuti devono arrangiarsi.
Il giorno dell'udienza Freddy, non avendo i soldi per pagare
il taxi alle guardie, deve raggiungere il tribunale a piedi,
ammanettato.
Nei corridoi del tribunale conosce il suo avvocato. Entra in aula, gli
mostrano una dichiarazione firmata da lui in cui scopre di
aver coinvolto e accusato un ragazzo mai conosciuto prima. Gli
danno cinque anni e quattro mesi di detenzione.
Torna in carcere a scontare la pena.
Freddy è un ragazzo timido e riservato. In quattro anni e due mesi
di carcere non gli verrà registrato nessun atto di insubordinazione,
nessun litigio. Tutti i compagni lo considerano un amico, lo
ribattezzano Pajarito , uccellino. In effetti Freddy è piccolino di
statura.
In carcere studia e ottiene il diploma di maturità a pieni voti. Passa
il tempo e il suo avvocato si dimentica totalmente di
lui. Raggiunge il termine per chiedere lo sconto della pena in
ragione del lavoro svolto, ma nessuno lo informa. Scade il termine
per richiedere il permesso di lavorare fuori in semilibertà, ma nessuno
lo informa. Scade il termine per la libertà condizionale, ma
nessuno lo informa.
Dopo quattro anni e due mesi Freddy deve uscire. Deve preparare le valigie: può andarsene.
Si presenta alla porta con indosso una maglietta, i pantaloni di una
tuta e un paio di ciabatte. In mano una giacca e due quaderni. E’
tutto.
Freddy è un po’ spaesato. Mangia qualcosa. Passeggia per la cittá.
Vorrebbe iscriversi all’università, vorrebbe vedere il
mare.
Non vede l’ora dell’indomani per riabbracciare i suoi genitori: "Non
voglio avvisarli - dice - voglio far loro una sorpresa".
Passa accanto a una mendicante, si fruga nelle tasche e le lascia una monetina.
Al momento dell’arresto Freddy aveva 16 anni.