09/02/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Nelle carceri libiche, l'inferno di persone innocenti che hanno la sola colpa di aver tentato la fuga verso l'Italia

La porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L'odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Incrocio gli sguardi di una trentina di persone. Ammassati uno sull'altro. A terra vedo degli stuoini e qualche lercio materassino in gommapiuma. Sui muri qualcuno ha scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa e lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall'Italia e dall'Unione europea.

I prigionieri si accalcano contro la porta della cella. Non ricevono visite da mesi. Alcuni alzano la voce: "Aiutateci!". Un ragazzo allunga la mano oltre quelli della prima fila e mi porge un pezzettino di cartone. C'è scritto sopra un numero di telefono, a penna. Il prefisso è quello del Gambia. Lo metto in tasca prima che la polizia se ne accorga. Il ragazzo si chiama Outhman. Mi chiede di dire a sua madre che è ancora vivo. È in carcere da cinque mesi. Fabrice invece non esce da questa cella da nove mesi. Entrambi sono stati arrestati durante le retate nei quartieri degli immigrati a Tripoli. Da anni la polizia libica è impegnata in simili operazioni. Condotte per conto dell'Italia. La cooperazione anti immigrazione tra i due Paesi risale al 2003. Allora l'Italia spedì oltremare motovedette, fuoristrada e sacchi da morto, insieme ai soldi necessari a pagare voli di rimpatrio e campi di detenzione. Da allora decine di migliaia di immigrati e rifugiati ogni anno sono arrestati dalla polizia libica e detenuti in centri fatiscenti sparsi per il paese, in attesa del rimpatrio. Il trattato di amicizia appena ratificato dal Parlamento italiano, permetterà invece l'avvio dei pattugliamenti congiunti, già previsti da un accordo firmato dal governo Prodi nel 2007 ma finora mai applicato. Fin dai prossimi mesi, migliaia di migranti fermati in mare potrebbero essere respinti in Libia e rimpatriati, senza nessuna distinzione per i rifugiati politici, che - lo ricordiamo - rappresentano il 50% dei passeggeri sulla rotta per Lampedusa.

''I migranti sono vittime di una cospirazione tra le due rive del Mediterraneo. L'Europa vede soltanto un problema di sicurezza, nessuno vuole parlare dei loro diritti". Jumaa Atigha è un avvocato di Tripoli. Nella parete del suo ufficio è appesa una Laurea in Diritto penale dell'Università La Sapienza, di Roma, conferita nel 1983. Dal 1999 ha presieduto l'Organizzazione per i diritti umani della Fondazione guidata dal primogenito di Gheddafi, Saif al Islam. Lo scorso anno si è dimesso. Dal 2003 ha condotto una campagna che ha portato alla liberazione di 1.000 prigionieri politici. Ci descrive un paese in rapido cambiamento, ma ancora lontano da una situazione ideale sul fronte delle libertà individuali e politiche. Atigha conosce personalmente le condizioni di detenzione in Libia. Dal 1991 al 1998 è stato incarcerato, senza processo, come prigioniero politico. Dice che la tortura è comunemente praticata dalla polizia libica. "Dal 2003 abbiamo fatto una campagna contro la tortura nelle carceri. Abbiamo organizzato conferenze, visitato le prigioni, fatto dei corsi agli ufficiali di polizia. La mancanza di consapevolezza fa sì che la polizia pratichi la tortura pensando così di servire la giustizia". Mustafa O. Attir la pensa allo stesso modo. Insegna sociologia all'Università El Fatah di Tripoli. "Non è un problema di razzismo. I libici sono gentili con gli stranieri. È un problema di polizia".

Le sue parole mi fanno ripensare ai parrucchieri ghanesi nella medina, ai sarti chadiani, ai negozianti sudanesi, ai camerieri egiziani, alle donne delle pulizie marocchine e agli spazzini africani che armati di scope di bambù ogni notte ripuliscono le vie dei mercati della capitale. Mentre gli eritrei si nascondono nei sobborghi di Gurji e Krimia, migliaia di immigrati africani vivono e lavorano, in condizioni di sfruttamento, ma con relativa tranquillità. Sicuramente per sudanesi e chadiani è tutto più facile. Parlano arabo e sono musulmani. La loro presenza in Libia è decennale e quindi tollerata. Lo stesso per egiziani e marocchini. Al contrario eritrei ed etiopi sono qui esclusivamente per il passaggio in Europa. Non parlano arabo, sono cristiani. E hanno spesso in tasca i soldi per la traversata. Per cui diventano facile mira di piccoli delinquenti e poliziotti corrotti. Per i nigeriani, e più in generale i sub-sahariani anglofoni, è ancora diverso. Che siano diretti in Europa oppure no, il loro destino in Libia si scontra sistematicamente contro il pregiudizio che si è venuto a creare contro i nigeriani, sulla scia di qualche fatto di cronaca nera. Sono accusati di portare droga, alcol e prostituzione, di essere autori di rapine e omicidi, e di diffondere il virus dell'Hiv.

Gabriele Del Grande

Parole chiave: libia, italia, accordo italia libia, migranti, gheddafi
Categoria: Diritti, Migranti
Luogo: Libia