23/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



São Luis, dove la povera gente insegna umilmente la gioia di vivere con semplicità
dal nostro inviato, São Luis (Maranhão) - São Luis, capitale del Maranhão, nord est del Brasile, l´area più povera del paese. La chiamano l’isola dell‘amore, e di amore la gente di questo luogo ne ha da regalare. La città nuova sorge ai piedi di quella vecchia, coloniale, affascinante e colorata. La sua architettura è quella tipica dei conquistadores, che si sono contesi duramente questa città infinite volte. Francesi contro olandesi, olandesi contro portoghesi: un punto strategico, sia dal punto di vista geografico che da quello economico. Ricca di minerali, Saõ Luis è una miniera di risorse.

 Di giorno è vivace e frizzante, impegnata e sorridente. Il traffico scorre disordinato lungo le arterie che si dilungano da e verso il mare. Spiaggie bianche e ininterrotte circondano questa città di un milione gli abitanti. Il cinque per cento dei quali si contende terreni e ville sul litorale e si spartisce il potere, politico ed economico.
Il 20 per cento occupa la cosiddetta classe media che qui comprende sia coloro che gudagnano il salario minimo di 260 real, che compra utilitarie – quasi tutte marchiate Fiat – e che vive in case modeste ma ben tenute a coloro che invece riescono a racimolare fino ai 3000 real (900 euro) e si possono permettere di mandare i figli a scuola, magari riuscendo a spedirli anche all´università.

Il resto è miseria: il 30 per cento vive al limite della sopravvivenza e il 40 per cento sotto la soglia di povertà. Eppure, la parte più vera, più profonda, più allegra è proprio questa: le invasioes.
Aree che non differiscono di molto dalle favelas della grandi metropoli del Paese: sono terre apparentemente libere (quasi sempre di proprietà dello stato) dove i nulla tenenti, dal giorno alla notte, vi costruiscono capanne di legno e fango.

Solitamente sono a ridosso del centro cittadino, dal quale cercano di sfruttare perlomeno i servizi e e dove forse c’è la possibilità di arrangiarsi con lavori più o meno improvvisati. E´ qui che le famiglie povere vivono miseramente. Sono grandi quartieri che mano a mano prendono forma, ingrandendosi. Nascono vie e negozietti, bar e luoghi di incontro. Le strade sono terrose e malconcie. Le case piccole e malmesse. Qui si intrecciano storie di vita di ogni genere, più o meno difficili, con una unica costante: la presenza della donna.

E' la donna l'angelo del bairro (il quartiere povero), è intorno a lei e per lei che il nucleo familiare si mantiene unito nonostante le difficoltà. Il matrimonio non è nemmeno concepito, e le coppie convivono senza legami ufficiali. L´uomo, molto spesso, abbandona la compagna al terzo/quarto figlio, magari per accompagnarsi ad una più giovane. "E' normale – commenta suor Gabriella, una missionaria delle Minime del Sacro Cuore che ha vissuto nel Maranhão per sedici anni e che si è sempre occupata di questa gente – Qui sono le mamme che si devono arrangiare per portare a casa il pane per i figli”. Queste suore si occupano principalmente della gestione dell´ambulatorio e di adozioni a distanza. Sono circa trecento i bambini che l’istituto è riuscito a far adottare e suor Gabriella, che e´tornata in Italia ormai da anni, adesso è per un mese a Sao Luis per visitare alcune famiglie.

E´con lei che ci addentriamo nelle invasioes, che sorgono proprio vicino alla Casa di Accoglienza delle Minime. La gente l’accoglie con grande gioia, è amata e rispettata, come tutte le altre consorelle che vivono ogni giorno con loro e per loro. In un attimo sciami di bambini saltellanti ci circondano. I loro occhi neri e lucenti ci guardano.
Osservano. Ma senza diffidenza, solo una gran curiosità. Basta poco per rompere l´imbarazzo ed e´subito festa. Non esistono i pregiudizi, da queste parti. Per questo c’è tanta spontaneità. E tanta, tanta dignità.
E’ la cultura della speranza che salta agli occhi di un forestiero. I meninos ne sono il ritratto. Ti abbracciano, ti saltano addosso, ti tirano da ogni parte. E qualcuno ti prende per mano accompagnandoci fin dentro la sua casa. Tre, quattro stanze, praticamente vuote, con pareti fatiscenti. Chi in legno chi già in mattoni. Ma senza intonaco. E i bagni non esistono. Tutt’al più ci sono le sendinas, fosse comuni all’aperto che servono per gruppi di famiglie.

La vita comunitaria, infatti, è una regola. Si vive l´uno accanto all’altro giorno dopo giorno e ci si aiuta come si può.
Tutti vivono con tutti, le strade pullulano di bambini e donne, di anziane in gruppo e di giovani a passeggio. Con gli stranieri ci si gioca, si sorride davanti alle loro macchine da presa, ci si mette in posa per le loro foto, ma non si chiede nulla.
E’ qui che si impara la semplicità e la gioia di vivere. Con poco.

Stella Spinelli

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