Uganda, l'esercito arruola gli ex bambini soldato. La società civile si oppone

Nell’esercito nazionale ugandese c’è un reparto diverso da tutti gli altri per
il passato che accomuna i suoi componenti.
I militari lo chiamano
Unità 105. I membri delle organizzazioni umanitarie e della società civile ugandese e
internazionale lo conoscono come il battaglione degli ex-bambini soldato. Ovvero
di tutti quei giovani che la crudele milizia del
Lord’s Resistance Army (
Lra), da quasi vent’anni impegnata in una guerra per il potere contro il governo
ugandese, ha rapito e poi arruolato tra le sue file, e che la società civile ha
riscattato.
Negli ultimi giorni L’Unità 105 è tornata a far discutere governo e organizzazioni umanitarie. Queste ultime
si oppongono al fatto che agli ex-piccoli combattenti, la maggior parte dei quali
è stata costretta a commettere e a subire ogni tipo di atrocità durante il periodo
di cattività, vengano date di nuovo un’uniforme e un’arma per tornare a combattere,
anche se dalla parte del governo.
Il quale si è difeso, sostenendo che forse la soluzione migliore sta proprio
nel dar loro un lavoro come militari, piuttosto che lasciarli vagabondare per
le strade.
La questione dei bambini soldato è, in Uganda del nord, una piaga sociale che
negli anni ha assunto i connotati di una crisi umanitaria. L'Lra, capeggiato dal visionario ribelle Joseph Kony, ha completamente destabilizzato
i villaggi settentrionali del Paese, massacrando decine di migliaia di persone
(c’è chi dice 100mila), e rapendo almeno 20mila bambini. A questi viene insegnato
a saccheggiare, uccidere, torturare la popolazione civile, o in alternativa a
diventare a loro volta vittime. I racconti di chi di loro riesce a fuggire o viene
catturato dalle forze dell’esercito regolare ugandese sono raccapriccianti e le
ferite psicologiche sono spesso difficilmente curabili.
Per questo motivo un recente rapporto delle Nazioni Unite e dell’Unicef condannano
la decisione del governo ugandese di trasformare ex-bambini soldato in soldati
veri e propri, e di mandarli al fronte a combattere nuove guerre. Raggiunto nel
suo ufficio della capitale Kampala da PeaceReporter.net, il maggiore dell’esercito
ugandese Shahban Bantariza ha spiegato il perché di una tale scelta: “I ragazzi
che hanno combattuto con i ribelli dell’Lra hanno vissuto sulla loro pelle l’orrore.
Questo è fuori discussione. Ma che dovremmo fare, una volta che i nostri uomini
li catturano e li riportano nel mondo civile? Lasciarli in mezzo alla strada a
chiedere l’elemosina o, peggio, a derubare? Quelli non sanno fare nulla, nessuno
li vuole, non hanno futuro. Vivono in un mondo fatto di incubi, che li estranea
dal resto della gente. Si sentono sicuri solo se hanno un’arma in mano e qualcuno
che si prende cura di loro. Per questo li reintegriamo e poi li arruoliamo”.
Ma come vengono reintegrati? “Devono frequentare un 'corso di rinnovamento' di
quattro mesi – continua Bantaruza – poi entrano a far parte dell’Unità 105. Li teniamo tutti insieme perché quello che hanno vissuti li rende uniti. Quando
sono pronti li mandiamo al fronte a combattere”.

Il problema posto da operatori umanitari e psicologi è che dare un mitra in mano
a un ex bambino soldato con un passato di violenze e di odio potrebbe essere un
pericolo, per lo stesso giovane e per la popolazione civile. “Questo non è un
problema – commenta secco il Maggiore – il nostro esercito è molto duro contro
certe pratiche. Se un militare commette atti di violenza contro civili viene giudicato
dalla Corte Marziale e giustiziato pubblicamente. E poi nessuno può impedire a
un ragazzo che abbia compiuto almeno 18 anni di età di entrare nell’esercito”.
L’età è uno dei problemi sollevati da chi si oppone al reclutamento degli ex
bambini soldato da parte dei militari di Kampala. Interpellata da PeaceReporter.net a riguardo Fortunate Ssewankambo, portavoce di World Vision (una ong impegnata nel recupero psicologico e sociale dei piccoli miliziani riscattati
o fuggiti dall’Lra), sostiene che molti ragazzi dichiarino il falso sulla propria effettiva data
di nascita. “Dicono di essere maggiorenni, ma in realtà hanno sedici anni o anche
meno – commenta la donna – hanno bisogno di un lavoro e di mangiare. Spesso loro
stessi non conoscono la propria età, non avendo mai avuto una carta d’identità
e non essendo mai stati registrati. Ma il problema è un altro. Parte di questi
ragazzi sono figli delle violenze carnali subite dalle donne ad opera dei miliziani.
Sono nati in cattività, hanno visto e commesso cose abominevoli e ora vivono nel
rimorso, anche se sono stati costretti a farlo. Questo li rende psicologicamente
fragili. Come possono tornare a imbracciare un'arma?”.
La sua posizione è condivisa dall’Unicef, secondo la quale la vita militare non
solo non aiuta ad alleviare il peso dei ricordi, ma rischia di accentuarlo. “Ognuno
è libero di entrare nell’esercito, ma c’è un lasso di tempo che corre tra la vita
da miliziano nel bush e quello di militare nell’esercito regolare che va preso in considerazione”,
ha detto a PeaceReporter.net il portavoce
dell’organizzazione, Chulho Hyun. “Questo periodo è soggettivo, non può essere
prefissato. E non può durare quattro mesi, che sono fin troppo pochi”.