05/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Washington ha orchestrato la rivoluzione di velluto. Ma la Russia non sta a guardare

Rumsfeld e i nuovi leader georgianiLa guerra fredda tra Stati Uniti e Russia non è finita, almeno nel Caucaso e in Asia centrale. Ha solo cambiato nome. Oggi si chiama Great Game, il grande gioco, lo stesso termine che veniva usato nell’ XIX secolo per descrivere lo scontro tra Impero britannico e Russia zarista per il controllo di queste stesse regioni. Regioni che fino a pochi anni fa erano parte dell’Unione sovietica, e che oggi Washington e Mosca si contendono a colpi di intrighi politici ed economici. In ballo c’è la ridefinizione degli equilibri e delle sfere d’influenza in un’area strategica sia dal punto di vista economico (le immense riserve di petrolio e gas naturale del bacino del Mar Caspio) che da quello politico (la basi militari che entrambe le potenze vogliono mantenere per portare avanti le proprie strategie di difesa).

Quanto è accaduto in Georgia nell’ultimo mese è stata una vincente mossa americana di questa delicata partita a scacchi, una mossa studiata a tavolino che ha fruttato agli Stati Uniti il controllo di un Paese molto importante che stava andando alla deriva. La “rivoluzione di velluto” orchestrata da Washington per sostituire l’anziano leader Shevardnadze con una nuova e più affidabile leadership è andata in porto secondo i programmi. A confermarlo in maniera emblematica è stata la visita a Tiblisi di venerdì scorso, 5 dicembre, del segretario alla Difesa americano, Donald Rumsfeld.

L’opposizione georgiana guidata da Mikhail Saakashvili, avvocato laureatosi negli Stati Uniti, non aveva riconosciuto i risultati delle elezioni presidenziali tenutesi lo scorso 2 novembre, che avevano confermato Shevardnadze alla guida del Paese. Forti del sostegno dell’Osce, che aveva denunciato “brogli spettacolari”, le forze anti-presidenziali avevano portato in piazza migliaia di persone per giorni e giorni, chiedendo l’annullamento del voto e le dimissioni dell’anziano leader. Ma Shevardnadze non ha ceduto, mandando in strada i blindati dell’esercito. Il Paese era sull’orlo della guerra civile. Quando i sostenitori dell’opposizione, il 23 novembre, hanno assediato il palazzo presidenziale, Shevardnadze, dopo aver ricevuto un’accorata telefonata del segretario di Stato americano Colin Powell, ha scelto di uscire di scena e ritirarsi nella sua dacia in campagna. Lui ha detto di averlo fatto per evitare un bagno di sangue. Ma sembra che la sua decisione sia derivata dal fatto che, nel momento più critico, i corpi speciali dell’esercito georgiano, che dall’anno scorso sono addestrati dai militari americani, gli hanno voltato le spalle. Saakashvili ha preso la guida di un governo provvisorio, mettendo temporaneamente a capo dello Stato una sua alleata, Nino Burjanadze, e fissando nuove elezioni presidenziali per il 4 gennaio 2004. Ovviamente lui stesso si è candidato, e con tutta probabilità sarà lui a vincere. Gli Stati Uniti hanno già annunciato che finanzieranno il nuovo processo elettorale.

La manovra era iniziata vari mesi fa, quando a Washington si sono resi conto che non conveniva più appoggiare Eduard Shevardnadze e sui amici, perché troppo corrotti e poco affidabili. Negli ultimi anni gli Usa hanno versato finanziamenti a Tiblisi per oltre un miliardo di dollari. Tutti questi soldi sono finiti nelle tasche dei politici e dei mafiosi locali, mentre l’economia del Paese ha continuato ad andare a rotoli, facendo dilagare la povertà e la disoccupazione. L’anziano leader ex comunista costituiva una minaccia per la stabilità sociale e politica della Georgia in un momento delicato. E’ infatti entrato nella fase operativa il progetto (da tre miliardi di dollari) dell’oleodotto anglo-americano Baku-Tiblisi-Ceyhan, attraverso il quale dal 2005 il petrolio del Caspio dovrebbe scorrere verso i mercati Occidentali aggirando la Russia.

A raccontare la trama dell’intrigo che ha portato al potere l’opposizione filo-americana è stato lo stesso Shevardnadze. Gli architetti dell’operazione sarebbero stati l’ambasciatore Usa a Tiblisi, Richard Miles, e soprattutto il multimiliardario americano, Gorge Soros. Il capo dell’opposizione georgiana, Saakashvili, alcuni mesi fa si è recato, per sua stessa ammissione, in ex-Jugoslavia, a Belgrado, per “studiare” la rivolta di piazza che tre anni fa portò all’uscita di scena del presidente Slobodan Milosevic. Non è una coincidenza che in quel periodo l’ambasciatore Usa a Belgrado fosse lo stesso Richard Miles. Con il suo aiuto e con quello di Soros, al suo ritorno in patria Saakashvili ha cercato di riorganizzare e unire le varie forze politiche anti-Shevardnadze in vista delle elezioni di novembre per mettere in pratica il piano d’azione appreso a Belgrado. Operazione perfettamente eseguita. 

Forse però gli Stati Uniti hanno fatto i conti senza l’oste. La Russia infatti non ha digerito questo boccone amaro. E non sembra decisa a rimanere in finestra a guardare. Le dichiarazioni di Saakashvili hanno confermato le paure del Cremlino. Non solo è stato confermato che tra le priorità del governo c’è la rapida realizzazione dell’oleodotto Baku-Tiblisi-Ceyhan, ma si è anche parlato della necessità di rivedere i contratti petroliferi con le compagnie russe e di far entrare la Georgia nella Nato, scartando ogni cooperazione militare futura con la Russia, che in questo Paese ha ancora alcune importanti basi. Mosca ha iniziato così un pressing su Tiblisi facendo leva su quanto di pericoloso ci può essere in Georgia: i leader separatisti delle province di Abkhazia, Ossezia del Sud e Ajaria, tradizionalmente sostenuti dalla Russia. Questi sono stati convocati in tutta fretta a Mosca e ci sono rimasti per una settimana. A preoccupare maggiormente sono state le dichiarazioni fatte dal leader dell’Ajaria, unica enclave musulmana in questo Paese a maggioranza cristiano-ortodossa. Tornato in Georgia, Aslan Abashidze, governatore della provincia, ha detto che a Tiblisi c’è stato un colpo di Stato e che la sua regione non parteciperà alle elezioni del 4 gennaio. A nessuno sfugge il fatto che nel capoluogo dell’Ajaria, Bitumi, si trova la più grande base militare russa in territorio georgiano. Il rischio di una nuovo conflitto secessionista è reale. Quello che nel 1993 portò alla secessione di fatto dell’Abkhazia è costato diecimila morti.


Enrico Piovesana

 

Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Georgia
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