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La guerra fredda tra Stati Uniti e Russia non è finita, almeno nel
Caucaso e in Asia centrale. Ha solo cambiato nome. Oggi si chiama Great
Game, il grande gioco, lo stesso termine che veniva usato nell’ XIX
secolo per descrivere lo scontro tra Impero britannico e Russia zarista
per il controllo di queste stesse regioni. Regioni che fino a pochi
anni fa erano parte dell’Unione sovietica, e che oggi Washington e
Mosca si contendono a colpi di intrighi politici ed economici. In ballo
c’è la ridefinizione degli equilibri e delle sfere d’influenza in
un’area strategica sia dal punto di vista economico (le immense riserve
di petrolio e gas naturale del bacino del Mar Caspio) che da quello
politico (la basi militari che entrambe le potenze vogliono mantenere
per portare avanti le proprie strategie di difesa).
Quanto è accaduto in Georgia nell’ultimo mese è stata una vincente
mossa americana di questa delicata partita a scacchi, una mossa
studiata a tavolino che ha fruttato agli Stati Uniti il controllo di un
Paese molto importante che stava andando alla deriva. La “rivoluzione
di velluto” orchestrata da Washington per sostituire l’anziano leader
Shevardnadze con una nuova e più affidabile leadership è andata in
porto secondo i programmi. A confermarlo in maniera emblematica è stata
la visita a Tiblisi di venerdì scorso, 5 dicembre, del
segretario alla Difesa americano, Donald Rumsfeld.
L’opposizione georgiana guidata da Mikhail Saakashvili, avvocato
laureatosi negli Stati Uniti, non aveva riconosciuto i risultati delle
elezioni presidenziali tenutesi lo scorso 2 novembre, che avevano
confermato Shevardnadze alla guida del Paese. Forti del sostegno
dell’Osce, che aveva denunciato “brogli spettacolari”, le forze
anti-presidenziali avevano portato in piazza migliaia di persone per
giorni e giorni, chiedendo l’annullamento del voto e le dimissioni
dell’anziano leader. Ma Shevardnadze non ha ceduto, mandando in strada
i blindati dell’esercito. Il Paese era sull’orlo della guerra civile.
Quando i sostenitori dell’opposizione, il 23 novembre, hanno assediato
il palazzo presidenziale, Shevardnadze, dopo aver ricevuto un’accorata
telefonata del segretario di Stato americano Colin Powell, ha scelto di
uscire di scena e ritirarsi nella sua dacia in campagna. Lui ha detto
di averlo fatto per evitare un bagno di sangue. Ma sembra che la sua
decisione sia derivata dal fatto che, nel momento più critico, i corpi
speciali dell’esercito georgiano, che dall’anno scorso sono addestrati
dai militari americani, gli hanno voltato le spalle. Saakashvili ha
preso la guida di un governo provvisorio, mettendo temporaneamente a
capo dello Stato una sua alleata, Nino Burjanadze, e fissando nuove
elezioni presidenziali per il 4 gennaio 2004. Ovviamente lui stesso si
è candidato, e con tutta probabilità sarà lui a vincere. Gli Stati
Uniti hanno già annunciato che finanzieranno il nuovo processo
elettorale.
La manovra era iniziata vari mesi fa, quando a Washington si sono resi
conto che non conveniva più appoggiare Eduard Shevardnadze e sui amici,
perché troppo corrotti e poco affidabili. Negli ultimi anni gli Usa
hanno versato finanziamenti a Tiblisi per oltre un miliardo di dollari.
Tutti questi soldi sono finiti nelle tasche dei politici e dei mafiosi
locali, mentre l’economia del Paese ha continuato ad andare a rotoli,
facendo dilagare la povertà e la disoccupazione. L’anziano leader ex
comunista costituiva una minaccia per la stabilità sociale e politica
della Georgia in un momento delicato. E’ infatti entrato nella fase
operativa il progetto (da tre miliardi di dollari) dell’oleodotto
anglo-americano Baku-Tiblisi-Ceyhan, attraverso il quale dal 2005 il
petrolio del Caspio dovrebbe scorrere verso i mercati Occidentali
aggirando la Russia.
A raccontare la trama dell’intrigo che ha portato al potere
l’opposizione filo-americana è stato lo stesso Shevardnadze. Gli
architetti dell’operazione sarebbero stati l’ambasciatore Usa a
Tiblisi, Richard Miles, e soprattutto il multimiliardario americano,
Gorge Soros. Il capo dell’opposizione georgiana, Saakashvili, alcuni
mesi fa si è recato, per sua stessa ammissione, in ex-Jugoslavia, a
Belgrado, per “studiare” la rivolta di piazza che tre anni fa portò
all’uscita di scena del presidente Slobodan Milosevic. Non è una
coincidenza che in quel periodo l’ambasciatore Usa a Belgrado fosse lo
stesso Richard Miles. Con il suo aiuto e con quello di Soros, al suo
ritorno in patria Saakashvili ha cercato di riorganizzare e unire le
varie forze politiche anti-Shevardnadze in vista delle elezioni di
novembre per mettere in pratica il piano d’azione appreso a Belgrado.
Operazione perfettamente eseguita.
Forse però gli Stati Uniti hanno fatto i conti senza l’oste. La Russia
infatti non ha digerito questo boccone amaro. E non sembra decisa a
rimanere in finestra a guardare. Le dichiarazioni di Saakashvili hanno
confermato le paure del Cremlino. Non solo è stato confermato che tra
le priorità del governo c’è la rapida realizzazione dell’oleodotto
Baku-Tiblisi-Ceyhan, ma si è anche parlato della necessità di rivedere
i contratti petroliferi con le compagnie russe e di far entrare la
Georgia nella Nato, scartando ogni cooperazione militare futura con la
Russia, che in questo Paese ha ancora alcune importanti basi. Mosca ha
iniziato così un pressing su Tiblisi facendo leva su quanto di
pericoloso ci può essere in Georgia: i leader separatisti delle
province di Abkhazia, Ossezia del Sud e Ajaria, tradizionalmente
sostenuti dalla Russia. Questi sono stati convocati in tutta fretta a
Mosca e ci sono rimasti per una settimana. A preoccupare maggiormente
sono state le dichiarazioni fatte dal leader dell’Ajaria, unica enclave
musulmana in questo Paese a maggioranza cristiano-ortodossa. Tornato in
Georgia, Aslan Abashidze, governatore della provincia, ha detto che a
Tiblisi c’è stato un colpo di Stato e che la sua regione non
parteciperà alle elezioni del 4 gennaio. A nessuno sfugge il fatto che
nel capoluogo dell’Ajaria, Bitumi, si trova la più grande base militare
russa in territorio georgiano. Il rischio di una nuovo conflitto
secessionista è reale. Quello che nel 1993 portò alla secessione di
fatto dell’Abkhazia è costato diecimila morti.