03/02/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La rappresaglia d'Israele per il lancio di un razzo. Un missile contro un auto a Rafah uccide un miliziano palestinese di 23 anni. Il racconto del funerale

dal nostro inviato

L'uccisione di un miliziano palestinese è come un'onda fragorosa che travolge la sua comunità e, in fretta, si ritrae nel silenzio, trascinando nell'oblio anche i suoi affetti più cari.

foto di naoki tomasiniIl missile israeliano cade dal cielo poco dopo la preghiera di mezzogiorno, e centra un'auto nella città di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. Muore un miliziano e altri tre restano feriti. Siamo diretti verso il campo di Jabaliya, nord di Gaza città. Giunge la notizia e decidiamo in un attimo: dietro front, si va a sud. La tregua tra Israele e Hamas vacilla pericolosamente da giorni, tra razzi palestinesi sparati verso il Negev e omicidi mirati compiuti dall'aviazione di Tsahal, l'esercito d'Israele. Oggi è il turno di Ayman Abu Jazir, 23 anni, anche se forse non era lui l'obiettivo dell'attacco. In quaranta minuti raggiungiamo l'ospedale di Rafah, dove già si affollano poliziotti e curiosi. "L'uomo che stava sull'auto è riuscito a fuggire in tempo - ci dicono - e Ayman è rimasto colpito perché si trovava lì accanto". "Non fa differenza morire per errore o combattendo - aggiunge un agente vestito di nero, un amico della vittima - siamo tutti pronti a morire qui. Ayman è uno shahid, un martire, e la gente di Rafah lo onora".

Alcuni uomini della sua famiglia irrompono nell'atrio del piccolo ospedale, già gremito di giornalisti palestinesi e internazionali. Uno dei parenti fracassa la telecamera di un reporter ungherese e poi, insieme agli altri, si chiude nell'obitorio. Fuori c'è ancora la barella insanguinata. La pattuglia dei media retrocede quanto basta: alla fine la famiglia non potrà sottrarsi all'esposizione collettiva della salma. Passa un ora e il capofamiglia esce dalla camera mortuaria e, circondato, annuncia le modalità della cerimonia. Normalmente i funerali si celebrano nel secondo giorno dopo la morte, ma in tempo di guerra, per necessità, si sono celebrati anche diversi riti colllettivi. Questo sarà una specie di funerale-lampo, la salma di Ayman incontrerà la pietra dei loculi del cimitero poco dopo il tramonto. Quello che conta, del resto, è che la sua anima sia già nelle mani di Dio.

foto di naoki tomasiniCerchiamo di capire chi fosse il giovane ventitreenne barbuto che giace nella cella frigorifera dell'ospedale, avvolto un un sudario bianco imbrattato di rosso che tiene insieme le membra martoriate. La prima risposta che tutti ci danno è che faceva parte delle Brigate Nasser Salaheddin, un gruppo apparentemente affiliato con Jihad islamica. Vogliamo sapere di più e poniamo la domanda all'agente di polizia, suo amico e vicino di casa. "Era un uomo di fede - attacca - pronto a morire in qualunque momento". Ayman era un agente di polizia in passato, finché dopo la presa della Striscia da parte di Hamas il suo salario era stato tagliato. "Si era sposato da un paio di mesi - continua l'amico - e per fortuna non aveva figli". "Chi si prenderà cura della moglie ora?", domandiamo. "E' una questione privata, se avesse figli un uomo della famiglia di Ayman la sposerebbe e avrebbe cura di lei. Non avendone, invece, la scelta torna a lei".

Il brusio delle voci tagliate dal vento cresce all'improvviso e ci riporta alla cronaca. Il cadavere portato in barella dai parenti viene caricato sull'ambulanza tra i flash e le grida. Un corteo di auto, moto e bambini corrono attorno al furgone bianco e rosso procede verso la casa del martire. La salma viene portata nell'abitazione sopra le teste di due-trecento persone che, nel silenzio rotto dalle raffiche delle reflex, l'accompagnano con lo sguardo. Dall'interno filtra il pianto dei bambini e delle donne, mentre gli uomini presidiano l'ingresso con sguardi immobili. Nessuna lacrima. Il tempo del saluto privato è tanto disperato quanto breve. Trascorre meno di mezzora e il defunto riprende il suo percorso, avvolto ora in una coperta di lana colorata.

foto di naoki tomasiniIl tempo corre, e la barella procede spedita per la strada principale di Rafah, verso la moschea. Le donne della famiglia escono di casa in lacrime e la seguono per pochi passi: il fiume di persone che cresce di metro in metro è composto da soli uomini. Uomini e bambini di passaggio si uniscono alla corrente che viaggia spedita, quasi correndo, mentre in testa si pone un carro con le bandiere nere della Jihad islamica che spara dal megafono i salmi del martirio. In pochi minuti la lunghezza della piccola città del sud della Striscia viene coperta, e il corteo si sfalda davanti alla principale moschea cittadina, sulla cui facciata troneggia la gigantografia sagomata dello sceicco Yassin, il defunto leader di Hamas ucciso da Israele nel 2004. Per qualche ragione gli occhi del ritratto sono stati cavati: un immagine inquietante e ipnotica che lascia in secondo piano l'ingresso della barella nel luogo sacro.

Lasciati fuori i curiosi, attorno alla salma in un angolo della moschea ora si alternano parenti e amici che baciano lo shahid per l'ultima volta. Sparsi all'interno, comuni fedeli attendono la preghiera della sera, apparentemente non infastiditi da quel che accade. Indifferenti anche quando decine di operatori video e fotografi entrano nella moschea per immortalare i baci e le carezze sul viso di Ayman. Poi il muezzin chiama la preghiera e quel formicaio incoerente in un attimo si dispone in file regolari che si chinano, si inginocchiano e si levano al risuonare della voce che intona Allah Akbar, Dio è la cosa più grande. Non c'è sermone, non si grida vendetta, si prega e ci si abbandona alla fede.

foto di naoki tomasiniFuori dalla moschea la gente fa gli ultimi acquisti al mercato e il sole è tramontato. Inizia l'ultima parte della gimcana verso il paradiso dei martiri. Nella penombra il feretro viene portato al cimitero, dove l'attendono anche le donne. Alla luce delle candele il corpo viene calato nel loculo, i volti si fanno indistinti e il silenzio si perde nei rumori del traffico. Sono passate circa sei ore da quando il missile israeliano ha distrutto l'ennesima vita. E tutto pare già pronto per una nuova offensiva, domani, dopodomani, forse stanotte. Poco importa per la famiglia di Ayman. Quando le candele si spengono il buio cala sul loro dolore, che finalmente può tornare a essere un fatto privato.

Naoki Tomasini