scritto per noi da
Matteo Colombi

Quando la destra incomincia a dare consigli paterni e benevoli alla sinistra,
quando entra nel merito della selezione della leadership del campo altrui richiamandosi
al senso di responsabilità, alla virtù della moderazione di non specificati ‘riformisti’;
quando si lamenta dei continui dinieghi dinanzi alle mani tese ai ‘progressisti’
e ai ‘realisti’ affinché si distinguano dai presunti ‘estremisti’, affinché riflettano
e facciano la scelta giusta, allora vuol dire che la destra incomincia a preoccuparsi.
Significa che l’opposizione incomincia a coagularsi attorno a leader e a parole
d’ordine che si contrappongono al potere in modo efficace, e di per sé suggeriscono
e rammentano all’elettorato che chi comanda non detiene né il consenso del paese
intero, né la risposta a tutti i problemi.
Una tattica opportunista. Marcare la differenza rischia sempre di far perdere il voto fluttuante, il che
in un sistema maggioritario significa perdere le elezioni, ed è per questo che
lo stratega tende a schiacciare la propria politica sulle posizioni che appaiono
vincenti, o perlomeno ambigue. Il sistema politico si schiaccia e il consenso
al governo appare amplificato. Il governo si fa gioco di tale dinamica, definendo
le proprie politiche ‘senso comune’ e richiamando a sé un mandato e un raggio
di azione che non ha basi nel consenso reale. Ed è per questo che si passa alla
propaganda, alle pressioni sulla stampa, alla categorizzazione del dissenso come
elitario e minoritario. Di qui la stizza e le vere e proprie aggressioni mediatiche
quando si formano larghe coalizioni di opposizione, poco prone all’inciucio. Prima
delle aggressioni però si passa per le lusinghe che cercano di mantenere, di estendere
e promuovere la continuazione di un’opposizione blanda che, invece di rappresentare
i propri elettori e di proporre alternative, tende a seguire la scia del governo.

La resurrezione di Dean. La stampa di destra americana ha incominciato a prendersi estrema cura delle
sorti del Partito democratico ora che Howard Dean, ex governatore del Vermont
e candidato alle presidenziali del 2004 sconfitto nelle primarie da John Kerry,
è diventato il segretario del Dnc, il Democratic National Council. Quest’ultimo è l’organo leggero che coordina la raccolta dei fondi democratici
per le prossime elezioni, e quel poco di infrastruttura permanente che il partito
ha. Howard Dean mobilitò milioni di elettori, attratti dal suo rifiuto netto della
guerra in Iraq e dalla sua critica feroce contro l’establishment democratico a Washington, che contava su un candidato ‘moderato’ (leggi: non-critico
della guerra) per vincere. Dean si mosse invece rigettando tutte le falsità sul
piatto in faccia ai presentatori televisivi, a molti pseudo-giornalisti che si
davano da fare per vendere le bazzeccole raccontate dall’amministrazione Bush
per invadere l’Iraq, e dunque anche in faccia ai tanti Democratici che si erano
accoccolati docili attorno all’avventura imperiale del presidente.
Ascesa e caduta. Come una meteora Dean finì in cima a tutte le classifiche, sulle copertine dei
settimanali, da candidato sconosciuto ed esterno agli apparati di Washington fu
catapultato sotto i riflettori. Il candidato del cuore contro quello degli apparati.
Come una meteora finì abbandonato e, dopo una serie di sconfitte nelle primarie,
un’operazione mediatica di diffamazione (in parte orchestrata all’interno del
partito) sembrò consegnarlo al dimenticatoio. Eppure, Dean ritorna. Anche questa
volta si è tentato di dissuaderlo, però i candidati d’apparato si sono dovuti
ritirare dalla contesa: il cuore del Partito democratico batte con la chiarezza
partigiana di Howard Dean e le dichiarazioni in suo favore si sono gonfiate con
il passare dei mesi. Nel mentre la strategia elettorale clintoniana di Kerry è
fallita in maniera clamorosa, lasciando dietro di sé un partito ideologicamente
smontato ed elettoralmente sconfitto.

Le sfide da affrontare. E’ difficile mettersi di traverso a Dean adesso. Il partito per ora chiude questa
prima partita dando in mano a lui le chiavi dell’organizzazione e delle finanze,
probabilmente sperando di neutralizzarne un ruolo come candidato, e utilizzarne
al contempo l’energia e l’appeal che ha dimostrato nel mobilitare ed estendere la base democratica. Kerry infatti
ha invitato i membri del Dnc a votare per Dean, facendo buon viso a cattivo gioco.
Tuttavia il nodo centrale per i Democratici rimane: se Dean chiederà soldi e costruirà
il partito tra la gente in base ad appelli basati su certi valori, alla critica
dura contro Bush, fino a quando si potranno tenere insieme capra e cavoli?