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Jamal Naseer era un ragazzo afgano di diciotto anni, originario di Ghazni. Dopo
la caduta del regime talebano aveva deciso di arruolarsi nel nuovo esercito del
suo paese, entrando nella III^ Compagnia. Il primo marzo dell’anno scorso Jamal
stava prestando servizio con altri sette soldati a un posto di blocco sul valico
di Sato Kandaw, lungo la strada di montagna che collega Gardez a Khost. Una strada
d’importanza strategica di cui da tempo si contendono il controllo le autorità
governative locali, allora rappresentate dal governatore provinciale Raz Mohammed
Dalili, e il locale signore della guerra, Pacha Khan Zadran.
Secondo il governatore Dalili, quel posto di blocco era illegale e veniva usato
solo per estorcere denaro ai civili che venivano fermati, denaro che poi finiva
nelle casse del suo nemico Zadran.
Così quel giorno Dalili decise di telefonare al suo amico, il maggiore Mike,
conosciuto come “Mike il pazzo”, comandante delle forze speciali Usa di stanza
nella base di Gardez, rude personaggio noto in zona per le sue ripetute minacce
di morte ai locali comandanti dell’esercito afgano, da lui ritenuti tutti simpatizzanti
dei talebani e di al-Qaeda. Il governatore chiese al maggiore Mike di far intervenire
i suoi uomini per arrestare quegli otto militari afgani. Lo zelante ufficiale
Usa non se lo fece dire due volte e inviò subito una sua squadra. I soldati americani
si avvicinarono al posto di blocco invitando i militari afgani a prendere il tè
con loro. Jamal e gli altri accettarono. Posarono a terra i fucili e si sedettero.
In quel momento gli americani gli puntarono addosso i fucili, immobilizzandoli,
ammanettandoli, incappucciandoli e portandoli alla base.
Qui gli otto prigionieri afgani furono trattenuti per diciassette giorni. Diciassette
giorni di interrogatori sui loro presunti legami con Zadran e con al-Qaeda. Diciassette
giorni di torture. Secondo le testimonianz e da loro stessi rilasciate in seguito, furono tenuti sempre nudi e bendati,
picchiati ogni giorno per ore con bastoni e grossi cavi elettrici, presi a calci
e pugni mentre erano appesi al soffitto per i piedi, sottoposti a scosse elettriche,
immersi nell’acqua gelida e gettati nudi nella neve.
Jamal era il più giovane e gracile degli otto. Il sedici marzo non si reggeva
più in piedi, era coperto di lividi e aveva forti dolori al ventre per i traumi
interni causati dalle percosse. Attorno a mezzogiorno venne portato via per un
ulteriore interrogatorio. Lo condussero nelle cucine della base. Ne uscì alle
cinque del pomeriggio. Morto.
Alle nove venne chiamata alla base una pattuglia della polizia afgana cui fu
ordinato di portare il cadavere di Jamal all’ospedale civile di Gardez. I medici
di guardia vennero minacciati e picchiati dai poliziotti afgani per convincerli
a non condurre l’autopsia sul corpo e a non fare domande. Il dottor Haji Abdul
Qayum ha poi raccontato che il corpo di Jamal era orrendamente sfigurato da ematomi
su tutto il corpo, soprattutto in faccia, sulla schiena, sulle braccia e sulle
gambe.
Il giorno dopo gli altri sette prigionieri afgani furono dati in consegna alla
polizia afgana, che li trattenne per un mese e mezzo (il tempo di far sparire
i segni delle torture?) per poi rilasciarli senza alcuna imputazione.
Questa ricostruzione dei fatti è il frutto di un’inchiesta condotta dalla procura
militare afgana. Un’inchiesta che sarebbe finita nel nulla se non fosse stato
per l’associazione americana “Crimes of War Project” e per il Centro per i diritti umani dell’Università californiana di Berkeley, che hanno approfondito le indagini rendendone pubblici i risultati, e costringendo
lo scorso fine settimana l’esercito degli Stati Uniti ad aprire un’inchiesta.
Questo è il quarto caso, documentato, di prigionieri afgani torturati e picchiati
a morte durante la detenzione in strutture militari statunitensi in Afghanistan.
I primi due casi furono quelli di Habibullah e Dilawar, morti l’8 e il 13 dicembre
2002 in seguito alle percosse e alle torture subite durante gli interrogatori
nella base Usa di Bagram. Il più recente risale invece al 21 giugno 2003, giorno
del decesso di Abdul Wali, che morì nella base Usa di Asadabad dopo essere stato
interrogato e torturato per giorni dall’agente della Cia, David Passaro, che per
picchiare usava una grossa torcia elettrica.
Questi casi sono venuti alla luce perché qualcuno ha avuto la forza di parlare e qualcun altro il coraggio di indagare e di chiedere
giustizia.
Ma quanti altri Jamal ci saranno di cui non si è saputo niente?
Quanti altri prigionieri saranno stati picchiati e torturati a morte dai soldati
Usa in Afghanistan senza che nessuno lo venisse a sapere?
Probabilmente non lo sapremo mai.
Enrico Piovesana