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Abdul Zahir è un pachistano di trentatré anni, con un gran turbante
arrotolato sulla testa e un occhio che non vede più. Dopo aver
combattuto in Afghanistan nel 2001 contro gli americani nelle fila dei
taliban, alla caduta di Kabul. Zahir ha fatto ritorno al suo villaggio
natale di Qila Abdullah, nel Balucistan pachistano a pochi chilometri
dal confine con l’Afghanistan. E’ tornato a curare il suo frutteto e a
crescere i suoi sei figli. Ma non ha mai smesso di pensare alla jihad.
“Da allora ho tentato molte volte di tornare in Afghanistan a
combattere, ma mi veniva detto che non era ancora il momento. Poi un
giorno, lo scorso maggio, mentre potavo i miei alberi di mele, mi ha
fatto visita un mio ex compagno d’armi, portandomi la notizia che
aspettavo da tempo. ‘Adesso puoi venire con noi: la jihad è
ricominciata!’ Dal mio villaggio siamo partiti in quindici. A ognuno di
noi sono stati dati i soldi per pagare il biglietto della corriera che
ci avrebbe portati in Afghanistan: 259 rupie, circa quattro dollari e
mezzo. Alla frontiera di Chaman i soldati afgani e americani ci hanno
fermati. Gli abbiamo raccontato una balla. Io ho detto che avevo
venduto un bufalo e che dovevo andare a riscuotere il pagamento. Ci
hanno lasciati passare senza problemi”.
“Superato il confine - continua Zahir - siamo arrivati a Qalat, nella
provincia di Zabul. Da lì, a piedi, siamo saliti sulle montagne, fino a
raggiungere un accampamento di taliban dove ci siamo uniti ad altri
centoventi combattenti. A ogni nuovo arrivato è stato consegnato un
kalashnikov, un po’ di munizioni e alcune bombe a mano. Ad alcuni è
stato dato perfino un lanciarazzi. Purtroppo non abbiamo combattuto un
granché: giusto qualche imboscata alle pattuglie dell’esercito afgano
per procurarci armi, munizioni e mezzi. Un giorno, dopo una di queste
azioni, sono intervenuti gli elicotteri americani. Ci siamo nascosti
nei tunnel scavati nelle montagne. Siamo rimasti lì per vari giorni,
senza viveri, mentre gli americani continuavano a pattugliare la zona.
Alla fine, stanco e affamato, ho deciso di tornare a casa. Il
comandante mi ha dato i soldi per il viaggio di ritorno dicendomi di
fare reclutamento nel mio villaggio”.
Zahir spiega che gli sono state date istruzioni ben precise:
frequentare le scuole coraniche, le moschee, i matrimoni e fare opera
di proselitismo. “Sono diventato un reclutatore: mi hanno detto di
arruolare combattenti per periodi che vanno da due settimane fino a tre
mesi, pagandoli in dollari e fornendogli una moto. Quando sono tornato
quest’estate sono andato in giro dicendo semplicemente: ‘Le porte della
jihad sono aperte, andiamo a combattere gli americani!’. In pochi
giorni ho raccolto sei persone: quattro studenti coranici, un contadino
e un informatico che parla inglese, tutti tra i 22 e i 30 anni. Qui
odiamo tutti gli americani. Loro ci hanno tolto il diritto di vivere,
ma noi abbiamo ancora il diritto di morire e di scegliere come farlo”.
L’emblematica storia di Zahir, raccolta e recentemente pubblicata dal
Washington Post , spiega meglio di ogni altra cosa il modo in cui la
resistenza dei taliban si sta riorganizzando e rafforzando. Migliaia di
giovani pashtun stanno affluendo nell’Afghanistan meridionale dal
vicino Pakistan per combattere la nuova jihad contro gli americani.
Grazie al sostegno dei servizi segreti di Islamabad (l’Isi,
Inter-Service Intelligence) e ai partiti integralisti islamici che
governano le regioni pachistane di confine abitate dalle tribù pashtun
(raggruppati nell’alleanza Muttahida Majlis-i-Amal), i taliban stanno
svolgendo una massiccia opera di arruolamento. La città pachistana di
Quetta è la base di questa operazione. Una moto e qualche decina di
dollari a testa è l’irresistibile soldo offerto alle nuove reclute.
Nessuno sa quale sia la consistenza attuale delle loro forze. C’è chi
dice non più di diecimila effettivi. L’unica cosa certa è che sono
sempre di più, sempre meglio organizzati e meglio armati (vedi "La Spada dei Musulmani" ), che la frequenza e la violenza delle loro
azioni di guerriglia sta progressivamente aumentando e che alcune
località sono ormai tornate sotto il loro pieno controllo.