03/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



La "risurrezione" dei taliban ha origine nelle regioni abitate dalle tribù pashtun

Strada di QuettaDire "pashtun" e dire "taliban" è praticamente la stessa cosa.
Il primo è un termine etnico, il secondo politico, ma i due concetti coincidono. Questo popolo, che vive nel cosiddetto Pashtunistan (regione a cavallo tra l’Afghanistan e il Pakistan artificialmente separata da un confine tracciato oltre un secolo fa dai colonizzatori inglesi - la Linea Durand), costituisce la base sociale del movimento politico dei taliban sorto a metà degli anni ‘90 nelle scuole coraniche del Pakistan con il sostegno dei servizi segreti di quel Paese e con lo scopo di prendere il potere a Kabul. Il suo leader era un mullah afgano di nome Mohammed Omar.

I pachistani hanno sempre considerato l’Afghanistan come il proprio “cortile di casa”, come un’area strategica da controllare per motivi economici: esso rappresenta un vitale corridoio commerciale dove far passare strade, oleodotti e gasdotti diretti verso i nuovi mercati dell’Asia centrale. Nel 1996 Kabul era in mano ai mujaheddin afgani di etnia tagika, uzbeka e hazara sostenuti dai nemici storici del Pakistan: India, Russia e Iran. Una situazione che Islamabad non poteva tollerare e che infatti capovolse a suo vantaggio instaurando in Afghanistan un “governo amico” funzionale ai propri interessi e sostenuto dai pashtun afgani e pachistani.

Oggi la storia sembra ripetersi. In Afghanistan, dopo il crollo del regime dei taliban, sono tornati al potere quegli stessi mujaheddin e i pashtun afgani sono stati marginalizzati. Una situazione che molti in Pakistan vorrebbero risolvere allo stesso modo di sette anni fa. Dopo l’intervento armato americano in Afghanistan del 2001, il mullah Omar e tutti i gerarchi e comandanti taliban si sono rifugiati nelle cosiddette “aree tribali”, le regioni pakistane di confine abitate dai pashtun. La loro scomoda presenza è stata tollerata dalle autorità pachistane. Il presidente Musharraff si è trovato tra l’incudine dei suoi alleati americani e il martello dei servizi, dell’esercito e dei partiti integralisti islamici filo-taliban che, dopo la guerra, hanno guadagnato un notevole peso politico. Così per due anni nulla si è mosso. La resistenza dei taliban in Afghanistan contro le truppe americane è rimasta debole e disorganizzata, quasi trascurabile.

Poi, alla fine del 2002, le cose sono cambiate.
Sull’onda dell’odio anti-occidentale, nelle regioni di confine abitate dai pashtun sono andati al potere proprio quei partiti integralisti islamici che non fanno segreto delle proprie simpatie per i taliban. Una nuova primavera per la resistenza anti-americana in Afghanistan. Fin dai primi mesi del 2003 le scuole coraniche pachistane sono entrate in fermento. E’ stata avviata una massiccia opera di reclutamento, raccolta fondi e riarmo. Il ruolo di coordinamento dei servizi segreti pachistani, o quantomeno dei loro settori più estremisti, è stato fondamentale. Dai Paesi arabi sono tornati ad affluire, anche attraverso la rete di Al-Qaeda, volontari per la nuova jihad, finanziamenti e armi.

Questa “risurrezione” dei taliban è stata ufficializzata nel giugno 2003 dallo stesso mullah Omar, che uscendo da un lungo silenzio, ha diffuso un messaggio audio registrato in cui ha chiesto ai taliban di “sacrificarsi per espellere gli americani e i loro alleati dall'Afghanistan” e di “lottare contro il regime fantoccio di Hamid Karzai”, annunciando la formazione di una “Rahbari Shura”, ovvero un consiglio direttivo formato da dieci membri col compito di organizzare la nuova jihad sotto le insegne di un nuovo movimento di lotta armata: il Saiful Muslameen, cioè la “Spada dei Musulmani”.

Enrico Piovesana



 

Categoria: Popoli
Luogo: Afghanistan