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Dire "pashtun" e dire "taliban" è praticamente la stessa cosa.
Il primo è un termine etnico, il secondo politico, ma i due concetti
coincidono. Questo popolo, che vive nel cosiddetto Pashtunistan
(regione a cavallo tra l’Afghanistan e il Pakistan artificialmente
separata da un confine tracciato oltre un secolo fa dai colonizzatori
inglesi - la Linea Durand), costituisce la base sociale del movimento
politico dei taliban sorto a metà degli anni ‘90 nelle scuole coraniche
del Pakistan con il sostegno dei servizi segreti di quel Paese e con lo
scopo di prendere il potere a Kabul. Il suo leader era un mullah afgano
di nome Mohammed Omar.
I pachistani hanno sempre considerato l’Afghanistan come il proprio
“cortile di casa”, come un’area strategica da controllare per motivi
economici: esso rappresenta un vitale corridoio commerciale dove far
passare strade, oleodotti e gasdotti diretti verso i nuovi mercati
dell’Asia centrale. Nel 1996 Kabul era in mano ai mujaheddin afgani di
etnia tagika, uzbeka e hazara sostenuti dai nemici storici del
Pakistan: India, Russia e Iran. Una situazione che Islamabad non poteva
tollerare e che infatti capovolse a suo vantaggio instaurando in
Afghanistan un “governo amico” funzionale ai propri interessi e
sostenuto dai pashtun afgani e pachistani.
Oggi la storia sembra ripetersi. In Afghanistan, dopo il crollo del
regime dei taliban, sono tornati al potere quegli stessi mujaheddin e i
pashtun afgani sono stati marginalizzati. Una situazione che molti in
Pakistan vorrebbero risolvere allo stesso modo di sette anni fa. Dopo
l’intervento armato americano in Afghanistan del 2001, il mullah Omar e
tutti i gerarchi e comandanti taliban si sono rifugiati nelle
cosiddette “aree tribali”, le regioni pakistane di confine abitate dai
pashtun. La loro scomoda presenza è stata tollerata dalle autorità
pachistane. Il presidente Musharraff si è trovato tra l’incudine dei
suoi alleati americani e il martello dei servizi, dell’esercito e dei
partiti integralisti islamici filo-taliban che, dopo la guerra, hanno
guadagnato un notevole peso politico. Così per due anni nulla si è
mosso. La resistenza dei taliban in Afghanistan contro le truppe
americane è rimasta debole e disorganizzata, quasi trascurabile.
Poi, alla fine del 2002, le cose sono cambiate.
Sull’onda dell’odio anti-occidentale, nelle regioni di confine abitate
dai pashtun sono andati al potere proprio quei partiti integralisti
islamici che non fanno segreto delle proprie simpatie per i taliban.
Una nuova primavera per la resistenza anti-americana in Afghanistan.
Fin dai primi mesi del 2003 le scuole coraniche pachistane sono entrate
in fermento. E’ stata avviata una massiccia opera di reclutamento,
raccolta fondi e riarmo. Il ruolo di coordinamento dei servizi segreti
pachistani, o quantomeno dei loro settori più estremisti, è stato
fondamentale. Dai Paesi arabi sono tornati ad affluire, anche
attraverso la rete di Al-Qaeda, volontari per la nuova jihad,
finanziamenti e armi.
Questa “risurrezione” dei taliban è stata ufficializzata nel giugno
2003 dallo stesso mullah Omar, che uscendo da un lungo silenzio, ha
diffuso un messaggio audio registrato in cui ha chiesto ai taliban di
“sacrificarsi per espellere gli americani e i loro alleati
dall'Afghanistan” e di “lottare contro il regime fantoccio di Hamid
Karzai”, annunciando la formazione di una “Rahbari Shura”, ovvero un
consiglio direttivo formato da dieci membri col compito di organizzare
la nuova jihad sotto le insegne di un nuovo movimento di lotta armata:
il Saiful Muslameen, cioè la “Spada dei Musulmani”.