stampa
invia
Il cappio si stringe attorno alla democrazia in Iran. Lo scorso 21 e 22 gennaio, in appena 48 ore, ben 22 persone sono state giustiziate nel carcere di Evin (Teheran) e in quelli di Yazd e Isfahan. E domenica, nella prigione di Bojnord (provincia settentrionale del Khorasan), altre sei impiccagioni.
E' praticamente un bollettino di guerra quello che ogni giorno viene sbandierato dalla stampa fedele al governo di Teheran: dopo le 246 esecuzioni dello scorso anno, dall'inizio del 2009 sono già 34 le persone finite nelle mani del boia.Tra queste, secondo il quotidiano
Iran Newspaper, anche Molla Gol Hassan, un ragazzo afgano di appena 21 anni, condannato a morte per un omicidio che avrebbe commesso quattro anni fa. "All'epoca dei fatti Molla doveva avere appena 17 anni e questo ne fa il primo minorenne giustiziato nel 2009". A parlare è Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce dell'associazione Iran Human Rights, che per prima ha diffuso la notizia. Il network riunisce attivisti per i diritti umani che, dentro e fuori i confini persiani, lavorano per scongiurare le condanne a morte, in particolare quelle inflitte ai minorenni e alle donne. Un impegno difficile soprattutto perché, come denuncia Moghaddam, "il regime dimostra di tollerare sempre meno chi si oppone. L'aumento delle esecuzioni capitali, gli arresti di attivisti e le repressioni di questi ultimi tempi servono a seminare terrore e a spazzare via ogni opinione contraria".
È possibile mettere in relazione lo straordinario numero di impiccagioni dei giorni scorsi con l'avvicinarsi del 30 anniversario della Rivoluzione Islamica e delle elezioni presidenziali?
po"È evidente che la situazione sta peggiorando. Oppositori che finora erano sopportati dal regime, ora subiscono pressioni molto più forti, prima tra tutte Shrin Ebadi. Crescono le esecuzioni e numerosi attivisti sono stati arrestati. Aumentano gli atti di repressione nei confronti delle minoranze, sia religiose (come i Bahaisti o i convertiti al cristianesimo), che etniche (arabi, baluci e curdi). L'escalation di questi ultimi mesi è la risposta alle proteste del popolo iraniano. Il regime si sente minacciato e risponde con impiccagioni, lapidazioni, amputazioni e arresti arbitrari. Anche se molti di quelli che sono stati giustiziati avevano commesso azioni criminali, lo scopo del regime non è combattere la delinquenza, ma seminare paura".
Quello che è accaduto recentemente a Shrin Ebadi è solo l'ultimo episodio di una lunga lista. Può descrivere cosa rischia realmente chi sfida le autorità?
"Da sempre, in Iran, gli attivisti per i diritti umani sono in pericolo. Nuova, invece, è la minore tolleranza dimostrata dal regime. A molte donne impegnate nei diritti umani è stato impedito di viaggiare all'estero. Di recente, 30 attiviste sono state anche condannate alla prigione (e poi rilasciate con la condizionale) solo perché hanno partecipato a un raduno pacifico. Ogni giorno abbiamo notizia di studenti che vengono arrestati e messi in carcere. Sappiamo tutti delle fortissime pressioni esercitate su Shrin Ebadi, premio Nobel conosciuto e rispettato a livello internazionale. E questo, in trasparenza, lascia intravedere quello che le autorità potrebbero fare agli attivisti meno conosciuti e più critici nei confronti del regime. Per salvaguardare la propria vita, molti lavorano sotto anonimato. È chiaro da chi arrivano le minacce. Nella mente di tutti , è ancora vivo il ricordo del "Chain murder", la lunga serie di assassini di intellettuali e scrittori alla fine degli anni Novanta".
La sua organizzazione è in prima linea nella battaglia per mettere fine alle esecuzioni in Iran. Può descrivere i casi più urgenti?
''Iran Human Rights focalizza il suo lavoro sulla pena di morte e in particolare, sulle condanne inflitte ai minorenni. L'Iran è il paese che, nel mondo, ha giustiziato più minorenni. Ed è stato l'unico paese che nel 2008 ha condannato a morte persone che non avevano ancora 18 anni. Attualmente, più di 150 persone si trovano nel braccio della morte per reati commessi da minorenni. Ma questa è solo una stima delle organizzazioni per i diritti civili e, con tutta probabilità, il numero reale è molto più alto. Molte di queste sentenze stanno per essere applicate. La condanna di Behnood Shojaee è stata più volte rimandata nel 2008 e questo grazie alle pressioni internazionali. Per ben due volte è arrivato davanti al boia, ma alla fine è tornato indietro. L'ultima volta la sua esecuzione era prevista per il 24 dicembre, ma è stata posticipata di un mese. Quindi siamo di nuovo agli sgoccioli. Grazie alle nostre fonti sappiamo che ci sono altri due casi urgenti. Il primo è quello di una donna che è accusata di aver ucciso suo marito e sarà giustiziata tra due giorni, il 29 gennaio, nella prigione di Rafsanjan. Il secondo è quello di Bahman Soleymani (la cui esecuzione è fissata per il 5 febbraio): andrà a morte perché ritenuto responsabile di un omicidio quando aveva appena 15 anni".
Per il regime iraniano, è normale condannare a morte minorenni e donne?
"Purtroppo sì. E questo nonostante l'Iran abbia ratificato la Convenzione dell'Onu sui diritti dell'infanzia che vieta esplicitamente la pena di morte per reati commessi dai minori di 18 anni. Il regime continua a violare tranquillamente la Convenzione, senza alcuna conseguenza a livello internazionale. Ribadisco, l'Iran è il paese con il maggior numero di esecuzioni di minorenni degli anni passati. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di ragazzi e donne che appartengono agli strati più umili, senza alcuna consapevolezza dei propri diritti e senza possibilità di avere un buon legale. Ci sono alcuni avvocati che si battono per la difesa dei diritti umani. Ma è davvero difficile avere notizie su chi si trova nel braccio della morte. Per il sistema giudiziario iraniano, non è necessario avere prove schiaccianti. La maggioranza delle sentenze si basa su 'confessioni' (spesso ottenute sotto pressioni e torture fisiche), o semplicemente 'sull'esperienza del giudice'. Per questo molti condannati sono innocenti!''.
Da dove arrivano le notizie utilizzate nei vostri rapporti?
"Negli ultimi anni, in Iran si è formato un grande network per la difesa dei diritti umani. Nonostante le pressioni e la censura del regime, questa rete riesce a diffondere informazioni sulle continue violazioni dei diritti. Noi pubblichiamo un rapporto mensile basandoci sui fatti riportati dai media iraniani. Comunque, grazie al network, riusciamo a procurarci dati non ufficiali che utilizziamo per lanciare appelli urgenti per fermare le esecuzioni. Un esempio: nell'estate del 2007 siamo venuti a conoscenza di un'imminente lapidazione di un uomo e una donna accusati di adulterio. Fortunatamente, siamo riusciti a evitarla grazie all'attenzione internazionale, soprattutto all'impegno dimostrato dal governo norvegese. Purtroppo, però, uno dei due è stato giustiziato due settimane dopo. Per questo, ribadisco, è necessaria una pressione costante su Teheran".
Parliamo di lei. Chi è Mahmood Amiry-Moghaddam? E qual è lo scopo di Iran Human Rights?
Ho lasciato l'Iran nel 1983, quando avevo appena 11 anni, con mia sorella e mio fratello. Vivo in Norvegia dal 1985 e sono un medico e un neuroscienziato. Mi sono sempre interessato alla situazione dei diritti umani in Iran, ma solo negli ultimi anni, ho cominciato a lavorare in maniera più sistematica, seguendo soprattutto la situazione delle donne e dei minorenni. Uno dei casi che mi impressionò di più è quello di Atefeh Sahaleh Rajabi, una ragazza di appena 16 anni che è stata impiccata pubblicamente nella città di Neka nel 2004. Era accusata di "relazione immorale", in realtà avevano abusato di lei. Atefeh aveva un ritardo mentale, era orfana di madre e suo padre lavorava di notte in un'industria. Nessuno lo avvisò e così, una mattina tornando dal lavoro, l'uomo venne a sapere quasi per caso che avevano impiccato sua figlia. L'esecuzione di Atefeh è diventata un simbolo dell'ingiustizia e di quanto sia inumano l'attuale sistema costituzionale che potrei definire un apartheid di genere. Ancora mi chiedo come sia potuto accadere. E provo vergogna perché noi tutti non lo abbiamo evitato. Oggi nelle carceri iraniane sono rinchiuse molte Atefeh e, col nostro lavoro, cerchiamo di evitare che abbiamo lo stesso triste destino. Per questo, monitoriamo costantemente quello che accade e diffondiamo notizie. I paesi occidentali sono preoccupati delle violazioni dei diritti umani in Iran, ma questo problema non è in cima alla lista quando si siedono a parlare con il regime. Prima vengono le questioni economiche, poi la sicurezza e la politica. Con il nostro lavoro, cerchiamo di far entrare anche questo tema negli incontri. La nostra speranza è che, un giorno non troppo lontano, il rispetto dei diritti umani sia la condizione fondamentale per ogni accordo economico e politico con il regime iraniano".
Il prossimo febbraio, la vostra organizzazione prenderà parte a un seminario sull'Iran organizzato al Parlamento norvegese. Di cosa si parlerà?
"In primo luogo presenteremo l'ultimo rapporto sulle violazione dei diritti umani. Ripeteremo ancora una volta a chiare lettere che non è possibile avere relazioni economiche e politiche con un paese dove i minorenni vengono impiccati e dove esistono ancora punizioni come la lapidazione e le amputazioni. Cercheremo un impegno più fattivo dei deputati: non si può semplicemente protestare in maniera formale ogni volta che un minore viene mandato alla forca. C'è bisogno di una costante pressione internazionale sul tema del rispetto dei diritti umani".
Qual è il ruolo che le nazioni europee possono giocare per promuovere il rispetto dei diritti umani in Iran?
"L'economia iraniana, davvero in pessime acque, dipende dagli investimenti stranieri. E l'Unione Europea è uno dei maggiori partner economici del regime. Per questo, può fare molto, ma deva cambiare impostazione. Alla fine degli anni Novanta, l'Ue iniziò le relazioni economiche con Tehran ponendo come condizione il miglioramento della situazione dei diritti umani. Ma non c'è stato alcun miglioramento e l'Iran non ha rispettato nessuna delle promesse fatte. Il numero delle esecuzioni è aumentato e, dal punto di vista del rispetto dei diritti umani, la situazione è peggiorata. Nel dicembre del 2002, il ministro degli esteri iraniano arrivò a firmare un memorandum con l'Ue, nel quale si impegnava a mettere fine alle lapidazioni. Da allora, abbiamo avuto notizia di almeno 5 morti per lapidazione. È quindi evidente che l'Ue deve rivedere le sue strategie verso l'Iran. E, se necessario, sospendere le relazioni economiche per imporre nuove condizioni al regime iraniano".
Cosa può fare, invece, l'opinione pubblica occidentale?
"Le condanne che sono state fermate o rimandate sono quelle che hanno suscitato l'attenzione internazionale. Come detto, le impiccagioni sono strategicamente importanti per le autorità iraniane. Ma a loro non importa se uccidono uno al posto di un altro. Sembra un ragionamento molto cinico, ma credo davvero che il regime sia costretto a fermarsi soltanto quando un'impiccagione diventi "troppo costosa". L'opinione pubblica occidentale deve impegnarsi per far sì che ogni impiccagione diventi "troppo costosa" e per questo è necessario mantenere una pressione costante sul regime".
Carlotta Salvatori
Parole chiave: iran, ahmadinejad, pena di morte