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Il Kirghizistan, piccola repubblica centrasiatica situata tra le nevi
perenni e i verdi pascoli del Tien-Shan, a ridosso della Cina, è sempre
stato considerato un’isola di democrazia e stabilità politica nel mare
dei regimi post-sovietici dell’Asia centrale. Il paffuto presidente
Askar Akaev, al potere da quindici anni, ha sempre lasciato spazio alle
forze d’opposizione e, nel quadro del Grande Gioco delle influenze
internazionali sulla regione, ha sempre mantenuto una politica di
equilibrio tra Russia e Stati Uniti ospitando basi militari di entrambi
i paesi.
Ma in queste settimane le cose stanno cambiando. Akaev teme che i suoi
oppositori stiano preparando in occasione delle elezioni parlamentari
del 27 febbraio una riedizione della ‘rivoluzione arancione’ ucraina.
Quindi è corso ai ripari, avviando una dura campagna di discredito e di
attacco contro le forze di opposizione, addestrando le forze di polizia a
disperdere ogni tentativo di manifestazione di piazza e sollecitando il
sostegno politico del Cremlino.
Esclusa candidata dell’opposizione. La prima mossa di Akaev è stata, il
7 gennaio, l’annullamento della candidatura dell’esponente più popolare
dell’opposizione, la signora Roza Otunbaeva, ex diplomatica che ha
rappresentato il suo paese negli Usa, Canada e Gran Bretagna. Il
pretesto per la sua esclusione dalle elezioni è stata proprio la sua
prolungata assenza dal paese (richiesto da una contestata legge creata ad hoc)
. Il provvedimento, poi applicato anche ad
altri ex diplomatici che si erano candidati con l’opposizione, ha
scatenato un’ondata di proteste. E così, per le strade di Bishkek, sono
apparsi striscioni, bandiere e fazzoletti gialli. Un colore troppo
simile a quelli delle rivoluzioni ucraine e georgiane per non
avvalorare i timori di Akaev, che sui giornali e le televisioni ha
iniziato a lanciare minacce contro i “consulenti politici stranieri”
che esportano “rivoluzioni di velluto preconfezionate” manipolando
“provocatori di vario genere” che “non perseguono certo gli interessi
nazionali del paese”.
Graffiti arancioni e intimidazioni. Sui muri delle abitazioni degli
attivisti dell’opposizione sono cominciate a comparire delle scritte
fatte con vernice arancione: simboli del dollaro accanto ai nomi dei
politici e frasi del tipo “Abbasso le opposizioni del dollaro
arancione”, con riferimento ai finanziamenti che queste forze
riceverebbero da governi e ong statunitensi, in particolare dalla
fondazione del miliardario filantropo George Soros. Poi
sono iniziate le diffamazioni personali via mail, la censura dei mezzi d'informazione
indipendenti, le minacce e perfino
le intimidazioni. Alcuni autisti personali di politici dell’opposizione
sono stati arrestati e interrogati dalla polizia sui finanziamenti
occidentali ai partiti d’opposizione. “I graffiti arancioni sono solo
delle bravate e sugli arresti degli autisti apriremo delle inchieste”,
ha commentato Bolot Januzakov, portavoce dell’amministrazione
presidenziale. Non la pensa così Human Right Watch, che il 14 febbraio ha inviato
al presidnete Akaev una formale e dura lettera di protesta sul clima di repressione pre-elettorale.
Polizia pronta alla repressione.
Un altro brutto segnale per
l’opposizione è stata la notizia che, alla fine di gennaio, i ministeri
degli Interni e della Difesa hanno organizzato un corso di
addestramento per le forze di polizia kirghize allo scopo di prepararle
a reprimere disordini di piazza durante una situazione di stato di
emergenza. Una mossa accompagnata dalla pubblicazione sui mezzi di
informazione nazionali di appelli governativi al popolo: “Noi siamo
contro l’uso della forza da parte di minoranze radicali che vogliono
così imporre i loro interessi creando instabilità, disorientamento e
tensione sociale e politica”. Ma accompagnata sopratutto dalla
presentazione in Parlamento di una nuova legoslazione sulle
manifestazioni di piazza, che non potranno tenersi davanti ai palazzi
del governo, non potranno trasfromarsi in presidi permanenti notturni e
dovranno essere concordate con le autortà con almeno nove giorni di
anticipo.
Per avere il sostegno di Mosca. Sul piano internazionale Akaev ha
cercato di guadagnarsi il sostegno politico di Mosca, poco incline ad
esporsi dopo la cocente sconfitta subita dal suo uomo in Ucraina. Il
Cremlino ha imposto ad Akaev una condizione chiara per fornirgli il suo
appoggio: non consentire agli Usa di trasformare la base aerea di
Ganci, vicino a Bishkek, in una base strategica permanente. Detto,
fatto, l’11 febbraio Akaev ha annunciato che non verrà consentito agli
Usa di dispiegare in Kirghizistan i suoi aerei-radar Awacs, come
richiesto da Washington.
Enrico Piovesana