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“E’ venuto a chiederci aiuto, era pieno di sangue. Si chiama Peter, è
nero, ha quindici anni. Il white farmer per cui lavorava lo aveva
picchiato selvaggiamente, sostenendo che fosse un incapace. Di casi
come il suo se ne vedono spesso, troppo spesso. In alcune aree rurali i
latifondisti bianchi sono arrivati addirittura ad uccidere i contadini
neri. Abbiamo sopportato per anni questi soprusi, ora per noi la
situazione sta diventando insostenibile. Ci stanno cacciando dalle
terre in cui siamo nati e cresciuti.”
Hendricks Asser, al telefono con PeaceReporter dalla capitale della
Namibia Windhoek, è arrabbiato e demoralizzato. Per anni, assieme al
Nafwu (Namibian Farmworkers Union), il sindacato dei contadini della
Namibia di cui è presidente, ha lottato in favore dei braccianti neri
impiegati nei campi dei white farmers . Nonostante la posizione
acquisita all’interno del sindacato, Asser ha comunque voluto restare
un semplice lavoratore della terra a tempo pieno.
“Questa terra apparteneva ai nostri antenati, poi sono arrivati i
coloni e ce l’hanno rubata. Il nostro paese ha ottenuto l’indipendenza
nel 1990, ma le terre non sono state ridistribuite tra la popolazione.
Al momento il 70 per cento del territorio agricolo è in mano a
latifondisti bianchi, che non hanno nessuna intenzione di scendere ad
un compromesso. Il governo aveva assicurato di riacquistarle e di
restituircele. Finora non è stato fatto nulla”.
La denuncia di Asser richiama l’attenzione sullo sfruttamento a cui
sarebbero sottoposti i contadini neri nelle farms. Di recente, il Nafwu
ha infatti richiesto al governo namibiano di stabilire e imporre un
minimo salariale per i braccianti, spesso sottopagati e privi di
effettive garanzie che ne tutelino l’attività. Secondo un rapporto
annuale della Commissione del Lavoro namibiana, i braccianti
percepiscono infatti meno di 30 centesimi di dollaro per ogni 10
chilogrammi di cotone raccolto.
“Si rifiutano di aumentarci la paga misera che ci danno. Di recente il
governo aveva promesso di stabilire un salario minimo per tutti noi
braccianti. Ma la notizia non ha fatto che peggiorare la nostra
situazione. Appena chiediamo qualcosa in più ci licenziano. Per ognuno
di noi che perde il lavoro c’è una famiglia per strada e senza nulla da
mangiare”.
“Ci trattano come schiavi”, continua con un tono di voce grave e
profonda il sindacalista. “Lavoriamo per ore sotto il sole in
condizioni disumane. La maggior parte di noi dorme nelle farms , le
grandi aziende agricole, ammassata in sudice baracche prive di luce e
acqua. Non abbiamo assistenza medica, non godiamo di nessun beneficio,
veniamo maltrattati e umiliati quotidianamente. E per cosa? Per qualche
misero centesimo che impoverisce noi e le nostre famiglie ogni giorno
che passa”.
Le accuse di Asser e dei suoi sostenitori del Nafwu richiamano
l’attenzione della comunità internazionale verso un Paese dove l’ombra
del razzismo e dell’apartheid incombono su braccianti neri ancora privi
di diritti nelle loro stesse terre. “Non vogliamo un altro Zimbabwe”,
continua il presidente del Nafwu. “Vogliamo solo che il governo
riacquisti le terre ad un prezzo equo dai white farmers e che le
ridistribuisca a noi agricoltori. Lo dobbiamo alle nostre mogli, ai
nostri figli e a noi stessi.”