02/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



I contadini neri delle farms sono sottoposti ogni giorno a sfruttamento e soprusi

foto Roberto Tresoldi“E’ venuto a chiederci aiuto, era pieno di sangue. Si chiama Peter, è nero, ha quindici anni. Il white farmer per cui lavorava lo aveva picchiato selvaggiamente, sostenendo che fosse un incapace. Di casi come il suo se ne vedono spesso, troppo spesso. In alcune aree rurali i latifondisti bianchi sono arrivati addirittura ad uccidere i contadini neri. Abbiamo sopportato per anni questi soprusi, ora per noi la situazione sta diventando insostenibile. Ci stanno cacciando dalle terre in cui siamo nati e cresciuti.”

Hendricks Asser, al telefono con PeaceReporter dalla capitale della Namibia Windhoek, è arrabbiato e demoralizzato. Per anni, assieme al Nafwu (Namibian Farmworkers Union), il sindacato dei contadini della Namibia di cui è presidente, ha lottato in favore dei braccianti neri impiegati nei campi dei white farmers . Nonostante la posizione acquisita all’interno del sindacato, Asser ha comunque voluto restare un semplice lavoratore della terra a tempo pieno.
“Questa terra apparteneva ai nostri antenati, poi sono arrivati i coloni e ce l’hanno rubata. Il nostro paese ha ottenuto l’indipendenza nel 1990, ma le terre non sono state ridistribuite tra la popolazione. Al momento il 70 per cento del territorio agricolo è in mano a latifondisti bianchi, che non hanno nessuna intenzione di scendere ad un compromesso. Il governo aveva assicurato di riacquistarle e di restituircele. Finora non è stato fatto nulla”.

La denuncia di Asser richiama l’attenzione sullo sfruttamento a cui sarebbero sottoposti i contadini neri nelle farms. Di recente, il Nafwu ha infatti richiesto al governo namibiano di stabilire e imporre un minimo salariale per i braccianti, spesso sottopagati e privi di effettive garanzie che ne tutelino l’attività. Secondo un rapporto annuale della Commissione del Lavoro namibiana, i braccianti percepiscono infatti meno di 30 centesimi di dollaro per ogni 10 chilogrammi di cotone raccolto.

“Si rifiutano di aumentarci la paga misera che ci danno. Di recente il governo aveva promesso di stabilire un salario minimo per tutti noi braccianti. Ma la notizia non ha fatto che peggiorare la nostra situazione. Appena chiediamo qualcosa in più ci licenziano. Per ognuno di noi che perde il lavoro c’è una famiglia per strada e senza nulla da mangiare”.

“Ci trattano come schiavi”, continua con un tono di voce grave e profonda il sindacalista. “Lavoriamo per ore sotto il sole in condizioni disumane. La maggior parte di noi dorme nelle farms , le grandi aziende agricole, ammassata in sudice baracche prive di luce e acqua. Non abbiamo assistenza medica, non godiamo di nessun beneficio, veniamo maltrattati e umiliati quotidianamente. E per cosa? Per qualche misero centesimo che impoverisce noi e le nostre famiglie ogni giorno che passa”.

Le accuse di Asser e dei suoi sostenitori del Nafwu richiamano l’attenzione della comunità internazionale verso un Paese dove l’ombra del razzismo e dell’apartheid incombono su braccianti neri ancora privi di diritti nelle loro stesse terre. “Non vogliamo un altro Zimbabwe”, continua il presidente del Nafwu. “Vogliamo solo che il governo riacquisti le terre ad un prezzo equo dai white farmers e che le ridistribuisca a noi agricoltori. Lo dobbiamo alle nostre mogli, ai nostri figli e a noi stessi.”

Pablo Trincia


 

Categoria: Diritti, Tortura
Luogo: Namibia
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