21/01/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Almeno quindici migranti hanno perso la vita questo mese per entrare in Europa. Situazione in Libia sempre più drammatica

Almeno 15 migranti e rifugiati hanno perso la vita lungo le frontiere europee nel mese di dicembre 2008. Vittime in Turchia, Grecia, Spagna e Italia. Reportage dalla Libia. I lati oscuri della cooperazione con Tripoli contro l'immigrazione

SEBHA - "Con noi c'era un bambino di quattro anni con la madre, durante tutto il viaggio mi sono domandato: come si può mandare una madre con un bambino di quattro anni insieme ad altre cento persone stipate come animali in un camion senza aria né spazio, per 21 ore di viaggio?" Menghistu non è l'unico a essere stato chiuso dentro un container e deportato. In Libia è la prassi. I container servono a smistare nei vari campi di detenzione i migranti arrestati sulle rotte per Lampedusa. Quando un rifugiato eritreo, nella primavera del 2006, me ne parlò per la prima volta, stentai a crederlo. Finché quei camion ho avuto modo di vederli con i miei occhi. A Sebha, alle porte del grande deserto libico, capitale della storica regione del Fezzan. Da qui, fino al secolo scorso passavano le carovane che attraversavano il Sahara. Oggi alle carovane si sono sostituiti gli immigrati. E da alcuni anni l'Italia e l'Europa chiedono alla Libia di fermare quei flussi. Buona parte dei migranti intercettati a sud di Lampedusa, transitano infatti dal deserto libico per raggiungere le coste da cui si imbarcheranno.

Il colonnello Zarruq è il direttore del nuovo centro di detenzione della città. È stato inaugurato lo scorso 20 agosto. I tre capannoni si intravedono oltre il muro di cinta. Ognuno ha quattro camerate, in tutto il centro possono essere detenute fino a 1.000 persone. Nel parcheggio sterrato, è parcheggiato un camion con uno dei container utilizzati per lo smistamento degli immigrati detenuti. È rientrato ieri sera da Qatrun, a quattro ore di deserto da qui. A bordo c'erano 100 prigionieri, arrestati alla frontiera con il Niger. Entriamo nel container, dalle scale posteriori. L'ambiente è claustrofobico anche senza nessuno. Difficile immaginarsi cosa possa diventare con 100 o 200 persone ammassate una sull'altra in questa scatola di ferro.
Nei primi undici mesi dell'anno, soltanto da Sebha, hanno deportato più di 9.000 persone, soprattutto nigeriani, maliani, nigerini, ghanesi, senegalesi e burkinabé. Solo a novembre i rimpatri sono stati 1.120. Avviene tutto senza convalida e senza nessuna possibilità di presentare ricorso e tantomeno di chiedere asilo politico. È il caso di Patrick. Viene dalla Repubblica democratica del Congo, recentemente tornata alle cronache per la crisi nella regione del Kivu. È stato arrestato un mese fa a Tripoli, mentre cercava lavoro alla giornata sotto i cavalcavia di Suq Thalatha. Possiamo parlare liberamente in francese, perché l'interprete non lo conosce. Mi porge un foglio spiegazzato dalla tasca. È il suo certificato di richiedente asilo politico. Rilasciato dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur) a Tripoli, il nove ottobre 2007. Qua dentro è carta straccia. Come gli altri detenuti, Patrick non ha diritto di telefonare a nessuno, nemmeno all'Acnur. Se non trova prima i soldi per corrompere qualche poliziotto, anche lui, prima o poi, sarà deportato. E come lui i suoi compagni di cella. Sono camerate di 60 persone, 8 metri per 8. I detenuti sono buttati per terra su stuoini e cartoni. La luce entra dalle vetrate in cima alle alte pareti. Il centro di detenzione di Sebha non è l'unico campo di detenzione al sud. Ce ne sono almeno altri cinque. Quelli di Shati, Qatrun, Ghat e Brak, nel sud ovest del paese, fanno capo a Sebha, nel senso che gli immigrati arrestati in queste località vengono poi smistati a Sebha dentro i container. L'altro campo si trova 800 km a sud est, a Kufrah, e lì vengono detenuti i rifugiati eritrei e etiopi in arrivo dal Sudan. È il carcere che gode della peggiore fama.

Me lo ripetevano già nel 2006 i rifugiati eritrei ed etiopi che per primi avevo intervistato. Kufrah per loro era l'inferno."Dormivamo in 78 in una cella di sei metri per otto" - "Dormivamo per terra, la testa accanto ai piedi dei vicini" - "Ci tenevano alla fame. Un piatto di riso lo potevamo dividere anche in otto persone" - "Usavamo un solo bagno in 60, nella cella c'era un odore perenne di scarico. Era impossibile lavarsi" - "C'erano pidocchi e pulci dappertutto, nel materasso, nei vestiti, nei capelli" - "I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti". Col tempo poi Kufrah è diventato anche un luogo di affari. Sì perché da un paio d'anni la polizia è solita vendere i detenuti agli stessi intermediari che poi li porteranno sul Mediterraneo. Il prezzo di un uomo si aggira sui 30 dinari, circa 18 euro. Non sono stato autorizzato a visitare il centro di Kufrah e non ho potuto verificare di persona. Tuttavia il fatto che le versioni dei tanti rifugiati con cui ho parlato coincidano nel disegnare un luogo di abusi, violenze e torture, mi fa pensare che sia tutto vero. Nel 2004 la Commissione europea riferiva che l'Italia stava finanziando il centro di detenzione di Kufrah. Nel 2007 il governo Prodi smentiva la notizia, dicendo che si trattava di un centro di assistenza sanitaria. Poco importa. Dal 2003, Italia e Unione Europea finanziano operazioni di contrasto dell'immigrazione in Libia. La domanda è la seguente: perché fingono tutti di non sapere? Nel 2005, il prefetto Mario Mori, ex direttore del Sisde, informava il Copaco: "I clandestini [in Libia, ndr.] vengono accalappiati come cani... e liberati in centri... dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi". Ma i funzionari della polizia italiana sapevano già tutto. Già perché dal 2004 alcuni agenti fanno attività di formazione in Libia. E alcuni funzionari del ministero dell'Interno, hanno visitato in più occasioni i centri di detenzione libici, Kufrah compreso, limitandosi a non rilasciare dichiarazioni. E l'ipocrita Unione Europea? Il rapporto della Commissione europea del 2004, definisce le condizioni dei campi di detenzione libici "difficili" ma in fin dei conti "accettabili alla luce del contesto generale". Tre anni dopo, nel maggio 2007, una delegazione di Frontex visitò il sud della Libia, compreso il carcere di Kufrah, per gettare le basi di una futura cooperazione. Indovinate cosa scrisse? "Abbiamo apprezzato tanto la diversità quanto la vastità del deserto". Sulle condizioni del centro di detenzione però preferì sorvolare. Una dimenticanza?

Gabriele Del Grande

Parole chiave: migranti
Categoria: Diritti, Migranti