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Ana bahub lFalastina, ana bahub lFalastina, io amo la Palestina, io amo
la Palestina. La voce quasi rotta dall’emozione. Stentava a crederlo.
Eppure, era proprio questa la frase stampata sulla maglietta indossata
con orgoglio da Iossi, un ragazzino israeliano di diciassette anni.
Incredulo, Mahmud, un contadino palestinese di una quarantina d’anni di
un villaggio nel nord della Palestina, Jama’in, situato accanto
all’insediamento di Ariel. Huwwe yahudi, huwwe israili, lui è ebreo,
lui è israeliano, continuava Mahmud, rivolgendosi alla madre
settantenne, anche lei sorpresa ed emozionata per la presenza di un
gruppo di circa cinquanta pacifisti israeliani, che, sabato scorso,
avevano deciso di andare a raccogliere le olive nel nord della
Palestina, di quello che, chissà, forse, un giorno, diventerà lo stato
palestinese tanto sognato e tanto atteso.
Sono i pacifisti di Taayush, un gruppo misto di arabi ed ebrei
israeliani, di Black Laundry, un’associazione di gay e lesbiche
israeliani, di Yesh Gvul, l’associazione che appoggia i soldati
israeliani che si rifiutano di “servire” nei Territori Occupati. Sono
quelle donne e quegli uomini, quei ragazzi e quelle ragazze che, più di
tutti gli altri israeliani, hanno capito il momento terribile che sia
Israele sia la Palestina stanno vivendo in questo momento. Perché non
sono solo i palestinesi sull’orlo del baratro, non sono solo i
palestinesi che rischiano, forse come mai nella loro storia, di essere
spazzati via dalla politica assurda e folle del governo Sharon. Anche
Israele è vicino a quel baratro, perché non può che essere così per un
paese che ha deliberatamente scelto la strada dell’apartheid per tre
milioni di persone, che ha votato leggi razziste e discriminatorie per
il venti per cento dei propri cittadini, che sta progressivamente
smarrendo quei valori democratici di cui, da sempre, l’ebraismo
mondiale si è fatto portavoce.
E sono proprio questi “traditori”, come Sharon chiama chi osa
dissentire dalle scelte del suo governo, che dimostrano di amare
Israele più di tutti gli altri, che con ostinazione combattono per
evitare che il loro paese possa girare completamente le spalle alla
democrazia e sprofondare in una spirale di autoritarismo,
militarizzazione e progressiva cancellazione persino delle più
elementari libertà individuali e collettive.
Iossi non era il solo “traditore” a portare una maglietta con una
scritta così bella. Molte erano le bandiere palestinesi, da sole o
accanto a quelle israeliane, stampate sulle magliette o sui
pantaloncini che questa cinquantina di israeliani “di sinistra”
indossavano per aiutare i palestinesi nella raccolta delle olive. Un
gesto così semplice, eppure così difficile. Così normale, eppure così
speciale. Sono, infatti, questi i mesi in cui si raccolgono le olive
per produrre l’olio che darà il sostentamento a tante famiglie
palestinesi. E sono proprio questi i mesi in cui molti coloni
israeliani dimostrano le loro attitudini violente e razziste, cercando
di impedire la raccolta con azioni di disturbo o vere e proprie
spedizioni punitive contro i contadini, nel totale disinteresse
dell’esercito israeliano, che si trova lì per difendere i coloni
israeliani dalle aggressioni dei palestinesi, e mai viceversa. Ma non è
solo questo il motivo che rende il gesto della raccolta delle olive
così prezioso ed emozionante.
E’ la sensazione che, nonostante il muro che sta dividendo la Palestina
in una serie di ghetti e di prigioni a cielo aperto, nonostante
l’indiscriminata violenza dell’esercito israeliano, nonostante la
vergognosa e cieca brutalità degli attentati kamikaze, nonostante il
clima asfissiante ed opprimente che si respira qui, un episodio come
questo possa ancora dare speranza, aprire uno squarcio di luce nel buio
di questi anni, ricominciare a rendere fertile una terra divenuta arida
per la tanta violenza e intolleranza.
E, allora, vengono quasi i brividi all’idea che poche persone, con le
mani sporche di terra e le braccia graffiate dai rami degli olivi,
possano controbilanciare quei poteri forti che stritolano, con i loro
ingranaggi, anche il più piccolo segnale di pace.
E allora, chissà, forse si può anche provare ad alzare lo sguardo e a
vedere lontano, sulle colline della Palestina, tra quegli oliveti che
ancora non sono stati sequestrati per “motivi di sicurezza” dagli
insediamenti in espansione, tra i teli di stoffa stesi sotto gli alberi
per raccogliere le olive, nelle bottiglie che contengono l’olio
prodotto, il germe di una pace che stenta a crescere, ma che non muore
mai, che non morrà mai finché esisteranno persone disposte a rischiare
in prima persone, a non obbedire agli ordini sbagliati dei propri
superiori, a dissentire dall’opinione comune, e a scegliere la
giustizia e la pace.