19/01/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Shawan Jabanien, direttore dell'Ong al-Haq che monitora quotidianamente le violazioni dei diritti umani da parte di Israele nei territori palestinesi

dal nostro inviato
Christian Elia
Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti

Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti umani a New York, è il direttore esecutivo di al-Haq, organizzazione non governativa con sede a Ramallah. Al-Haq, grazie al lavoro di 32 tra giuristi, ricercatori e investigatori sul campo, monitora quotidianamente le violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati palestinesi, commessi da Israele ma anche dall'Autorità Nazionale palestinese.

Avvocato Jabanien, come pensa di quello che sta accadendo in questi giorni?
Credo che questo sia un momento difficile non solo per il popolo palestinese, per i civili, ma per l'umanità in generale. Un momento le cui conseguenze si sentiranno per un lungo periodo, sulle idee, sulle azioni, sulle coscienze delle persone: comporteranno un mutamento nel significato stesso del termine giustizia. Non solo qui in Palestina, le conseguenze non incideranno solo sul popolo palestinese, ma su tutte le persone che credono nei diritti umani, nella giustizia, nel diritto internazionale. Riguarda tutti coloro che, in tutto il mondo, manifestano nelle strade, che cercano di capire cosa sta accadendo a Gaza, e quali siano le reazioni della comunità internazionale, degli stati ma anche delle istituzioni internazionali. E penso che abbiamo perso le loro speranze. Questa è la lezione nuova, il vero nuovo evento, quello che avviene nella mente delle persone contro il diritto internazionale, contro le Nazioni Unite e tutte le altre istituzioni e organizzazioni. Oltre alle persone che adesso hanno perso la loro vita a Gaza, oltre agli israeliani che agiscono come uno Stato al di sopra del diritto internazionale, che non riconosce neppure i principi, i suoi obblighi giuridici, niente, oltre a questo, io credo che il prezzo, il prezzo vero di quanto sta accadendo siano le idee, nella testa delle persone. La gente avrà fiducia solo nella forza. Se sei abbastanza forte, otterrai qualcosa, e vedrai riconosciuti i tuoi diritti, ma se non sei forte, non otterrai niente. Q, in Medio Oriente, ma ovunque nel mondo. Questo è il punto. Come organizzazione che si occupa di diritti umani il nostro compito è avere una visione di insieme, non semplicemente dare conto del numero delle vittime, dei civili uccisi, occuparci solo di Gaza. Dobbiamo analizzare anche tutti questi altri elementi, i temi di lungo periodo. Per questo stiamo sollevando queste questioni, diciamo a tutti i funzionari, i diplomatici, chiunque: non considerate quanto sta accadendo solo come un incidente, un episodio isolato che nel tempo tutti dimenticheranno, no. E' stata aggiunta una nuova convinzione nella mente delle persone: se sei debole nessuno ti prende sul serio. Cosa sta facendo Israele? Questa è la domanda vera, cosa sta facendo Israele alla mente delle persone. Come israeliani, dice, non riconosciamo i deboli, non riconosciamo il diritto internazionale, non riconosciamo le risoluzioni delle Nazioni Unite, non riconosciamo niente se non costretti con la forza. Come è successo nel sud del Libano. Questa è la lezione. Se le persone sentissero che le Nazioni Unite agiscono secondo le loro responsabilità, secondo la Carta, secondo i principi del diritto internazionale, intervenendo, penserebbe che esiste davvero un sistema internazionale, un sistema capace di proteggere, di proteggere i civili, i diritti, e allora sarebbe rafforzata la loro fiducia nei diritti umani. Questo è il punto. Noi siamo sacrificati davanti alle azioni israeliane, ma la comunità internazionale è sacrificata davanti al suo silenzio e alla sua inerzia, il diritto internazionale, i principi, i valori del diritto e della giustizia. Questo è il nodo vero. Poi se andiamo a guardare cosa stanno compiendo le forze israeliane in questi giorni, è ovvio, stanno compiendo crimini di guerra, e crimini contro l'umanità, perché stanno prendendo di mira i civili in modo sistematico, sistematico e su larga scala. E' una politica diffusa, adesso, non è più un episodio isolato, colpire per esempio una abitazione civile. Vengono assassinate intere famiglie. Israele percepisce che non sarà mai punito, che nessuno si occuperà mai di tutto questo, perché è incondizionatamente sostenuto dagli Stati Uniti, protetto alle Nazioni Unite dal potere di veto. Questo è il punto. Per questo, come organizzazione che si occupa di diritti umani, a parte i nostri appelli ai governi, alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite perché agiscano secondo le loro responsabilità e i loro obblighi giuridici, a parte questo, se lei mi chiede dove sia la speranze, le rispondo direttamente che l'unica speranza è nelle strade, nell'opinione pubblica, nella società civile. Non ho alcuna fiducia in governi e stati, davvero non ho alcuna fiducia in loro, e alcuna speranza. Nessuna, e lo dico. Lo dico pubblicamente, e lo ripeto, l'unica possibilità è esercitare pressione, in nome dei diritti, dei propri principi, scendere in strada. Semplicemente scendere in strada. Perché solo così capiranno che possono perdere. I governi si sentiranno minacciati nella loro popolarità, e allora andranno dagli Stati Uniti, andranno dall'Unione Europea e diranno ‘'Ehi, così perdiamo le elezioni, è una situazione pericolosa''. E' la sola speranza.

 

In questo clima di sfiducia e disillusione nel diritto e nelle istituzioni internazionali è difficile lavorare per una ong al-Haq. Se non c'è fiducia, per voi è ancora più duro raccogliere testimonianze, perché c'è il rischio che le persone arrivino a credere che non serve a nulla. Avete indagini in corso ora a Gaza?
Certo. Può immaginare. I nostri investigatori ci hanno detto di essere stati ieri in un ospedale, di essere entrati nell'obitorio, e di avere trovato un uomo che ancora respirava, e allora hanno urlato ai medici di correre, ma i medici non hanno più alcuna capacità di fronteggiare la situazione. I feriti sono troppi. Israele ha negato l'accesso persino alla Croce Rossa, ha consentito loro di passare solo qualche giorno dopo. Ignorano completamente il diritto internazionale, si sentono una superpotenza, liberi di compiere crimini senza il minimo timore di finire davanti a un tribunale. Questo è il punto. E questa è la questione cruciale, per le vittime, quello che chiedono. La pietra angolare del diritto internazionale umanitario è il concetto di protezione, e in questa situazione non viene offerta alcuna protezione. E se non si ha protezione in una situazione simile, quando mai si avrà protezione? La potenza occupante non offre alcuna protezione, l'Autorità Palestinese non offre alcuna protezione, la comunità internazionale non offre alcuna protezione. E la gente comincerà a pensare a come proteggersi da sola, con i propri mezzi. Perché la difesa è un'esigenza naturale. Se lei si sentisse in pericolo, e non tutelato da nessuno, sono sicuro che comincerebbe a pensare a come proteggersi da solo. Se sentisse la sua vita, la sua esistenza minacciata, il suo cibo, le cose basilari. Questa è la direzione in cui Israele sta spingendo la gente. Pensare come proteggersi da sola. La domanda è: cosa ci guadagna la comunità internazionale, a spingere le persone a pensare a come proteggersi da sole, con i propri mezzi? Questo è il punto. Perché cambieranno le strategie, per un lungo periodo, non è più solo questione di assassinii, o di crimini isolati. Con tutto questo, Israele sta plasmando la coscienza della gente per molto, moltissimo tempo. Il rapporto che la gente avrà con la comunità internazionale, con l'Unione Europea, con il diritto internazionale, con le Nazioni Unite. Bisogna guardare a quanto sta accadendo in una prospettiva strategica, non semplicemente come se si trattasse di eventi isolati, episodici.


Ha delle informazioni circa l'uso di armi illegali a Gaza, in questi giorni? Alcuni hanno parlato di armi come quelle usate in Libano nel 2006, armi al fosforo.
Credo che i metodi usati, in primo luogo, siano illegali. Non ho informazioni su tipi specifici di armi, ma quello che so, l'immagine che traggo dal lavoro dei nostri operatori sul terreno, è che sono delle bombe molto potenti, ordigni di due metri, sganciate da F-16. Bombe a frammentazione, bombe a grappolo, ma quel tipo di armi, per il momento, non credo siano state usate.
Ma abbiamo bisogno di più informazioni, di più esperti per esaminare i luoghi, le case colpite. Di sicuro stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione. Abbiamo alcuni esperti locali per le prime analisi, ma abbiamo bisogno di affiancarli con esperti militari, perché possano entrare a Gaza ed esaminare le armi usate dagli israeliani.

In questa situazione è difficile parlare di sistema giudiziario palestinese, ma qual è il suo giudizio sull'amministrazione della giustizia in Palestina?
Il mio giudizio non è affatto positivo. Ancora oggi, mentre parliamo, ci sono stati arresti arbitrari in Cisgiordania, con agenti della polizia dell'Autorità Palestinese che hanno arrestato dimostranti pacifici. E sta accadendo ogni giorno, anche ieri a Nablus, dove sono state arrestate venti persone. Sono arresti che si aggiungono a quelli di attivisti politici avvenuti nei mesi precedenti. L'Autorità non vuole che cominci la Terza Intifada, e sta arrestando in massa attivisti politici contrari alla linea della moderazione. I servizi segreti impediscono l'opposizione, anche durante gli attacchi in Gaza, mentre muoiono civili innocenti, impediscono le libere espressioni di solidarietà. Non c'è giustizia in Cisgiordania. C'è politica con tutti i mezzi, non giustizia.

E qual è il suo parere sull'0amministrazione della giustizia nella Striscia di Gaza da parte di Hamas?
Investigate su quanto è accaduto durante la ‘guerra civile' tra Hamas e Fatah?

Adesso a Gaza non c'è nulla. Ma prima dell'attacco violazioni e violenze ci sono state. La sicurezza per i cittadini c'era, ma a prezzo di una grande paura. Vivevano nel terrore e questa non è stabilità o uno stato di diritto. Arresti arbitrari, torture come in Cisgiordania. Durante le tensioni tra le fazioni palestinesi molte persone sono state uccise, torturate e private dei loro diritti. C'è stata anche qualche condanna. Ma non è stata ancora fatta giustizia. La verità è che viviamo un momento drammatico: interno ed esterno. Dai crimini d'Israele a quelli commessi all'interno del popolo palestinese.

Un elemento nuovo, rispetto ad altri pesanti attacchi subiti dalla popolazione palestinese è la divisione interna. Che ne pensa?
La gente è unita nel lottare contro l'occupazione e contro il dolore. Umanamente uniti, ma politicamente sono divisi. Andrebbero in strada se potessero urlare, ma i politici sono divisi. Gli ultimi anni sono andati così... vogliono solo usare il loro potere. E' uno dei momenti più neri della nostra storia, ma non abbiamo scelta: dobbiamo essere uniti.

Nel suo lavoro, nel lavoro di al-Haq, in una situazione di questo genere, è difficile separare il diritto dalla politica?
Io non credo esista alcuna separazione tra la giustizia e la politica, tra il diritto internazionale e la politica. Perché se si esamina l'attuazione pratica del diritto internazionale, si passa alla politica. Chi è chiamato ad attuare il diritto internazionale? La povera gente, nelle strade? No, gli stati. E quando si passa agli stati, ai funzionari di governo, si sta discutendo di politica. Se rispettano gli obblighi a loro carico o no, se hanno fini politici o no... Cose di questo tipo. Al di fuori dell'ambiente politico, non esiste attuazione pratica del diritto internazionale. Questa è la linea di confine, e questa la connessione tra i principi del diritto internazionale, le teorie, i valori, e la politica, qui e ora. Per questo crediamo sia cruciale esercitare pressione sui politici. Non semplicemente ripetere le nostre richieste, i nostri messaggi, i comunicati stampa, ma anche avere contatti con la società civile, con i deputati, i giornalisti. Esercitare pressione sui politici. Perché l'unica cosa in cui i politici credono sono gli interessi. Se ci sono interessi diretti.
Se non faremo questo, come società civile, saremo u giorno ritenuto corresponsabili, direttamente o indirettamente, nei crimini commessi. Questo è una parte determinante del nostro lavoro, non solo stare seduti qui a scrivere report. Quei report, quei documenti debbono riuscire a porre sotto pressione i politici, perché diventi per loro conveniente sostenere i diritti umani. Perché, in fondo, facciano il loro lavoro. Noi facciamo il nostro. Un lavoro dannatamente duro, viene da piangere, a volte. Leggi certe storie...ma io non perdo la speranza. Magari sarà mio figlio a vivere in una società più giusta, magari io non vedrò mai i risultati del mio lavoro, ma non ci arrendiamo alla disperazione di un momento orribile come questo.

Categoria: Guerra
Luogo: Israele - Palestina