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Il 6 aprile il Parlamento cinese ha approvato una nuova interpretazione
della Basic Law, la mini Costituzione varata quando la città tornò
sotto il controllo della Cina. Con quest’ultimo atto Pechino si riserva
il potere di decidere, se e come Hong Kong potrà scegliere il suo primo
ministro e i suoi consiglieri. In questo modo l’Assemblea Popolare
cinese ha infranto le speranze del vasto movimento per la democrazia,
che in questi giorni è di nuovo sceso in piazza a manifestare. “E’
chiaro che il governo di Pechino vuole mantenere lo status quo. Non è
interessato a ciò che la popolazione di Hong Kong pensa e desidera”,
dice Brad Adams, direttore esecutivo della sezione Asia di Human Rights
Watch.
Il movimento "pro-democrazia" , che chiede l’elezione diretta del capo
dell’Esecutivo nel 2007 e del Consiglio legislativo nel 2008, si è
incredibilmente rafforzato nell’ultimo anno. Nel luglio 2003 centinaia
di migliaia di persone protestarono contro una legge di sicurezza
nazionale (legge anti-sovversione) ritenendola una grave minaccia alle
libertà civili. Secondo gli organizzatori della manifestazione, fu
addirittura la piu' grande organizzata in Cina dai tempi di Tienanmen
(1989). Ad Hong Kong, inoltre, sono imminenti (settembre 2004) le
elezioni per il rinnovo del Consiglio legislativo, la cui gran parte
dei membri viene ancora nominata da Pechino. “Già sotto la Gran
Bretagna Hong Kong aveva un sistema democratico molto limitato. Già
allora la popolazione faceva richieste democratiche a Londra. Adesso il
movimento democratico ha guadagnato grandi consensi…”, così esordisce
Ilaria Maria Sala, collaboratrice de Il Diario della settimana da Hong
Kong.
Cosa sta succedendo a Hong Kong? Hong Kong ha uno statuto speciale
messo a punto da Gran Bretagna e Cina negli anni’80, durante le
discussioni sul ritorno di Hong Kong sotto la sovranità di Pechino.
Questi Accordi hanno prodotto un documento che è stato poi depositato
all’Onu, la Joint Declaration (Dichiarazione Congiunta). In cui si
prevedeva che Hong Kong avrebbe avuto un alto grado di autonomia e che
per 50 anni non ci sarebbero stati cambiamenti. Hong Kong temeva
l’imposizione di un modello comunista nella città. Allora non si poteva
immaginare che dall’87 in poi la Cina sarebbe cambiata tanto e che Hong
Kong sarebbe diventata sostanzialmente una piazza finanziaria.
Britannici e cinesi, però, non coinvolsero alcun rappresentante di Hong
Kong nelle discussioni sul cambio di sovranità. Non sono stati fatti né
un referendum né una consultazione pubblica, come di solito succede nei
sistemi di Common Law, la legge britannica non scritta.
Com’era la situazione a Hong Kong prima del 1° luglio ’97, quando ci fu
il cambiamento di sovranità ? Hong Kong era una colonia con un sistema
di democrazia molto limitato. Però, già all’epoca, la popolazione
avanzava delle richieste democratiche: chiedeva a Londra di poter
eleggere i parlamentari e i rappresentanti di distretto. Poi nell’89
avvennero i fatti di Piazza Tienanmen. In seguito, la Gran Bretagna si
sentì costretta ad aumentare il livello di democrazia a Hong Kong. Dopo
Tienanmen un milione di persone scesero in piazza per chiedere maggiori
garanzie in questo senso e maggior appoggio ai movimenti democratici
cinesi.
E dopo? Il governatore di Hong Kong nel ’97, Chris Patten, poteva
introdurre riforme democratiche solo all’interno di quanto era previsto
dalla Basic Law (Legge Fondamentale), una sorta di mini Costituzione
scritta in fretta da un gruppo di legali locali e cinesi. Alcuni membri
della Costituente, che facevano parte del cosiddetto movimento
“pro-democrazia”, abbandonarono l’assemblea perché consideravano alcune
clausole, imposte da Pechino, troppo restrittive per lo sviluppo di
Hong Kong. Nel ’97, insomma, la città si trovò tra le mani una
Costituzione “relativamente sacra”, rispetto alla quale le possibilità
di cambiamento erano limitate. La Basic Law si potrebbe cambiare in due
modi: facendo una nuova Costituente o attraverso un intervento
dell’Assemblea popolare cinese. Nel ’98 Hong Kong chiese una prima
interpretazione della Basic Law sull’immigrazione. Nella Legge c’è un
articolo ambiguo che dice: “Chiunque sia figlio di hong-konghesi ha
diritto alla cittadinanza di Hong Kong". All’iniziò si interpretò che
la legge valeva anche per i figli dei residenti nella città o degli
emigrati da questa in Cina. Il governo di Hong Kong, temendo di essere
addirittura “sotterrato da milioni di cinesi”, chiese l’intervento di
Pechino. Oggi una frontiera divide ancora Hong Kong dalla Repubblica
popolare. Serve un visto per passare da una parte all’altra. I
democratici continuano ad opporsi a questa situazione. Secondo loro, le
differenze principali che dividono Hong Kong e la Cina riguardano il
sistema economico (capitalista versus comunista), ma anche politico
(dittatura a partito unico versus regime più democratico, con più
partiti). La classe dirigente di Hong Kong, infatti, si divide in due:
i "pro-democrazia" e i "pro-Pechino".
Cosa significa, dunque, il concetto “Un Paese, due sistemi” sostenuto
dai partiti "pro-Pechino"? E’ un concetto inventato dal leader cinese
Deng Xiao Ping e pensato prima per il Tibet, poi per Taiwan. Lo si
potrebbe interpretare con una metafora sentimentale: “Sei mio anche se
sei autonomo”. Hong Kong, dopo il ‘97 doveva essere il laboratorio di
questa forma di autonomia. Tutta la classe dirigente, però, fu scelta
da Pechino. Ma questo intervento non fu più invasivo di quello
effettuato dai colonizzatori britannici. Oggi il Parlamento di Hong
Kong comprende 60 seggi. Alle ultime elezioni ne sono stati eletti per
suffragio universale solo 24. Altri 30 sono stati scelti da “grandi
elettori”, membri illustri di una classe professionale (banche,
trasporti ecc.), come si faceva in Italia durante il fascismo. I
rimanenti sei sono stati eletti da un gruppo di 400 persone scelte da
Pechino, chiamato Comitato Elettorale. La Basic Law prevede che il
sistema politico di Hong Kong possa evolvere fino al suffragio
universale per eleggere il Parlamento e il capo dell’Esecutivo.
Attualmente il premier, Tung Chee-hwa, ha le funzioni di un
governatore, una specie di primo ministro locale che seleziona i
segretari del governo. La Basic Law, però, prevede che a partire dal
2007 sarà possibile “cambiare il sistema elettorale, se ce ne sarà
bisogno”. I democratici chiedono che vengano eletti a suffragio
universale nel 2007 il capo dell’esecutivo e nel 2008 il governo. Nelle
ultime consultazioni elettorali a Hong Kong ha sempre vinto il Partito
Democratico, seguito da altri gruppi “pro-democrazia” come la
Frontiera.
Chi fa parte del movimento “pro-democrazia”? A Hong Kong ci sono due
grandi schieramenti, il campo “pro- Pechino” e quello “pro-democrazia”.
In entrambi si può dire che ci sono sia forze di destra che di
sinistra. Al primo appartengono il Democratic Alliance for Development
of Hong Kong (Dad), un partito comunista vecchio stampo, e il Partito
Liberale degli imprenditori. E’ un matrimonio impensabile: in comune
hanno solo il fatto che appoggiano entrambi il controllo di Pechino su
Hong Kong. Tra i “pro-democrazia” si trovano insieme il Partito
Democratico, contrario ai sindacati, con la Frontiera e la Federazione
Unitaria dei Sindacati. Di nuovo abbiamo a che fare con un gruppo molto
eterogeneo, unito solo dal fatto di volere più democrazia. Sono blocchi
destinati a sfaldarsi, qualora la situazione anomala di Hong Kong
dovesse mutare.
Come vive questa situazione la popolazione di Hong Kong, come reagisce
l’opinione pubblica? Si può dire che il conservatore Dad
(“pro-Pechino”) si trova adesso un po’ isolato. Negli ultimi tempi gli
altri schieramenti hanno chiesto tutti più democrazia e si sono opposti
alle cosiddette leggi anti-sovversione volute da Pechino. Sono leggi
tipiche di una dittatura. Le ultime manifestazioni sono state proprio
contro queste normative tanto che i membri del Partito Liberale si sono
alla fine dimessi perché non si sentivano di appoggiarle. Pechino vede
il governo di Hong Kong troppo debole, perché non applica misure
autoritarie che sono estranee alla cultura di questa città. Nel
novembre 2003 ci sono state elezioni locali per riempire i distretti
comunali. L’affluenza è stata elevatissima, del 76 per cento. Hanno
vinto i movimenti “pro-democrazia”. La sconfitta del partito
“pro-Pechino” ha preoccupato la Cina, in vista anche delle prossimo
voto di settembre. Il governo cinese teme che nel Parlamento possano
entrare troppi esponenti democratici. Così è intervenuto interpretando
per la seconda volta, dal ’97, la Basic Law: il premier di Hong Kong
deciderà se ci sarà il bisogno di apportare modifiche alla Costituzione
e poi dovrà sottoporre questa valutazione al governo di Pechino. Sarà,
dunque, sempre la Cina a definire se ci sarà il bisogno di cambiare la
Costituzione di Hong Kong oppure no.