09/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Com'è cambiata la situazione della ex colonia britannica dal '97 a oggi

Manifestazione luglio 2003Il 6 aprile il Parlamento cinese ha approvato una nuova interpretazione della Basic Law, la mini Costituzione varata quando la città tornò sotto il controllo della Cina. Con quest’ultimo atto Pechino si riserva il potere di decidere, se e come Hong Kong potrà scegliere il suo primo ministro e i suoi consiglieri. In questo modo l’Assemblea Popolare cinese ha infranto le speranze del vasto movimento per la democrazia, che in questi giorni è di nuovo sceso in piazza a manifestare. “E’ chiaro che il governo di Pechino vuole mantenere lo status quo. Non è interessato a ciò che la popolazione di Hong Kong pensa e desidera”, dice Brad Adams, direttore esecutivo della sezione Asia di Human Rights Watch.

Il movimento "pro-democrazia" , che chiede l’elezione diretta del capo dell’Esecutivo nel 2007 e del Consiglio legislativo nel 2008, si è incredibilmente rafforzato nell’ultimo anno. Nel luglio 2003 centinaia di migliaia di persone protestarono contro una legge di sicurezza nazionale (legge anti-sovversione) ritenendola una grave minaccia alle libertà civili. Secondo gli organizzatori della manifestazione, fu addirittura la piu' grande organizzata in Cina dai tempi di Tienanmen (1989). Ad Hong Kong, inoltre, sono imminenti (settembre 2004) le elezioni per il rinnovo del Consiglio legislativo, la cui gran parte dei membri viene ancora nominata da Pechino. “Già sotto la Gran Bretagna Hong Kong aveva un sistema democratico molto limitato. Già allora la popolazione faceva richieste democratiche a Londra. Adesso il movimento democratico ha guadagnato grandi consensi…”, così esordisce Ilaria Maria Sala, collaboratrice de Il Diario della settimana da Hong Kong.

Cosa sta succedendo a Hong Kong? Hong Kong ha uno statuto speciale messo a punto da Gran Bretagna e Cina negli anni’80, durante le discussioni sul ritorno di Hong Kong sotto la sovranità di Pechino. Questi Accordi hanno prodotto un documento che è stato poi depositato all’Onu, la Joint Declaration (Dichiarazione Congiunta). In cui si prevedeva che Hong Kong avrebbe avuto un alto grado di autonomia e che per 50 anni non ci sarebbero stati cambiamenti. Hong Kong temeva l’imposizione di un modello comunista nella città. Allora non si poteva immaginare che dall’87 in poi la Cina sarebbe cambiata tanto e che Hong Kong sarebbe diventata sostanzialmente una piazza finanziaria. Britannici e cinesi, però, non coinvolsero alcun rappresentante di Hong Kong nelle discussioni sul cambio di sovranità. Non sono stati fatti né un referendum né una consultazione pubblica, come di solito succede nei sistemi di Common Law, la legge britannica non scritta.

Com’era la situazione a Hong Kong prima del 1° luglio ’97, quando ci fu il cambiamento di sovranità ? Hong Kong era una colonia con un sistema di democrazia molto limitato. Però, già all’epoca, la popolazione avanzava delle richieste democratiche: chiedeva a Londra di poter eleggere i parlamentari e i rappresentanti di distretto. Poi nell’89 avvennero i fatti di Piazza Tienanmen. In seguito, la Gran Bretagna si sentì costretta ad aumentare il livello di democrazia a Hong Kong. Dopo Tienanmen un milione di persone scesero in piazza per chiedere maggiori garanzie in questo senso e maggior appoggio ai movimenti democratici cinesi.

E dopo? Il governatore di Hong Kong nel ’97, Chris Patten, poteva introdurre riforme democratiche solo all’interno di quanto era previsto dalla Basic Law (Legge Fondamentale), una sorta di mini Costituzione scritta in fretta da un gruppo di legali locali e cinesi. Alcuni membri della Costituente, che facevano parte del cosiddetto movimento “pro-democrazia”, abbandonarono l’assemblea perché consideravano alcune clausole, imposte da Pechino, troppo restrittive per lo sviluppo di Hong Kong. Nel ’97, insomma, la città si trovò tra le mani una Costituzione “relativamente sacra”, rispetto alla quale le possibilità di cambiamento erano limitate. La Basic Law si potrebbe cambiare in due modi: facendo una nuova Costituente o attraverso un intervento dell’Assemblea popolare cinese. Nel ’98 Hong Kong chiese una prima interpretazione della Basic Law sull’immigrazione. Nella Legge c’è un articolo ambiguo che dice: “Chiunque sia figlio di hong-konghesi ha diritto alla cittadinanza di Hong Kong". All’iniziò si interpretò che la legge valeva anche per i figli dei residenti nella città o degli emigrati da questa in Cina. Il governo di Hong Kong, temendo di essere addirittura “sotterrato da milioni di cinesi”, chiese l’intervento di Pechino. Oggi una frontiera divide ancora Hong Kong dalla Repubblica popolare. Serve un visto per passare da una parte all’altra. I democratici continuano ad opporsi a questa situazione. Secondo loro, le differenze principali che dividono Hong Kong e la Cina riguardano il sistema economico (capitalista versus comunista), ma anche politico (dittatura a partito unico versus regime più democratico, con più partiti). La classe dirigente di Hong Kong, infatti, si divide in due: i "pro-democrazia" e i "pro-Pechino".

Cosa significa, dunque, il concetto “Un Paese, due sistemi” sostenuto dai partiti "pro-Pechino"? E’ un concetto inventato dal leader cinese Deng Xiao Ping e pensato prima per il Tibet, poi per Taiwan. Lo si potrebbe interpretare con una metafora sentimentale: “Sei mio anche se sei autonomo”. Hong Kong, dopo il ‘97 doveva essere il laboratorio di questa forma di autonomia. Tutta la classe dirigente, però, fu scelta da Pechino. Ma questo intervento non fu più invasivo di quello effettuato dai colonizzatori britannici. Oggi il Parlamento di Hong Kong comprende 60 seggi. Alle ultime elezioni ne sono stati eletti per suffragio universale solo 24. Altri 30 sono stati scelti da “grandi elettori”, membri illustri di una classe professionale (banche, trasporti ecc.), come si faceva in Italia durante il fascismo. I rimanenti sei sono stati eletti da un gruppo di 400 persone scelte da Pechino, chiamato Comitato Elettorale. La Basic Law prevede che il sistema politico di Hong Kong possa evolvere fino al suffragio universale per eleggere il Parlamento e il capo dell’Esecutivo. Attualmente il premier, Tung Chee-hwa, ha le funzioni di un governatore, una specie di primo ministro locale che seleziona i segretari del governo. La Basic Law, però, prevede che a partire dal 2007 sarà possibile “cambiare il sistema elettorale, se ce ne sarà bisogno”. I democratici chiedono che vengano eletti a suffragio universale nel 2007 il capo dell’esecutivo e nel 2008 il governo. Nelle ultime consultazioni elettorali a Hong Kong ha sempre vinto il Partito Democratico, seguito da altri gruppi “pro-democrazia” come la Frontiera.

Chi fa parte del movimento “pro-democrazia”? A Hong Kong ci sono due grandi schieramenti, il campo “pro- Pechino” e quello “pro-democrazia”. In entrambi si può dire che ci sono sia forze di destra che di sinistra. Al primo appartengono il Democratic Alliance for Development of Hong Kong (Dad), un partito comunista vecchio stampo, e il Partito Liberale degli imprenditori. E’ un matrimonio impensabile: in comune hanno solo il fatto che appoggiano entrambi il controllo di Pechino su Hong Kong. Tra i “pro-democrazia” si trovano insieme il Partito Democratico, contrario ai sindacati, con la Frontiera e la Federazione Unitaria dei Sindacati. Di nuovo abbiamo a che fare con un gruppo molto eterogeneo, unito solo dal fatto di volere più democrazia. Sono blocchi destinati a sfaldarsi, qualora la situazione anomala di Hong Kong dovesse mutare.

Come vive questa situazione la popolazione di Hong Kong, come reagisce l’opinione pubblica? Si può dire che il conservatore Dad (“pro-Pechino”) si trova adesso un po’ isolato. Negli ultimi tempi gli altri schieramenti hanno chiesto tutti più democrazia e si sono opposti alle cosiddette leggi anti-sovversione volute da Pechino. Sono leggi tipiche di una dittatura. Le ultime manifestazioni sono state proprio contro queste normative tanto che i membri del Partito Liberale si sono alla fine dimessi perché non si sentivano di appoggiarle. Pechino vede il governo di Hong Kong troppo debole, perché non applica misure autoritarie che sono estranee alla cultura di questa città. Nel novembre 2003 ci sono state elezioni locali per riempire i distretti comunali. L’affluenza è stata elevatissima, del 76 per cento. Hanno vinto i movimenti “pro-democrazia”. La sconfitta del partito “pro-Pechino” ha preoccupato la Cina, in vista anche delle prossimo voto di settembre. Il governo cinese teme che nel Parlamento possano entrare troppi esponenti democratici. Così è intervenuto interpretando per la seconda volta, dal ’97, la Basic Law: il premier di Hong Kong deciderà se ci sarà il bisogno di apportare modifiche alla Costituzione e poi dovrà sottoporre questa valutazione al governo di Pechino. Sarà, dunque, sempre la Cina a definire se ci sarà il bisogno di cambiare la Costituzione di Hong Kong oppure no.

Francesca Lancini 
Categoria: Politica
Luogo: Cina